La storia di Max
La testimonianza di Max Mannheimer, sopravvissuto di Auschwitz, tornato a vivere in Germania dopo la guerra
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, agosto 2010
«Signorina, ha delle banane?». Max Mannheimer è tornato a Nový Jičín deciso a mai più calcare suolo tedesco. Ma quella ragazza a cui si rivolge con fare scherzoso gli fa improvvisamente cambiare idea. Lei è una giovane tedesca spedita nei Sudeti a fare la commessa perché avversa sin da piccola al nazionalsocialismo, lui un ebreo cecoslovacco di 25 anni scampato miracolsamente all’inferno. La Seconda Guerra Mondiale è finita da qualche mese, dovrà ancora passarne di tempo prima che i negozi di frutta e verdura trovino dei frutti esotici da esporre.
Max invece ci mette poco ad innamorarsi e sposare Elfriede, che lo convince a tornare nella Germania sconfitta, sicura che il suo Paese ora abbia delle ottime possibilità per trasformarsi in una democrazia. E così, solo un anno dopo la disfatta di Hitler, Max si stabilisce nei pressi di Monaco di Baviera, dove tuttora vive. Qui lo visito per ascoltare dal vivo le sue memorie di quei terribili anni, pubblicate in numerose lingue, ma mai tradotte in Italia.
Prima di conoscere Elfriede Max Mannheimer è già sposato, ma ha visto sua moglie per l’ultima volta nell’inverno del 1943 sulla rampa della morte di Auschwitz-Birkenau. Ci arriva di notte con tutti i suoi parenti dopo un viaggio trascorso nelle angustie di un treno merci. Di tutta la sua famiglia si salveranno solo lui e suo fratello Eric. «Mio padre, fedele suddito della monarchia austroungarica, per cui aveva combattutto tre anni e sempre aveva pagato le tasse, fino all’ultimo non riuscì a capacitarsi di cosa gli fosse successo».
Nemmeno Max comprende subito che il lager dove è stato deportato è in realtà una macchina di sterminio e all’inizio crede di trovarsi in un “normale” campo di lavoro come Theresienstadt, da cui proviene. Di certo vi è che da subito i metodi delle SS e dei loro aiutanti sono bestiali: chi osa contravvenire ai loro ordini viene bastonato a sangue.
Il fisico robusto e le mani callose da stradino – la professione appresa nell’esilio ungherese dopo che la sua famiglia ha dovuto lasciare i Sudeti in seguito allo scoppio della guerra – gli permettono di scampare alla selezione iniziale. Denudato e con indosso solo le scarpe e una cintura viene rapato, rasato su tutto il corpo e ricoperto di un fluido che puzza di petrolio: serve per la disinfestazione dai pidocchi. Lui, suo fratello e gli altri prigionieri disorientati vengono fatti passare in una sauna e poi costretti a una doccia gelata. Infine, gocciolanti e senza potersi asciugare, ottengono degli abiti civili ma nessun cappotto, né sciarpa, maglione o berretto, sebbene siano solo gli inizi di febbraio.
Prima di essere spogliato dei propri abiti e averi, Max chiede ingenuamente ai guardiani se deve conservare il proprio documento di identità. «No, ne ricevete di nuovi» gli viene risposto.
«Il giorno dopo mi fecero questo» racconta Mannheimer scoprendosi il braccio destro e mostrandomi un rozzo tatuaggio indicante il numero 99728. Più la cifra è bassa più i prigionieri sono “anziani” e ormai abituati agli abomini di Auschwitz. A un detenuto slovacco vestito a righe e con tatuato sul braccio un numero inferiore al 30000 Max chiede cosa ne è delle donne e dei bambini. «Vanno nel camino» risponde quello gelidamente. Non sono le fantasie di un sadico, ma la terribile realtà.
Per sei settimane lui e il suo gruppo stanno in quarantena accatastati in una stalla di cavalli. Sono giornate trascorse nel freddo e nel fango, tra continui appelli, botte e una fame che morde sempre più dolorosamente. Chi suscita le ire del kapò rischia di trasformarsi in una pallina vivente da golf ed essere trascinato a mazzate in una fossa. Un giorno, per la disperazione, Max confessa al fratello che forse sarebbe meglio farla finita. «Vuoi davvero lasciarmi solo?» gli chiede Eric, facendolo vergognare del suo pessimismo. «Allora capii che avevo il dovere di proteggerlo, e così feci fino alla liberazione».
Terminata la quarantena Max Mannheimer viene trasferito nel lager principale e impiegato in lavori forzati, che gli causano varie malattie e lo spediscono più volte in ambulatorio, aumentando così il rischio di finire nei crematori. Improvvisamente, nell’ottobre del 1943, lui e il fratello vengono caricati insieme ad altri prigionieri su di un vagone con destinazione Varsavia. Qui, nei resti del ghetto ebraico, ricevono nuovi numeri e nuove mansioni. Nella sua nuova stazione di dolore per Max la salvezza è la stenografia. «L’avevo imparata su insistenza di mio padre, e mai utilizzata fino a quando una SS chiese ringhiando chi la conoscesse».
Tra i compiti di Mannheimer quello di registrare i nomi dei nuovi prigionieri, cui viene spesso assegnato il numero riciclato di un carcerato deceduto. «Nemmeno a un numero individuale avevano diritto gli ebrei!» sbotta il mio interlocutore, tradendo un’emozione finora nascosta nell’eloquio pacato. Dopo Varsavia è la volta di Dachau, poi di nuovo in movimento per altri campi di lavoro, fino a che il 30 aprile del 1945 i fratelli Mannheimer vengono liberati dagli americani. Lo stesso giorno in cui Hitler si spara un colpo in testa.
Max riprende le forze a Feldafing sul lago Starnberg, dove un tempo Thomas Mann alloggiava per le ferie e dove gli Alleati hanno organizzato un campo per dispersi. Qui per alcune settimane alloggia sotto mentite spoglie anche quel boia di Sobibor ora sotto processo a pochi chilometri dall’abitazione di Max Mannheimer. «Demjanjuk è un grande teatrante. Non capisco perché si ostini a non ammettere la verità. Di cosa ha paura? In Germania non esiste la pena di morte, e i dottori della prigione non sono certo meno bravi di quelli in America».
Quest’anno Mannheimer ha compiuto novant’anni. Ma egli instancabile continua a portare le sue memorie nelle scuole e a tutti coloro che lo vogliono ascoltare. «Il mio corpo è debole, ma i dettagli di quel tempo spaventoso sono incisi nella mia anima». E ai giovani che lo ascoltano ricorda sempre: «Voi non siete responsabili di quello che è successo. Ma è compito vostro che ciò non si ripeta mai più».


