L'ara sulla cortina di ferro
La storia di Timofej Prochorow e della sua chiesetta abusiva nel parco olimpico di Monaco
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2007
«Da noi le occupazioni non durano più di ventiquattro ore», era solito dichiarare con orgoglio Franz Josef Strauß (1915 - 1988), più volte ministro delle finanze tedesco ma soprattutto governatore e “santo patrono” della Baviera. Come spesso accade, tuttavia, più la norma è stringente, più l’eccezione eclatante. Parliamo della Chiesa per la pace nell’Est e nell’Ovest a Monaco di Baviera. Si tratta di un edificio completamente abusivo celato all’interno del parco olimpionico. La costruì per ordine di Maria Vergine il russo Timofej Prochorow, improvvisatosi pope laico dopo aver peregrinato per mezza Europa ed essere scampato alla Seconda Guerra Mondiale. Sulla vita di Timofej prima della celestiale visione non si sa molto. Pare sia nato sulle rive del Don nel 1894 e abbia servito come sguattero per i cosacchi alleati ai nazisti. Sconfitto il Terzo Reich condusse per anni un’esistenza randagia tra villaggi in rovina e città distrutte. Sulla via del ritorno in patria la Santissima Vergine – così raccontò poi – gli apparve in una colonna di fuoco per annunciargli che «non c’è nessuna via verso casa. Vai a Occidente e costruisci una chiesa per la pace nell’Est e nell’Ovest». Timofej obbedì e si rimise in cammino. A casa lasciava una moglie e due figli. Ma ora era in viaggio per conto di Maria. Capitò in Austria e conobbe Natascha. La compatriota lo affiancò nella ricerca del luogo per erigere il santuario. Lo trovarono a Monaco. Era un prato dove gli abitanti scampati ai bombardamenti accumulavano le macerie delle case distrutte. In precedenza i nazisti se ne erano serviti come spazio per esercitazioni militari. Ancora prima era stato usato dalla BMW come area per testare i motori degli aerei da lei prodotti nel vicino stabilimento. Timofej trasformò quel campo in un luogo di pace. Lavorando giorno e notte (alla luce delle candele), tra il 1952 e il 1953 insieme a Natascha costruì a mano prima una cappella, poi una casetta e infine un’intera chiesa, prelevando tutto il materiale dal vicino cumulo di rovine. Negli anni successivi la arredò pazientemente con una selva di croci e immagini sacre ricevute in dono o recuperate tra i rifiuti. In mancanza di meglio decorò il soffitto del luogo di culto ricoprendolo di carta stagnola. E mentre Monaco tornava alla normalità riacquistando l’antico vigore, Natascha e Timofej vivevano da eremiti coltivando l’orto: senza elettricità, riscaldamento e acqua potabile. Le autorità si accorsero di loro solo verso la fine degli anni Sessanta, quando sui 2500 m2 occupati dalla strana coppia sarebbero dovute sorgere delle strutture per le Olimpiadi del 1972. Il comune voleva sbaraccare tutto ma la cittadinanza protestò in favore di Timofej. Al che Günther Behnisch, l’architetto incaricato di costruire il nuovo stadio olimpico, incuriosito fece visita alla basilica. Bevve un sorso di vodka con il pope e se ne andò convinto che la chiesetta doveva rimanere intatta. Lo Spiegel dichiarò “Babbino Timofej” primo vincitore delle olimpiadi. Questi, dopo alcuni decenni di concubinaggio, scoccati gli ottant’anni decise di prendere ufficialmente in sposa Natascha. Verso la metà degli anni Settanta la morte della donna interruppe un processo per bigamia contro l’eremita portato avanti per dovere d’ufficio. Il resto dei suoi giorni il babbino lo trascorse circondato dall’affetto e dalla carità dei visitatori. Parlava poco, ma a tutti donava un sorriso. Anche a Sergey Kokasin, un rappresentante di commercio viennese che una volta, trovandosi in città per affari, spinto dalla curiosità andò a visitare lo strambo solitario. Incontrandolo ebbe un’illuminazione. Capì di aver già visto quel volto barbuto: anni prima gli era apparso in sogno! E anche lui si convertì al messaggio mariano di Timofej. Negli ultimi anni questi divenne una celebrità. Il giorno del suo compleanno veniva festeggiato ufficialmente, con il sindaco in visita per portargli i saluti della cittadinanza. Il babbino ringraziava l’autorità strimpellando sul proprio organetto una canzoncina in onore di Maria. Sempre la stessa. Non ne sapeva suonare di altre. Quando si spense, mezza città partecipò al funerale per rendergli l’ultimo omaggio. Aveva 110 anni. Erano tanti, ma nulla in confronto alla sua vera età. Egli infatti sostenne fino all’ultimo di avere sulle spalle almeno duemila primavere. Ma questa non fu l’unica convinzione che Timofej portò con sé nella tomba. Egli chiuse gli occhi sereno perché sapeva di aver assolto al proprio compito. Quello di aver abbattuto la “Cortina di Ferro” grazie all’aiuto di Maria Vergine e della sua chiesetta abusiva.
La Chiesa per la pace nell’Est e nell’Ovest, Monaco di Baviera, Spiridon-Louis-Ring 100.


