Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 1 novembre 2009
Prima artista fallito, poi criminale sterminatore. Il dilemma della frattura biografica nella vita di Adolf Hitler non smette di occupare gli studiosi. Davvero l’uomo responsabile di una guerra mondiale fu nella sua giovinezza semplicemente quella “non persona” tratteggiata nelle classiche biografie di Joachim Fest e Ian Kershaw? Secondo un recente studio della storica d’arte Birgit Schwarz chi minimizza la competenza e la passione artistica del Führer pecca di superficialità (Geniewahn: Hitler und die Kunst [La follia del genio: Hitler e l’arte], Böhlau, Vienna 2009, pagg. 397, € 35).
Certo come pittore il giovane Hitler non riscosse successi e trovò chiuse le porte dell’Accademia viennese di Belle Arti. Ma, lungi dal fargli semplicemente accantonare le ambizioni estetiche per volgersi alla politica, il doloroso rifiuto di cui egli stesso dà nota nel Mein Kampf lo indusse a convincersi di essere un genio incompreso. E, secondo la Schwarz, fu proprio questa idea fissa a dare energia e slancio alla sua fulminante carriera politica. Che Hitler provasse un entusiasmo profondo per l’arte tradizionale – e un odio per la modernità “degenerata” – venne notato anche dall’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, sua guida culturale nella visita romana del 1938. Incurante degli sbuffi del duce, interessato piuttosto a discutere di politica, Hitler in quei giorni si dedicò a interminabili visite presso i musei capitolini, dimostrando una competenza che stupì persino il proprio raffinato accompagnatore. E di ritorno in Germania, dopo aver visitato gli Uffizi fiorentini, concepì l’idea di un museo a Linz, città della sua giovinezza. Fu questa una volontà che portò avanti imperterrito anche negli anni della guerra, sguinzagliando i propri sgherri alla ricerca di opere d’arte da confiscare agli ebrei.
Per il capo nazista l’arte non era solo strumento di propaganda, bensì «la batteria che procurava nuova energia alla sua psiche», come osservò il suo medico Hans Karl von Hasselbach. Celebri e temuti tra i gerarchi erano i suoi interminabili monologhi dedicati alla pittura durante le notti estive nella residenza montana dell’Obersalzberg. Va da sé che nell’inesorabile mancanza di autocritica che lo contraddistingueva Hitler intendesse come vera arte solo quella che piaceva al suo gusto, secondo cui peraltro gli ebrei erano da eliminare anche perché insozzatori della bellezza culturale ariana. «L’arte è una missione votata al fanatismo» dichiarò al congresso del partito di Norimberga del 1933, a dimostrazione di come in lui estetica e politica avessero confini fluidi.
Secondo la Schwarz il convincimento di essere un genio al di sopra di ogni regola e morale non è una conseguenza della propaganda di Goebbels, come ritenuto da Ian Kershaw, bensì ha origine proprio negli anni giovanili di Linz e Vienna, quando Hitler trascorse le giornate immerso nei libri e nelle biografie artistiche, tra cui innanzi tutto quelle dedicate al suo idolo antisemita Richard Wagner. Se dopo essersi trasferito a Monaco – per Hitler la capitale dell’arte tedesca – egli non frequentò l’Accademia, ciò non va inteso come testimonianza del suo pigro velleitarismo artistico, bensì attesta come egli ormai si credesse un talento eccezionale senza bisogno di studi – e quindi di esami – poiché è già in sé un portento della natura. Considerare quegli anni di formazione interiore come un periodo trascorso da buono a nulla secondo la Schwarz significa giudicare Hitler secondo i parametri di una biografia borghese, anziché quelli più pertinenti di un’esistenza da artista, quale egli si riteneva. Adolf Hitler infatti, povero e giovane, covava in sé la consapevolezza che un giorno avrebbe influenzato le sorti del mondo. E, forte di questa autoillusione, riuscì infine a piegare la realtà alle proprie funeste ossessioni.


