Le donne bambine del «vecchio Fontane»
Sogni, malinconie, capricci, bisogno di giocare e di chiacchierare. E poca passione: lo scrittore tedesco era un uomo anziano, diffidente verso i turbamenti e lo scompiglio generati dall'amore
Pubblicato su La Stampa, 15 marzo 2004
«Madame Bovary c’est moi» sembra rispondesse Gustav Flaubert a chi gli chiedeva dove aveva imparato a conoscere così bene il cuore femminile.
Non si sa invece se Theodor Fontane (1819 – 1898) abbia mai pensato di identificarsi con Effi Briest, la giovane protagonista del suo romanzo più letto e amato. È probabile, comunque, che un tale bizzarro accostamento avrebbe fatto sorridere lo scrittore, famoso per aver iniziato la carriera di romanziere solo in tarda età, dopo essere stato giornalista, compositore di ballate patriottiche e viaggiatore nella Marca brandeburghese. Tutti i romanzi del «vecchio Fontane», come lo chiamò Thomas Mann in un suo celebre saggio, benché spesso raccontino di un adulterio, sono infatti opere di un uomo anziano e diffidente verso i turbamenti e lo scompiglio che un amore passionale comporta. E di passione, in Effi Briest, ve n’è certo poca.
Apparso inizialmente sul mensile Deutsche Rundschau e raccolto in volume nel 1895, l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Fontane narra la storia della spensierata diciassettenne Effi che, complice la madre, viene fidanzata all’attempato barone Geert von Innstetten, già amante in gioventù della madre stessa. Celebrato il matrimonio, Effi si trasferisce con il marito in uno sperduto paese sul Mar Baltico, dove trascorre il tempo in solitudine e intrappolata nei noiosi costumi della società nobiliare del luogo. Neppure la nascita di una figlia riesce a distogliere il barone dagli impegni della carriera per avvicinarlo alla moglie, cui mancano distrazioni e premure per sentirsi felice. Così come neanche la relazione adulterina con il bel seduttore Crampas contribuisce a rasserenare la giovane. Effi dovrà aspettare il trasferimento a Berlino per assaporare la gioia di vivere. La tragedia giunge però inaspettata molti anni più tardi quando il marito, per puro caso, scopre alcune lettere compromettenti che gli svelano il tradimento della moglie e gli impongono di ristabilire il proprio onore sfidando a duello e uccidendo il rivale. Ripudiata dal consorte e privata della figlia, Effi sconterà la pena tra ristrettezze e solitudine finché il padre non la inviterà a ritornare nella casa paterna, dove ancora giovane morirà serena e riconciliata con il proprio passato.
La contrapposizione tra marito anziano e giovane moglie è un motivo ricorrente nelle storie di Fontane. La semplicità e la freschezza di Effi, in particolare, è quella di rimanere per tutto il romanzo l’ingenua bambina che era quando, ancora ignara dei doveri sociali, poteva librarsi spensierata con l’altalena nell’aria. La sua, quindi, è una colpa d’innocenza, di cui però sconta le conseguenze fino all’estremo.
Ma Effi non è l’unica donna dai tratti infantili che la prosa fontaniana ci regala. Se la misteriosa Cécile, anch’ella sposata con un vecchio colonnello a riposo, affascina l’amante per il suo spirito fanciullesco e il «cuore di bambina», L’Adultera Melanie si rivolge all’anziano marito chiamandolo addirittura «paparino». E se il vecchio Stechlin, il saggio gentiluomo di campagna protagonista del grande romanzo postumo di Fontane, sfugge ai monologhi della legnosa sorella badessa, quanto piacere trova però nell’ascoltare la civettuola e spigliata Melusine.
Se tanti personaggi maschili di Fontane sono spesso caratterizzati dal rigido e militaresco senso del dovere, tanto più che molti di essi prestano o hanno prestato servizio per l’esercito prussiano, le più belle donne nate dalla sua fantasia dello scrittore si distinguono per la gaiezza dello spirito e la soave leggerezza del loro essere. Chi, come il burocrate Innstetten, non capisce il loro desiderio, che non è torbida sete di passione, bensì civettuolo piacere di conversazione, è destinato a renderle infelici e perderle. La fedeltà alla tradizione e l’innato conservatorismo non impediscono però mai al «vecchio Fontane» di cogliere la frattura che spesso si crea tra il desiderio di realizzazione personale e la necessità di conformarsi all’ordine sociale. Da qui nasce l’adulterio. Se le convenzioni sociali del suo tempo vogliono che giovani spose si spengano sotto la tutela di pedanti mariti, lo scrittore non incita mai all’infedeltà e al disordine dei sentimenti, ma non di meno registra e descrive con indulgenza e finezza i turbamenti delle sue eroine. Queste non sono mosse però dalla brama torbida e sensuale di una Emma Bovary. Il più profondo bisogno della donna fontaniana non è infatti l’impulso passionale, ma l’inesausto desiderio di dar voce ai sentimenti e alle emozioni. È il loro un bisogno di conversare aggraziato che non deve scadere in ciancia insulsa e inopportuna, come invece accade per la superficiale moglie di Botho in Smarrimenti, Disordini, né tantomeno in un lagnoso pettegolezzo di zitella, come quello della provinciale Sidonie, dama inacidita ed invidiosa della delicatezza di Effi. La vera conversazione fontaniana è, al contrario, vivido e ironico scambio di opinioni, piacere dello stare in società, agilità di pensiero e cordialità della forma.
I romanzi di Fontane sono così un continuo intrecciarsi di mille battute brillanti e mutevoli, briosi dialoghi e argute discussioni. Le donne di Fontane conversano appena ne hanno l’occasione, e se non l’hanno la cercano: nei pranzi ufficiali, durante le scampagnate o mentre versano zollette di zucchero nel tè pomeridiano. È il loro modo di sentirsi vive, di affascinare, di sedurre innocentemente. Effi e le altre vanno perciò amate per quello che esprimono e capite per quello che sono: donne che non cercano l’esaltazione dei sensi, ma bambine che vogliono poter giocare e chiacchierare. Quando, come succede alla povera Effi, hanno un marito che le trascura, sognano fantasmi e s’immalinconiscono. Ascoltiamo allora tutto quello che hanno da dirci e sorridiamo dei loro capricci. Le faremo contente, e ci saranno sempre fedeli.


