La notte fra il 24 e il 25 aprile 2016, a poche ore dai primi risultati delle elezioni vinte da Aleksandar Vučić, lungo le sponde della Sava le ruspe di non si sa bene chi si sono mosse per abbattere vecchi edifici e movimentare terra. Una trentina di uomini incappucciati e muniti di manganelli telescopici fermava i passanti, sequestrava documenti e telefoni; per l’alba una quindicina di edifici del quartiere di Savamala non c’erano più. Era l’inizio clandestino della più grande operazione immobiliare dei Balcani, Belgrade Waterfront, finanziata con capitali emiratini.
Dietro un’operazione che molti cittadini della capitale hanno bollato come speculazione edilizia, mentre altri ci hanno visto il quartiere di lusso che alla città mancava, pare ci siano persone legate a Vučić. Un mese e mezzo dopo l’allora premier spiegò in conferenza stampa che a mandare le ruspe erano stati i vertici del governo cittadino, e li definì «completi idioti». Dieci anni dopo l’unico condannato è il capo della sala operativa della polizia di Belgrado, quello che quella notte non mandò nessuno. Chi abbia dato l’ordine non è mai stato stabilito.
Presidente dal 2017 al 27 settembre scorso, e di fatto al comando dal 2012, l’ex ministro dell’Informazione di Slobodan Milošević (Propagandaminister, lo chiama ancora senza giri di parole la stampa tedesca) è riuscito per anni a barcamenarsi su tre sponde: l’Europa, la Cina e la grande sorella russa. Quest’ultima da sempre vicina alle questioni territoriali della piccola ma ostinata nazione balcanica, accomunata alla grande sorella dalla religione ortodossa, che in Serbia è anche ragione di Stato. La Cina perché è il primo creditore bilaterale di Belgrado, e perché la sua impronta la avverte qualsiasi visitatore percorrendo le nuove autostrade, spesso tirate su da operai cinesi importati per la bisogna. L’Europa perché, per quanto Vučić ami ricordare che ormai un terzo degli investimenti esteri arriva dall’Asia, quasi due terzi continuano ad arrivare dall’Unione, e il primo investitore resta la Germania. Lo ha ricordato lui stesso, a Davos, con un’immagine che anche noi italiani conosciamo bene: «Quando la Germania tossisce, noi ci ammaliamo di polmonite».
Il nuovo quartiere sulla Sava cresce a vista d’occhio, trentaquattro edifici finiti su sessanta cantierati, con un contratto che guarda al 2045. I prezzi però sono irraggiungibili per i più: nel 2023 lì si è toccato il record serbo di 11.475 euro al metro quadro, mentre metà dei lavoratori serbi porta a casa meno di 800 euro netti al mese. Messo in rapporto ai redditi, il mattone di Belgrado è il settimo più caro d’Europa. Veljko, guida turistica a Belgrado, quando ci passa davanti con i visitatori racconta che «gli architetti che di urbanistica ne capiscono qualcosa dicevano che lì non doveva starci, per due ragioni. Primo: se guardi dal fiume, la vecchia Belgrado non la vedi più. Secondo: il terreno non era adatto a edifici così alti».
Ma se l’operazione viene magnificata dagli ammiratori di Vučić come simbolo di modernità, un altro cantiere ha logorato per quasi due anni la poltrona da cui si è appena alzato, ma solo per puntare a un’altra.
Parliamo del crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, la seconda città della Serbia. Tanto Belgrado è un ammasso di stili e di palazzi (la città bianca, si racconta, è stata bombardata, distrutta o saccheggiata quarantaquattro volte) quanto Novi Sad ha un profilo più armonico, tendente all’austriaco, e una forte popolazione studentesca. Fra le due corre da qualche anno il Soko, il falco, il treno veloce che ha ridotto il viaggio da un’ora e mezza a mezz’ora: primo tratto della Belgrado-Budapest, costruita da un consorzio cinese e sbandierata come il fiore all’occhiello della cooperazione fra Pechino e i Balcani. Per quel treno la stazione di Novi Sad era stata ristrutturata e riaperta in pompa magna.
L’1 novembre 2024, alle 11 e 52 del mattino, la pensilina di quella stazione è venuta giù. Non era nuovissima, bensì del 1964: nuovi erano i lavori, e secondo l’accusa a uccidere è stata proprio la struttura di acciaio e vetro aggiunta durante il restauro. Sono morte sedici persone, quattordici sul colpo e due in ospedale. Una aveva sei anni. Il governo ha faticato a lungo ad assumersi qualsiasi responsabilità; a quasi due anni di distanza gli imputati sono tredici, fra cui l’ex ministro delle infrastrutture Goran Vesić, e le condanne definitive sono zero.
«Qui governa l’assenza di legge», mi dice Dragan Jovičević, giornalista e regista. «Ed è una tragedia di cui, credo, chi sta fuori dai confini del nostro paese non coglie le proporzioni: quanto uno Stato possa essere coinvolto in una tragedia». Gli chiedo del presidente. «A Vučić non ci penso. È una persona del tutto irrilevante nella vita di chiunque», risponde tranchant. «Ma la corruzione è profonda, radicata». Poi mi spiega che cosa intende per irrilevante: «Non puoi accendere la televisione, di giorno, senza vedere il presidente ogni cinque minuti. Per fortuna esistono moltissimi altri canali, film, musica. Così i canali nazionali non devo guardarli affatto. E quindi nemmeno il presidente». Dragan scriveva per lo storico settimanale NIN, la cui redazione nel gennaio del 2024 si è licenziata in blocco, dopo che la nuova proprietaria, vicina al partito di Vučić, aveva annunciato un cambio di linea.
«Penserò a tornare solo quando sarà chiaro che le istituzioni dello Stato finalmente funzionano. Prima di tutto la giustizia, la sanità e la polizia. Una vita serena è impossibile, se non possiamo fidarci di loro». Parole di Teodora Kazić, una giovane madre che da studentessa ha scelto di trasferirsi in Germania, per continuare gli studi e cercare un futuro migliore.
Teodora non è un’eccezione. Al censimento dell’ottobre 2022 la Serbia contava 6.647.003 abitanti: quasi mezzo milione di persone in meno rispetto a dieci anni prima. Partono i medici, gli informatici, gli ingegneri, quelli che all’università erano i migliori.
Chi resta si confronta ogni giorno con un apparato pubblico corrotto. È questo il comune nemico di una protesta eterogenea ma unita dal fastidio di vedere, nella tragedia della pensilina, ancora una volta calpestato qualsiasi diritto alla vita, e alla ricerca dei colpevoli. «Qui la gente era abituata alla corruzione», mi dice Veljko. «Ma quando qualcuno muore perché le procedure non sono state rispettate, quella è la miccia». La miccia accesa a Novi Sad ha generato un’opposizione guidata dagli studenti, che da quasi due anni ricorda alla Serbia intera la tragedia senza responsabili e, per sineddoche, le malefatte del governo in carica.
A Novi Sad ci sono stato nell’aprile dell’anno scorso. Il monumento centrale della piazza era tappezzato di fogli, in ricordo dei morti della pensilina.
Ogni giorno, da quasi due anni, alle 11 e 52, l’ora esatta del crollo, in diversi punti del paese ci si ferma per sedici minuti, uno per ogni morto: la gente si immobilizza sui marciapiedi, i vigili bloccano il traffico.
La sera, pochi minuti prima del telegiornale di Stato, in strada ho ascoltato anche i trilli alle finestre: un rumore a tratti gioioso, proveniente da tanti appartamenti. I fischi sono diretti alla televisione filogovernativa. Come a dire, non ci interessano le vostre chiacchiere.
Ma anche il fastidio delle istituzioni verso chi la Serbia la racconta di mestiere è in crescita. Il 4 settembre Belgrado ha ordinato l’espulsione di Massimo Moratti, italiano, corrispondente da Belgrado dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa dal 2022: «rischi inaccettabili per la sicurezza del paese», senza una riga di spiegazione. Dopo alcune settimane di incertezza, l’espulsione è stata revocata. Ma l’episodio è un segnale preoccupante.
Espulsioni, agenti disturbatori, maledizioni della stampa di regime, infiltrazioni, tentativi di dividere i manifestanti: finora tuttavia nulla ha arrestato la protesta.
«La sua forza è la sua durata», dice Dragan. «Esiste una massa critica di persone che non rinuncia all’idea che il cambiamento in questo paese sia necessario, e le proteste sono soltanto la prova di un’energia che si accumula senza sosta».
Da Monaco di Baviera, Teodora a quelle piazze guarda con orgoglio: «orgoglio per delle persone che protestano da anni, con ostinazione e pacificamente, e che hanno il coraggio di lottare quando lottare è durissimo: quando i giornali che raccontano la realtà quasi non esistono più, e quando la gente viene aggredita fisicamente e rischia il lavoro, perfino la vita. Vorrei essere più vicina alla mia gente, e poter stare in piazza con loro».
Non tutti la pensano come Teodora. Per capire il sostegno al governo serve andare in provincia, dove le proteste si fanno più rare, dove il tempo scorre diversamente, e sugli studenti le opinioni sono molto più severe. «Oggi in Serbia si vive meglio di prima. Nei negozi c’è più roba e la gente è contenta. In provincia si vive in modo più rilassato, senza grandi tensioni». Me lo racconta Jagoda, abitante della Serbia centrale. Conosco bene Jagoda. È una donna pratica, scaltra, abituata a dover combattere con le difficoltà quotidiane della vita in una società che non riposa nel lusso. Per mia suocera i ragazzi dei cortei «sono manipolati, preparati per anni a pensare che il loro Paese non valga niente». Quello che a Jagoda non va a genio è che le proteste «dividono i serbi in contadini e in signori della cerchia della linea 2 di Belgrado». Si riferisce al tram che gira attorno al centro della capitale; per chi vive fuori da quel cerchio, la linea 2 simboleggia un’élite cittadina spocchiosa e lontana dai problemi della provincia.
Per noi italiani che, come mi ricordano gli amici serbi e qualche triestino, ci siamo completamente dimenticati dei nostri territori perduti in Istria e Dalmazia, l’accusa di essere antipatriottici suona strana, quasi proveniente dai libri di storia più che dalla nostra quotidianità. Ma essere bollati come antipatriottici, in Serbia, è un’accusa che morde.
Quando i turisti gli chiedono delle proteste, Veljko spiega le due versioni. Per il governo «chi protesta è un terrorista, e non combatte contro il governo ma contro la Serbia stessa. È questo lo spin che usano». Se invece chiedi agli studenti, «rispondono sempre che vogliono solo giustizia, che si rispetti la Costituzione, un livello più alto di democrazia, un paese decente dove le procedure vengono seguite e dove ti assumi la responsabilità di quello che hai fatto, o di quello che non hai fatto e avresti dovuto fare».
E Vučić non perde occasione per opporre alla protesta la sua liturgia nazionale. L’ultima, il 7 settembre, è stata il funerale di Ratko Mladić, morto in cella all’Aia dopo nove anni di ergastolo per genocidio. Al funerale Vučić non c’era, impegnato con la visita del presidente uzbeko: ha mandato il figlio, e con lui tre ministri. Non ha organizzato nulla, e ha garantito che tutto si facesse.
Davanti alla bara coperta dalla bandiera serba, col berretto da generale e le onorificenze appoggiati sopra, il patriarca Porfirije ha detto una frase che riassume trent’anni di Serbia meglio di qualunque analisi: «Quel che conta è il giudizio di Dio, non di un tribunale». Poi, dietro il feretro, la folla ha attaccato Đenerale: «Generale, generale, sia resa grazie a tua madre, che ha partorito un eroe perché alla Serbia tornasse la gloria».
Non è una canzone per Mladić. La scrisse nel 1998 un uomo di Orahovac, in Kosovo, per un comandante della polizia speciale che era suo amico, e la Serbia l’ha imparata allo stadio, dalla curva della Stella Rossa: la stessa che la sera della morte di Mladić ha acceso le fiaccole sul ponte Branko. Nel testo il generale non ha nome. Basta che ce ne sia uno, che salvi la Serbia.
Bruxelles ha reagito come non aveva mai fatto in dieci anni di silenzi: la commissaria all’allargamento Marta Kos ha cancellato la visita a Belgrado, von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno parlato di immagini scioccanti.
Il rapporto con il Nord del continente da sempre è difficile qui dove la Sava incontra il Danubio. D’altronde in Serbia, ancor prima che a Istanbul, si guardano Oriente e Occidente. A Zemun, prima villaggio autonomo e poi sobborgo di Belgrado, un tempo correva il confine tra l’Impero ottomano e quello asburgico. Ora è un tranquillo quartiere per cene romantiche a base di pesce, ma nei primi anni Duemila è stato anche la sede della mafia belgradese, quella composta dai reduci della guerra, poi reinventatisi uomini d’affari nelle notti pazze al suono del turbofolk. Siamo nei Balcani: ogni zolla di terra qui testimonia un contrasto.
Il 25 ottobre i serbi votano. Vučić ha sciolto il parlamento il 9 settembre, e siccome dopo due mandati non può ricandidarsi alla presidenza guiderà la lista Serbia Unita puntando a tornare primo ministro, la poltrona che occupava nel 2014. Domenica 27 settembre, a sette mesi dalla scadenza del mandato, si è dimesso da presidente: vuole fare campagna, ha spiegato, «da cittadino comune». Come ultimo atto ha graziato quarantanove persone: fra loro dodici attivisti accusati di aver tramato contro lo Stato e undici persone che avevano aggredito i manifestanti. La presidenza passa ad interim ad Ana Brnabić, sua stretta alleata, ed entro fine dicembre i serbi torneranno alle urne anche per il capo dello Stato. Alle politiche di ottobre, di fronte a Vučić, per la prima volta, una lista degli studenti. Sono gli stessi che ai diplomatici europei, i quali chiedevano perché ai loro cortei non si vedessero bandiere dell’Unione, hanno risposto che l’Europa non è dove sventolano le bandiere.
«Vedremo adesso che cosa succede», dice Dragan. «Di sicuro ci saranno cambiamenti, forse non grandi, forse non radicali. Ma di sicuro sta arrivando un’energia completamente nuova».
Eppure Vučić resta il favorito. Jagoda lo riassume in una riga: «Ha restituito ai serbi l’orgoglio di essere serbi, e ha insegnato loro a non guardarsi come esseri inferiori».
Il voto è segreto, ma credo di intuire per chi voterà mia suocera.

«Quest’anno le elezioni non si possono saltare», afferma Teodora. «Serve la massima affluenza e l’unità della gente. “Solo l’unità salva i serbi”, come diciamo noi in momenti come questo. Ci aspettiamo grossi problemi e brogli da parte del partito al potere, e possiamo superarli solo insieme».
Vale la pena fermarsi su quella frase. «Samo sloga Srbina spasava», solo l’unità salva i serbi: il motto nazionale. Lo si legge nelle quattro figure disposte agli angoli della croce sullo stemma del Paese. Solo che quelle quattro figure non sono lettere. Sono simboli medievali ripresi dall’araldica bizantina. A leggerli come quattro C cirilliche, e a ricavarne il motto che oggi in Serbia conoscono tutti, fu un geografo militare a fine Ottocento. Lo pubblicò in una poesia, e passò il resto della vita a lamentarsi con gli amici che ormai tutti prendevano quel verso per un proverbio antico.
È lo stesso meccanismo della canzone cantata dietro il feretro di Mladić, quello che Hobsbawm chiamerebbe l’invenzione della tradizione. In Serbia, un Paese fortemente attaccato alla tradizione, si trova di tutto. Chi intona una canzone “tradizionale” per rendere omaggio a un generale contemporaneo, e chi si appella alla tradizione di un motto in realtà moderno, per sperare nell’unità degli elettori. In questa unità ci sperano tutti, oppositori e ammiratori di Vučić. Per tutti, il voto del 25 ottobre sarà uno spartiacque tra speranza e rassegnazione.
«Prego Dio che tutto passi in pace», mi scrive Jagoda rivelando preoccupazione.
Anche l’Europa, da anni, si preoccupa e ammonisce la Serbia, per poi lasciarla lì fuori, come l’omino di Kafka davanti alla porta della Legge. «La Serbia sarebbe dovuta entrare nell’Unione europea da tempo. Ma chi decide la vede come un aggressore, come un paese cattivo», afferma Jagoda, che pure non ha smesso di sperarci: «Se entrasse, forse sarebbe trattata meglio».
Un senso di frustrazione serpeggia nel Paese, dove molti ormai hanno smesso di crederci, all’ingresso nell’UE. E i prezzi improvvisamente aumentati in Croazia, da quando è stato introdotto l’euro, sono un motivo concreto di esitazione anche per chi in Serbia magari non sventola la bandiera blu cerchiata di stelle, ma nell’Europa ancora ci spera.
Per Veljko l’Unione europea «ha lati buoni e lati cattivi». «Cerca di parlare di democrazia, ma non sono sicuro che tutti i paesi siano così democratici. E non sono sicuro che per la Serbia la strada giusta sia entrare». A occhio, i serbi li divide così: «Almeno il 40 per cento pensa che sia la strada giusta: geograficamente apparteniamo all’Europa, e quei valori sono buoni. Almeno un 30 per cento è decisamente contrario, perché pensa che non ci porteranno niente di buono. E c’è almeno un 30 per cento a cui non importa niente: voglio lavorare, voglio il mio stipendio, voglio vivere la mia vita normale, e della politica non mi importa».
Tornando invece al grigio dei palazzoni di Bruxelles, per dieci anni l’Unione europea ha comprato la stabilità di Belgrado al prezzo del silenzio, convinta che tenere Vučić agganciato all’Europa valesse qualunque cosa si fingesse di non vedere. Il conto è arrivato sotto forma di tre ministri al funerale di un condannato per genocidio.
Il 25 ottobre non si vota solo su chi governerà la Serbia: si vota su quanto sia ancora credibile l’Europa che la corteggia.
Ma a votare non saranno le cancellerie. Saranno persone come Jagoda e come Teodora, che sulle proteste degli studenti non si troverebbero molto d’accordo, ma che per il loro Paese provano entrambe inquietudine. «Sono profondamente preoccupata che i giovani vedano come il massimo tutto quello che offre l’Occidente», mi confida mia suocera. «Per loro è migliore chiunque sputi sulla Serbia. La Serbia non se lo merita».
E ai suoi due bambini, uno dei quali è stato il migliore amico di mia figlia all’asilo prima che ci trasferissimo in Italia, che cosa racconta Teodora, da lontano, del suo Paese? «Spero che non ereditino il disprezzo per le regole, e quella mancanza del senso di restituire qualcosa alla collettività, che invece è un aspetto morale e pratico decisivo di una comunità sana. Provo a crescerli come si crescono i bambini da noi: versatili, capaci di adattarsi. Un bambino serbo sa spaccare la legna e aiutare i nonni, e nello stesso tempo può gareggiare all’olimpiade di matematica. Ai miei figli racconto che la Serbia è un diamante grezzo, e che la sua gente è coraggiosa e calorosa. Ma logorata dalla povertà e dalla corruzione».



