Le spose che turbano i tedeschi
Il delitto d'onore di Hatun Sürücü a Berlino e il dibattito tedesco sui matrimoni forzati, tra cinema e cronaca
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2006
Il 7 Febbraio del 2005 la giovane Hatun Sürücü viene freddata a Berlino con tre colpi di pistola alla testa. A premere il grilletto sono i fratelli, per vendicare l’onta gettata dalla sorella sulla propria famiglia di “Gastarbeiter”. Anziché accettare il matrimonio organizzatole dai genitori in Turchia, dove l’avevano riportata quindicenne per darla in sposa a uno sconosciuto, la ragazza aveva infatti trovato il coraggio di sottrarsi all’imposizione ritornando in quella che lei sentiva come la sua vera patria, Berlino. La città che proprio alla Berlinale dell’anno prima aveva premiato con l’orso d’oro La sposa turca di Fatih Akin, una storia d’amore cruda e difficile a cavallo tra Germania e Turchia.
Lo shock per l’assassinio di Hatun ha scosso profondamente l’opinione pubblica tedesca, mostrando l’esistenza di isole franche, dove famiglie di religione islamica allevano le proprie figlie, all’interno di uno Stato liberale nel cuore dell’Europa, nella totale sottomissione al retrivo costume patriarcale.
L’interesse dei lettori ha contribuito a favorire una ricca pubblicistica di giovani scrittrici musulmane, desiderose di raccontare le loro storie di oppressione e violenze domestiche, culminanti con il matrimonio forzato. Tra i vari titoli, tutti d’effetto (Io accuso, Nessuno mi ha chiesto, Soffocata dalle vostre bugie, Fondamentalismo contro le donne) uno dei volumi di maggiore successo è stato La sposa straniera firmato dalla sociologa di origini turche Necla Kelek. Per una triste coincidenza, pubblicato proprio alcuni giorni prima del delitto (Die fremde Braut, Kiepenheuer & Witsch, Colonia 2005, pagg. 269, € 18,90).
La Kelek, in un misto di autobiografia, pamphlet d’accusa e indagine giornalistica, descrive i propri sforzi per sottrarsi alla tirannia del padre e dei fratelli all’interno delle mura domestiche. Chiedendo poi aiuto per le molte sorelle musulmane costrette a condurre un’esistenza da segregate in casa. «I tedeschi non mi interessano. Non sono venuta in Germania, ma in una famiglia», affermano orgogliose e inconsapevoli alcune spose intervistate in moschea dalla Kelek, il più delle volte trasferitesi nella Repubblica Federale dopo un matrimonio forzato e senza la benché minima conoscenza della lingua tedesca o dei costumi occidentali.
Tra le varie usanze della società islamica contemporanea contro cui Necla Kelek si scaglia, non manca quella del velo, a suo dire pericoloso simbolo della misoginia islamico-fondamentalista e ghettizzante. Ma la studiosa esprime giudizi molto duri anche verso l’intellighenzia tedesca di sinistra. A causa di un generico e confuso amore per la diversità, così come per il timore di venir tacciati di xenofobia, molti benpensanti chiudono gli occhi di fronte alla condizione di minorità della donna nelle famiglie degli immigrati.
La sposa straniera, sulla cui copertina una mano di donna timidamente traspare da un burka nero, è stato accolto dalla stampa tedesca con molte lodi, ma anche severe critiche. Tra le prime, quelle dell’ex ministro degli interni Otto Schily, che del libro ha scritto addirittura per lo Spiegel una recensione d’elogio. Tra le seconde, chi come la F.A.Z. l’ha voluta accostare alla nostra Oriana Fallaci.
Dopo che il volume ha vinto il “Premio Fratelli Scholl” della città di Monaco, usato dalla Kelek come ribalta per dichiarare il proprio amore per la Repubblica Federale e incolpare di nuovo i turchi della fallita integrazione con la società tedesca («vivono in Germania secondo le regole del loro villaggio anatolico»), le critiche contro la donna si sono inasprite. Culminando infine la settimana scorsa nella pubblicazione, sulla prestigiosa rivista Die Zeit, di un appello contro la Kelek e le sue colleghe firmato da quasi sessanta studiosi e sociologi dell’immigrazione. Tra le varie accuse, quella di ricorrere a «metodi poco seri» nella propria indagine sulla realtà femminile islamica, di usare toni allarmistici e di non saper distinguere tra “matrimonio forzato” e “matrimonio combinato”. Ostacolando così il dialogo tra Islam e Occidente e trasformando un problema politico in una questione morale.
La risposta della scrittrice, che nei mesi passati ha contribuito alla stesura di un controverso test per la naturalizzazione degli immigrati nel Land del Baden-Württenberg, non si è fatta attendere. Con una raffica di articoli su più quotidiani nazionali le accuse di superficialità sono state rispedite al mittente. Da troppo tempo, così la Kelek, si hanno occhi soltanto per i presunti successi dell’integrazione. Ma a scontare le conseguenze di questo colpevole autoinganno, poi, non sono gli accademici in cattedra, bensì le tante e indifese donne musulmane. Hatun Sürücü era una di loro.


