Lem: «Odio la fantascienza»
Ricordo di Stanislaw Lem, lo scrittore polacco di Solaris morto a ottantacinque anni
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2006
Certe oniriche canzoni dei Passengers, la band sperimentale targata U2 & Brian Eno che nell’unico disco inciso s’inventò colonne sonore di film inesistenti, sembrano composte per le splendide e rarefatte atmosfere di Solaris. Non parliamo qui del recente flop hollywoodiano, con un George Clooney nudo di tergo, bensì della magistrale riduzione cinematografica di Andrej Tarkovskij tratta dal più noto e conturbante romanzo dello scrittore polacco Stanislaw Lem, morto lunedì scorso all’età di ottantacinque anni. L’idea di citare opere inesistenti, comune ai Passengers come a Lovecraft, Borges o al Thomas Mann della Morte a Venezia, l’aveva d’altronde già sviluppata lo stesso Lem in Vuoto Assoluto (1971). Un romanzo «pieno di sogni irrealizzati», in cui Lem tuttavia non si limita a inventare testi mai esistiti, ma si spinge addirittura a comporre pseudorecensioni per tutti gli inesistenti libri scaturiti dalla propria scintillante fantasia. Giungendo a scrivere un discorso ufficiale per il conferimento di un premio Nobel mai assegnato a un libro mai scritto. E anche se nella realtà il Nobel è rimasto per lui un sogno sfumato, il grande successo delle sue opere ha reso Lem uno dei più famosi autori europei di fantascienza del Novecento. Definizione che gli andava troppo stretta, proprio come accadeva al suo collega statunitense Philip K. Dick. «Non sono né un conoscitore né un amante della cosiddetta “science fiction”. A mio parere il meglio di quello che ho scritto sono alcuni libri che hanno un rapporto curioso con quel genere» ha messo in chiaro lo scrittore nell’intervista con Patrick Grossmann comparsa sull’ultimo numero della rivista tedesca Galore, quasi una sorta di testamento spirituale. Non erano infatti le diavolerie tecnologiche a interessare Lem, del tutto imperturbabile al fascino dei computer, anche se di recente aveva venduto le sue memorie di cittadino del patto di Varsavia a una società giapponese, e non per farne un libro bensì un videogioco. Verso il progresso nutriva ben poca fiducia: «chi sale in cima ha la certezza di una cosa sola – che tutte le strade portano in basso». Men che meno credeva alle pretese egalitarie di Internet o alle comunità di sviluppo “open-source”: «c’è da disperarsi. [...] Come si fanno a filtrare i pensieri più intelligenti e creativi? Non basta un programma, bisogna costituire delle commissioni». Sebbene avesse subito la dittatura Lem non era tenero con la sovranità riconquistata dalla sua Polonia: «siamo sinceri. Vi è un solo motivo per cui la democrazia è di moda – non c’è nulla di meglio. Ma oso mettere in dubbio che ciò porti automaticamente a una riduzione dei conflitti». Lem possedeva l’arte di stupire e avvincere di continuo. I suoi lettori lo sapevano bene. Nel fantapoliziesco L’indagine (1959), ad esempio, le forze dell’ordine si arrabattano con un crimine di cui addirittura non esiste né movente né autore e nemmeno l’esatta scienza matematica riesce a dipanare l’inspiegabile assurdità. Un esperimento letterario ripetuto con il racconto Katar (1976), ambientato tra Roma, Napoli e Parigi. Ma i misteri esplorati dai romanzi di Lem si celano soprattutto nelle profondità della psiche. Umana e non, come nel già citato Solaris (1961), in cui uno scienziato cosmonauta studiando un enigmatico oceano dotato di intelligenza propria si scopre turbato da allucinazioni che gli fanno rivivere dolorose esperienze del passato, come la morte della moglie, verso cui nutre profondi sensi di colpa.
Lo stesso Lem era un mistero a sé stesso: «non mi conosco. Non conosco la fonte da cui provengono le mie idee». Eppure, nonostante i molti libri fervidi di invenzioni e spunti di riflessione, non voleva essere considerato né un filosofo né tanto meno un visionario: «Certo potrei scegliere di agghindarmi con questa bella parola. Potrei anche mettermi lì ad ammirare ogni giorno le mie cinque lauree honoris causa conferitemi da università tedesche. Ma non si tratta di questo», confessava a Grossmann. Perché nonostante il successo e l’incredibile intelligenza (180 punti di QI), lo sguardo vivo e ironico di Stanislaw Lem non mancava di posarsi innanzi tutto su sé stesso. «Fosse per me» ammetteva sornione «si potrebbe buttare nella spazzatura un buon 30% delle mie prestazioni letterarie. Questo e quello invece si mantengono ancora». E a chi gli raccontava di aver letto tutti i suoi romanzi, rispondeva: «devo ringraziarla o scusarmi?».


