Pubblicato su La Stampa, 22 settembre 2004
Hitler era un pessimo pittore di acquarelli. E l'arte moderna, condannata come "degenerata", la detestava senza capirla. Eppure covò fino all'ultimo l'idea di fondare un prestigioso museo.
Al progetto artistico che infiammò il dittatore tedesco è ora dedicato un approfondito studio di Birgit Schwarz (Il Museo di Hitler, Böhlau Verlag, Vienna).
La storia delle numerose opere d'arte acquisite a prezzi di svendita o, il più delle volte, sottratte con la forza a inermi collezionisti dagli sgherri del Führer, non è mai stata del tutto chiarita. Considerevole fu lo scalpore suscitato a suo tempo dal ritrovamento, compiuto dagli alleati, della cospicua collezione di Hitler, celata nei meandri delle saline di Bad Aussee. La raccolta fu salvata per un soffio dalla distruzione totale. Sembra infatti che un gerarca nazista, constatando il rapido avvicinarsi della sconfitta, accarezzasse la possibilità di far saltare tutto in aria, per impedire che il prezioso gioiello del Führer cadesse in mano nemica.
Hitler tuttavia non trafugò le numerose opere per goderne in forma esclusivamente privata: tutti i cittadini del Terzo Reich avrebbero potuto ammirare il suo bottino.
Il «Führermuseum» avrebbe dovuto aprire i battenti nel 1950 presso la cittadina austriaca di Linz.
Tra le opere trovate nelle saline vi furono, come ricorda Joachim Fest nella sua biografia hitleriana, il celebre Altare di Gand dei fratelli van Eyck e la Madonna di Bruges di Michelangelo. A dispetto di quanto scrive Fest, le due magistrali opere non erano destinate al museo personale di Adolf Hitler. Non tutte le composizioni ammassate nei cunicoli delle saline servivano infatti per il «Führermuseum», che non ambiva al titolo di "più grande museo del mondo", secondo quanto afferma un'imprecisa vulgata, bensì doveva esporre una selezione di capolavori dell'arte europea di "ariana purezza".
L'unico inventario completo dell'intero patrimonio destinato a Linz venne confiscato nel 1945 dalle truppe sovietiche e trasportato a Mosca, dove giace tuttora sotto divieto di consultazione.
Merito della Schwarz è avere ritrovato, nella città di Berlino, 19 dei 31 album fotografici con i quali i responsabili del progetto museale, avviato nel 1938, rendevano periodicamente conto al Führer dello stato di avanzamento dei "lavori".
Grazie alla nuova documentazione scoperta, è ora possibile analizzare più a fondo le varie fasi del progetto, valutare il catalogo delle opere e ricostruire il lavoro di Hans Posse, l'esperto d'arte incaricato dal Führer, deceduto nel 1943 e sostituito da Hermann Voss. Questi, vedendo scemare sempre più la forza militare delle armate tedesche, adottò, rispetto al suo predecessore, una politica di acquisizione delle opere molto meno rapace, privilegiando l'acquisto e limitando la pratica del ratto brutale ad armi spianate.
Fu Hitler stesso a voler ampliare il catalogo del museo, inizialmente incentrato sul Diciottesimo e Diciannovesimo secolo, includendo lavori più antichi, tra cui anche un'opera ritenuta di Leonardo da Vinci, la Leda con Cigno degli Uffizi, ma che in realtà è solo una copia di scuola.
Tra i dipinti italiani, gli album contano 13 lavori del Tintoretto, 2 quadri del Tiziano e 2 del Veronese. Oltre ad alcuni Tiepolo, Parmigianino, Pinturicchio, Solimena e altri.
Una collezione del tutto priva di arte moderna, frutto di un gusto convenzionale e nel solco di una tradizione senza spettacolarità ma non scevra di una certa competenza.
Ancora nel suo testamento privato, redatto negli ultimi tragici giorni prima del suicidio, proprio quelli di cui tratta il nuovo film Der Untergang, Adolf Hitler parla della realizzazione della galleria di Linz come di uno dei suoi desideri più sentiti.


