L'infinito viaggiare di Claudio Magris
Nel nuovo libro di Magris, il viaggio come memoria degli affetti: da Vienna alla Foresta Nera
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, Aprile 2006
C’è chi parte cercando la fuga dagli altri, mettendosi in moto per scrollarsi di dosso cose o persone. Magris invece non viaggia mai solo. Se alcuni affetti hanno ormai preso altre e più celesti vie, egli tuttavia non percorre nuova o antica meta senza il vivido ricordo degli amici di allora, quelli con cui condivise il cammino. Così nel suo ultimo Infinito Viaggiare spesso la plastica descrizione di un luogo è anche ricordo di amici e compagni. L’esperienza del viaggio diventa innanzi tutto memoria dell’affetto che allietò il viaggio stesso, permettendo di riviverlo nella sua inebriante pienezza d’allora. Rievocare una Vienna nevosa diventa occasione per rendere omaggio al giornalista Alberto Cavallari, compagno di avventure e amico-maestro dello scrittore. I vicoli strani e nascosti della capitale austriaca fanno così sfondo a un’affettuosa elegia dell’amico scomparso, unico e importante come è ogni vero compagno.
Ma non meno cari e vicini sono gli autori conosciuti navigando tra i libri. Una visita a Berlino è occasione per far scorrere il pensiero all’opera di Theodor Fontane (1819 - 1898), il posato scrittore che in tarda età ebbe molte soavi e loquaci figlie di carta. Ricordando il vecchio abitante della Marca del Brandeburgo a Magris riesce in pochi tratti di spiegarci l’essenza del prussianesimo, quell’etica integerrima perché volta al trascendente nella quale tanti grandi scrittori e filosofi tedeschi si riconobbero, primo tra tutti il cristallino Immanuel Kant. Nel rievocare lo Junker Dubslav del fontaniano Signore di Stechlin lo scrittore triestino mette abilmente in luce il malinconico dissidio fortemente prussiano tra la legge morale, assoluta e immutabile e la molteplicità dell’esistenza, origine di una tensione diretta «a trascendere l’individuo in un valore più alto, cui egli debba sottomettersi». È questa una lacerazione interiore che invade anche l’animo del kleistiano principe di Homburg, milite uscito vittorioso da una battaglia proprio perché andato contro alle disposizioni dei propri superiori, e che per questo sperimenta il conflitto tra la propria verità soggettiva e quella superiore istanza di cui egli vuole essere fedele servitore.
Lasciando la Berlino gloriosa e imperiale per incamminarsi più a sud, Magris visita l’incantata Foresta Nera e s’avvicina così al «cuore della vecchia Germania». Entrando con lui nella ricca vegetazione di abeti a cavallo tra Francia e Svizzera scopriamo che la raccolta e laboriosa etica pietista qui permea i neri boschi di romantica intimità. Molti figli di queste selve hanno coperto di gloria la Germania e donato all’umanità intera opere immortali. Hermann Hesse (1877–1962) guardava all’Oriente, Friedrich Hölderlin (1770–1843) cantava il mondo greco, Schiller (1759-1805) poetava da Weimar, ma nessuno di loro dimenticò mai il piccolo borgo della Svevia in cui vennero al mondo. Oggi la “Schwarzwald” è in pericolo, gli abeti muoiono e con loro il bosco. Ma gli abitanti di queste terre non litigano e strepitano accusandosi l’uno contro l’altro. Insieme, invece, cercano una soluzione per ridare bellezza ai luoghi cantati da molti loro conterranei. Immerso nella quieta armonia dell’idillio boschivo lo sguardo ironico di Magris tuttavia non rinuncia a farsi motto di un altro famoso abitante della foresta. Parliamo del filosofo Martin Heidegger, quel pensoso «pastore dell’essere» che, intento a metitare dalla sua capanna sul nichilismo del mondo, correva talvolta il rischio di trasformarsi nel «luogotenente del nulla».
Dopo tutti questi anni di studio, l’amore di Magris per i grandi letterati con cui si è confrontato serba intatta la freschezza e la capacità seduttiva dei primi lavori proprio grazie al misto di curiosità, partecipazione e disincanto con cui egli si accosta all’oggetto dei propri studi. Visitando i pianerottoli di San Pietroburgo in cui il Raskol’nikov di Delitto e Castigo medita come uccidere una povera vecchia, capita allora allo scrittore di rivolgere “en passant” qualche pensiero affettuoso ma irriverente persino all’impeccabile Thomas Mann (1875-1955). Lodando con garbo e finezza I Buddenbrook, sorprendente capolavoro composto dal lubecchese a soli venticinque anni, Magris non tace la distanza tra il giovane autore della splendida saga famigliare e l’accigliato «custode e pedagogo» che Mann impersonò una volta calato nel ruolo di amministratore della propria immensa fama.
Il cammino di Claudio Magris, tuttavia, non percorre solamente i confini letterari e geografici della vecchia Europa, bensì prosegue in molti altri Paesi e culture del mondo. Visita l’Iran dei favolosi giardini, patria rigogliosa di antica cultura e affascinante poesia, oggi dispoticamente intento a proibire letture “immorali” come la Lolita di Nabokov. Prosegue il viaggio contemplando monumenti funebri di monaci buddhisti ad Hanoi in Vietnam, percorre poi la Cina in fermento e giunge quindi in Tasmania, patria di naufraghi, carcerati e uomini costretti a vivere alla cieca.
Ancora una volta l’approdo di Magris è così una terra lambita dall’acqua, dove posata la penna gli sarà facile immergersi nel flusso delle onde, per chiudere gli occhi e pensare di essere a casa. In Italia, nella sua Trieste, il luogo degli affetti più cari verso cui tutto il suo molteplice peregrinare da sempre converge.
Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Mondadori, Milano 2005, pagg. 243, € 17.


