Lo sguattero venuto da Berlino
I germanismi nascosti nella lingua italiana, da vasistas a kitsch
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2006
“Il mondo ospite a casa di amici” scandisce il pacioso slogan dei mondiali di calcio, scelto per sottolineare l’ospitalità tedesca, cercando di fugare antiche paure. Eppure, anche senza dover oltrepassare le Alpi, ogni giorno a casa nostra fa capolino un po’ di Germania. Molte sono infatti i germanismi accolti dalla lingua di Dante. E se di kitsch o kaputt è facile intuire l’origine tedesca, numerosi altri vocaboli si trovano talmente bene nel Belpaese da rendersi praticamente irriconoscibili.
Pochi ad esempio si aspetterebbero di trovare celata all’interno delle vasistas addirittura un’intera domanda tedesca: was ist das? (“che cos’è questo?”). Ovvero quello che si devono essere chiesti i primi stupiti acquirenti delle geniali finestre in grado di venire aperte rimanendo chiuse.
Talvolta certe espressioni tedesche, come del resto accade anche per molte altre parole di origine straniera, naturalizzandosi italiane modificano il loro significato originario. In Germania, ad esempio, nessuno si sognerebbe di festeggiare la recente cattura di numerosi capicosca parlando di un audace blitz della polizia. Da quelle parti, infatti, per acciuffare i criminali le forze dell’ordine preferiscono compiere una Razzia, termine che può indurre un orecchio italiano a sospettare i poliziotti tedeschi di metodi troppo spicci, quasi da vandali.
Passando da una lingua all’altra non di rado molti termini acquistano nuovi significati, del tutto sconosciuti in patria. Non c’è da stupirsi allora che nel trasformarsi creino un po’ di baraonda o, come si dice in Germania con un buffo termine di vago sapore italico, accada un bel Remmidemmi.
Per scovare la più interessante espressione teutonica tra le molte parole emigrate, il “Consiglio Tedesco per la Lingua” (www.deutschersprachrat.de) ha lanciato in questi giorni un concorso aperto a tutti. Anche a Bossi, il noto politico dal fine talento neologista che prima di venire a più miti consigli con Sua Emittenza soleva sbeffeggiarlo con lo scoppiettante appellativo di Berluskaiser. Questi a sua volta, forse invidioso dell’inventiva padana o magari ispirato dalle Sturmtruppen di Bonvi, un giorno attaccò come un panzer un suo allibito avversario tedesco dandogli del kapò in eurovisione. E se avesse potuto, siamo sicuri, per la rabbia lo avrebbe pure spedito in una stamberga a fare lo sguattero. Non pare che il malcapitato abbia gradito lo scherzo, ritendendo piuttosto un tale comportamento degno di psicoanalisi.
Sebbene la mentalità italiana sia spesso improntata a faziose divisioni tra guelfi e ghibellini, non si creda tuttavia che l’amore per i germanismi trovi adepti solamente a destra. Come si spiegherebbe altrimenti il fatto che Nanni Moretti abbia deciso di intitolare la propria casa di produzioni cinematografiche con il dolce nome di Sacher? E vogliamo forse illuderci che l’Antonio Di Pietro del «che c’azzecca?» non conosca la germanica origine del ruspante tormentone molisano, assurto a Leitmotiv delle sue celebri arringhe ai tempi di Tangentopoli (aihmè, una parola, questa, di pura origine italiana)? Solo chi avesse trincato troppa birra o brindato tutto il giorno a Riesling, magari facendo indigestione di strudel o Delikatessen potrebbe comettere un simile errore.
Sia come sia, c’è da stare sicuri. Sinistra o destra, molti connazionali tenteranno la sorte e parteciperanno al concorso: dopotutto c’è il Risiko di vincere un viaggio culturale a Berlino per due persone. Perché dai bimbi del Kindergarten ai filosofi esistenzialisti, dalle baite valtellinesi all’hinterland napoletano da secoli tutta l’Italia è un accogliente albergo per idee e concetti “made in Germany”.


