È nota la definizione del tempo data da Sant’Agostino: «Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so». Penso sempre a questa massima le rare volte in cui parlo del mio interesse per il buddismo Zen. Quando cerco di definirlo puntualmente ci riesco solo per sottrazione. Non è (solo) una religione, sebbene abbia un clero, un rito e varie scuole, non sempre in accordo tra loro. Non è propriamente una filosofia: della filosofia, anzi, lo Zen spesso si fa beffe. Questo avviene anche nella scuola Rinzai, forse una delle più intellettuali, che cerca di scardinare la mente a forza di koan, storie e indovinelli impossibili da comprendere con la mente razionale.

Lo Zen è soprattutto una pratica. La pratica di stare seduti e meditare, certamente. Ma anche una pratica di vita, di come si accetta la vita, di come si risponde ai fatti e a ciò che ci accade intorno.
Una delle caratteristiche più affascinanti dello Zen è la sua ironia paradossale.
I libri sull’argomento sono pieni di storie di monaci che, interrogati da giovani aspiranti meditatori, anziché sciorinare la loro conoscenza, sbalordiscono l’ascoltatore con azioni improvvise, risposte taglienti, senza dimenticare talvolta di assestare anche qualche ceffone. C’è del metodo in questa pazzia. Vi è la convinzione che nessun discorso, nessuna spiegazione possano portare alla tanto agognata illuminazione. A chi mastica di filosofia diremmo che il discorso dianoetico, ovvero il discorso razionale, quello che si articola per proposizioni logiche, nelle spiegazioni zen cede sempre il passo alla visione noetica, alla comprensione totale del tutto o quantomeno alla sua ricerca.
Tutto ciò potrebbe sembrare fumoso misticismo, o quantomeno molto teorico, e potrebbe indurre a perdersi in conversazioni dotte. Ed ecco allora il colpo ben assestato di canna di bambù con cui il maestro ti frusta la schiena, ecco la storiella bizzarra che cerca di mandarti in corto circuito, ecco il verso animalesco pronunciato da chi ti sembrava un serio dignitario. Tutti espedienti per scuoterti dalla pigrizia intellettuale, senza spingerti a credere che il contrario della razionalità discorsiva sia solo pura invenzione. Il maestro zen non vuole portarti in un mondo più irrazionale, bensì cercare di smuovere il dualismo necessario alla razionalità, per spingere la mente verso un piano diverso. Dico diverso, non superiore, per sfuggire all’accusa di chi crede che, perseverando con la meditazione, ci si voglia trasformare in un superuomo. Lungi dall’essere il conferimento di certi strani poteri, quello che lo Zen chiama Satori e che, con altra sfumatura, i buddisti chiamano Nirvana, altro non è che una maggiore consapevolezza della propria relazione col mondo.
Una delle frasi zen a cui sono più legato, riportata da D.T. Suzuki, spiega che, prima di raggiungere l’illuminazione, le montagne appaiono come le montagne e le acque appaiono come le acque. Solo quando si raggiunge il Satori si comprende che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. E dopo aver raggiunto questo stato di grazia, cosa dovrebbe succedere? Succede che finalmente si capisce davvero come le montagne siano montagne e come le acque rimangano le acque.
Tutto ciò evidenzia come, trascorso il breve momento in cui davvero un’illuminazione improvvisa può portare, in taluni, a un sobbalzo della mente, chi ha raggiunto il Satori non cammina dieci centimetri sollevato da terra. Semplicemente vive la vita di tutti i giorni con una coscienza diversa. La consapevolezza che il nostro mondo, fatto di separazione tra l’Io e il non-Io (direbbe Fichte), è pura illusione. Da questo non consegue che si possa vivere come spiritati, o che le leggi della fisica per noi vengano messe fuori gioco. Al contrario, lungi da ogni superomismo, lungi da un misticismo strisciante, la constatazione che il nostro Ego è soprattutto un ostacolo alla comprensione del tutto ci spinge, nello Zen, a una vita concreta. A una vita centrata. Fatta di meditazione, regole, ordine. Da vivere con la consapevolezza che forse non siamo al centro di tutto e che di certo tutto quello che pensiamo di aver capito, in fondo, è niente. Perché tutto passa e nulla è permanente. Che il dolore, quindi, è passeggero come lo siamo noi… senza troppo interrogarci su cosa noi davvero siamo.
Ecco perché, secondo me, è difficile definire lo Zen davvero una religione. Certamente esso nasce e si sviluppa nell’alveo del buddismo, ma del buddismo è forse una delle correnti più sobrie, alcuni direbbero, più aride. Quanta distanza corre tra il misterioso buddismo tibetano e la sobrietà disarmante dello Zen, portato dall’India in Cina da Bodhidharma e poi approdato e fiorito in Giappone. Reincarnazione, monoteismo o politeismo? Il maestro zen poco si cura della trascendenza. Questa non è mancanza di sensibilità. Semplicemente, poco importa alla nostra esistenza terrena ciò che accade nel mondo ultraterreno. Lo Zen non è cristiano, non ti spinge a comportarti bene per la paura di un Dio giudicante. Volendo, è una pratica molto più volterriana, secondo cui vale la pena comportarsi bene perché in fondo, come scrive Voltaire, «siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente i nostri torti, è la prima legge di natura».
Una vita improntata al buddismo Zen non cambia a seconda che si viva ancora o che si venga giudicati da uno o forse più di un dio. Una vita improntata allo Zen è regola, sobrietà e meditazione. E questo non per titillare il proprio egocentrismo. Al contrario, le storie zen sono piene di esempi di egoismi bacchettati, di ambizioni castrate, di egotismi scombussolati. Ci vuole molta disciplina per immergersi nello strano mondo dello Zen. Non come la disciplina e la forza d’animo di Huike che, racconta la leggenda, attese immobile nella neve davanti a Bodhidharma e, per provare la propria risolutezza, arrivò a tagliarsi un braccio, diventando il secondo patriarca (ma chi glielo faceva fare, ci chiediamo noi lettori moderni). Certe storielle di aspiranti monaci respinti alle porte dei monasteri parlano addirittura di attese di anni e anni. Naturalmente ogni storiella, tanto più se zen, va presa con le pinze. Ma certo non è un caso che questa branca del mondo buddista abbia avuto tanto successo tra i boschi e i monti del Giappone, dove sono fioriti i suoi luoghi di culto. L’abnegazione e la disciplina zen hanno molto contribuito a formare il codice dei samurai, come insegna Inazo Nitobe in Bushido. L’anima del Giappone. Ma l’aspetto caratteriale e la disciplina sono solo una parte, forse minore, dell’universo che si dispiega a chi si immerge nello studio di questa corrente buddista. Uno studio che è peraltro un grosso sbaglio, poiché è lo stesso Zen a ripeterlo: nessun libro sostituisce la semplice e pura pratica meditativa. Per noi occidentali, a furia di ridurre e astrarre, è difficile afferrare cosa sia davvero lo Zen. Ma, come direbbe un programmatore, questa è una feature, non un bug di questa scuola di vita. Pensare che bastino le parole a spiegare cosa sia lo Zen sarebbe come tentare di insegnare a un pesce a cosa serva una bicicletta. Assurdo? Inutile? Bizzarro? Scegliete voi.
Uno degli aspetti più liberanti, quando ci si avvicina a questo mondo, è l’imparare a capire come reagire di fronte a ciò che ci accade. Anche qui avvicinarsi allo Zen significa sempre una messa a terra. I fatti, ammoniva Wittgenstein, non sono cose: non li si trova per terra come ciottoli. Le ciotole, semmai, lo Zen ti manda a lavarle: racconta un vecchio koan che un monaco chiese al maestro Jōshū di istruirlo. «Hai mangiato la tua zuppa di riso?», domandò il maestro. «Sì». «Allora va’ a lavare la tua ciotola». Di certo i fatti accadono, e spesso ci vengono incontro. Talvolta ai fatti ci sbattiamo contro. La lezione zen, che naturalmente non vuole essere una lezione ma un indice puntato che lascia aperta ogni interpretazione, è quella dell’accettazione radicale della realtà. Non perché banalmente si creda che la realtà sia qualcosa di immutabile e separato da noi. Questo allo Zen non interessa: lo lascia alle discussioni tra i filosofi e i fisici. Per chi si interessa di Zen è fondamentale capire che il mondo che ci accade davanti significa, per noi, anche emozioni dolenti. Ma lungi dal negare il dolore, lungi dall’esortare a fare come se questo non fosse, la via zen all’esistenza spinge a una presa di coscienza radicale della nostra impossibilità di governare tutto quanto ci accade intorno. Questa presa d’atto, questo rifiuto dell’abbellimento, della bugia, questo rifiuto di svicolare in narrazioni edulcorate, questa radicale presa di coscienza della realtà come a noi appare, anche nei suoi aspetti più sgradevoli e dolorosi, è la premessa per modificare quello che davvero possiamo cambiare. Ovvero la nostra reazione a quanto ci accade. Perché spesso il dolore non sta nei fatti ma nella nostra elaborazione di essi, nel nostro scervellarci, nel nostro ingigantirli, nel nostro diventarne schiavi anziché semplicemente accettarli e comportarci, nei limiti del possibile, nella maniera migliore per superarli senza negarli.
Questo è il succo, forse, della meditazione. Il tentativo di fare vuoto dentro di sé, di cessare la contemplazione, il pensiero, la generazione di nuovo dolore sulla base di quanto ci è venuto incontro. Per questo meditare è difficilissimo. Diffidate di chi afferma di meditare correttamente. Buddha, racconta la tradizione, ci mise sei anni di ascesi e meditazione per raggiungere il suo Satori; molti di noi non riusciranno nemmeno in settanta volte sette anni a stare seduti meditando in pace. Ma questo non è un problema. Lo Zen è innanzitutto pratica, quotidiana, costante, indefessa.
Io medito da nove anni, dopo aver letto per più di vent’anni quanto importante fosse la meditazione. Credete che i miei venti minuti quotidiani siano scevri di pensieri? Tutt’altro: non credo di aver mai passato un giorno di meditazione in cui la mia mente sia stata davvero quieta. Per chi non è destinato all’abnegazione monacale, questo va bene così. Il viaggio è la via. La pratica costante basta a se stessa. Il Satori è una bella meta, ma non serve arrivare al Polo Nord per apprezzare la motocicletta. Lo sapeva Robert Pirsig che, nel suo libro di culto Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, avvertiva il lettore fin dalle prime pagine: quel testo non era molto accurato né sullo Zen né sulle motociclette. La meditazione, come l’arte di guidare una moto, basta a se stessa: non si fonda su un altro scopo. E, come chi corre ha già vinto la sfida contro chi rimane sul divano, chi medita, o cerca di farlo, già per questo si pone sulla via dello Zen.
Chi fosse arrivato sin qui, cercando un chiarimento su cosa sia lo Zen, con molta probabilità ora sarà ancor più confuso. Ma questo è il prezzo da pagare per chi cerca di capire quanto probabilmente si può solo esperire. Come il tempo di Agostino: sapere cos’è lo Zen, finché non si prova a spiegarlo.
Meglio interrompersi qui. E, domani, chissà, magari proviamo a fermarci dieci minuti, intenti solo a respirare.


