Loris Fontana, l'artista del bullone
Intervista al patron del Gruppo Fontana di Veduggio, tra i leader mondiali della produzione di viti e bulloni
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, Aprile 2005
Nel Timeo Platone scriveva che «tutto si tiene». Loris Fontana conferma. Dalla sua azienda, infatti, nascono le migliaia di viti e bulloni che «tengono insieme il mondo», come dice uno slogang pubblicitario della ditta.
Lo incontro a Veduggio, sede del Gruppo Fontana, azienda presente in 18 nazioni. In questo piccolo paesino brianzolo si trova il suo stabilimento, che si estende nella parte coperta per una superficie grande come 22 campi da calcio. Il personale di questa sola fabbrica potrebbe giocare un campionato con una cinquantina di squadre. I dipendenti di tutto il gruppo sono invece circa 2500.
Collegato allo stabilimento da un piccolo tunnel si trova il complesso direzionale, alle cui porte è collocata una fontana, naturalmente, decorata da una scultura di Cascella. Al quarto piano dell’edificio, fuori dalla sala della dirigenza, campeggia sul muro una riflessione di Einaudi sul senso del lavoro. E qui, certo, non è una “predica inutile”.
Loris Fontana mi accoglie nell’ampia sala riunioni.
Sul tavolo ha preparato un bel piatto di bulloni.
Cavalier Fontana, i suoi bulloni sono gustosissimi. Ne mangerei a quintali
Grazie, li produciamo con i migliori ingredienti.
Quanto costano?
Nulla. Quelli di cioccolato sono solo per gli amici, quelli “veri”, di acciaio, li produciamo per il mercato.
Quanti esattamente?
Circa 30 milioni di pezzi.
All’anno?
Al giorno
Di quelli al cioccolato vedo ne avete solo due tipi, al latte o fondente. Quelli “veri” quanti sono?
Dunque, dal punto di vista della resistenza ne facciamo circa 10 tipi. Se tuttavia parliamo della forma, beh, allora la varietà di bulloni è un po’ di più…diciamo circa 30.000 tipi, di cui un terzo sono standard e il resto studiati per esigenze particolari del cliente.
Di questi bulloni ogni settimana ne vengono prodotti circa 500 tipi, di cui 200 standard e 300 speciali.
Secondo quali criteri variate il piano di produzione settimanale?
Per i pezzi standard, in base alle esigenze di magazzino. Quando un bullone scarseggia a magazzino, riportiamo le scorte al massimo livello. Per i bulloni più importanti, quelli speciali, la produzione viene tarata in base alle esigenze del cliente per cui è commissionato. Se ad esempio è una fabbrica automobilistica, questa ci invia il suo programma informativo mensile di produzione al quale poi noi ci atteniamo.
Non correte mai il rischio di “sballare” il piano e sbagliare le quantità, ritrovandovi con tonnellate di bulloni superflui?
No, questo no!
Ma non capita proprio mai?
Beh, può capitare, ma riguarda, che so, solo lo 0,01% della produzione annua. Diciamo che se ad esempio la F.I.A.T. ti dovesse ordinare la produzione di un bullone per tre mesi consecutivi e dopo non costruisce più l’automobile, allora può capitare. Ma è una cosa altamente improbabile.
Per un comune mortale, un bullone è un bullone e stop. In che cosa si differenziano i 30.000 modelli che producete, oltre che nella grandezza?
Nella forma, nella qualità, nella resistenza e nella durezza. Una semplice vite standard può essere prodotta in 4000 tipi di differente qualità. E per ogni qualità vi possono essere diverse durezze, a seconda dei differenti scopi di utilizzo. Se poi andiamo sulla vite speciale, allora i tipi di bullone sono tantissimi. Non sembra, ma in un’automobile ce ne possono essere anche 100 tipi diversi. I bulloni della ruota o di un pistone in un’auto ammiraglia non sono quelli di un’utilitaria, perché le velocità e le sollecitazioni a cui vengono sottoposti sono molto maggiori e devono quinti garantire prestazioni maggiori.
Un punto di forza dell’azienda è l’investimento in ricerca e sviluppo, attestato dai riconoscimenti di vari laboratori internazionali
Sì, nella ricerca e negli investimenti impieghiamo l’8% del fatturato annuo. Per noi la ricerca è importantissima, come l’acqua per bere. Se un cliente ha bisogno di un nuovo bullone, vengono studiati appositamente 10, 15 anche 18 prototipi prima della produzione vera e propria. Una prima parte delle ricerche è sul disegno geometrico del nuovo bullone, poi vengono gli studi di fattibilità, ovvero: il prototipo si rompe o resiste?
E negli anni, con l’aumento delle prestazioni dei motori, sono aumentate sempre di più le richieste per bulloni speciali.
Quanto conta l’innovazione di prodotto (nuovi bulloni) e quella di processo (nuovi metodi di produzione del bullone)?
Vanno di pari passo. A un nuovo bullone deve corrispondere spesso una nuova macchina che lo produce, studiata appositamente per creare quel particolare pezzo. Molte macchine che acquistiamo dai nostri fornitori sono come bicchieri vuoti, che a seconda del tipo di bullone da produrre vengono “riempiti” con diversi meccanismi.
Nei prossimi anni ritiene ci saranno innovazioni al riguardo?
Non penso che a breve si riuscirà ad aumentare la velocità di produzione attuale, ormai a livelli elevatissimi. Anche le materie prime sono state studiate e ristudiate. Solo fino a vent’anni fa si utilizzavano più di 100 acciai, oggi non più di una dozzina.
Quali acciai sono rimasti?
Nessuno, sono tutte nuove leghe, spesso studiate dai nostri laboratori. Ricordo che per convincere le fabbriche automobilistiche ad abbandonare i vecchi acciai ci abbiamo messo più di vent’anni, ma poi hanno ceduto di fronte alle nostre innovazioni. Queste nuove leghe, oltre a permettere una produzione molto più razionale, sono fatte di materiali estremamente duttili e malleabili, che si lasciano lavorare come polenta! Le nostre soluzioni hanno avuto un impatto mondiale e oggi sono diventate il riconosciuto standard nazionale di mercato. Avessimo brevettato tutte queste ricerche…
Dal futuro al passato. Prima di produrre bulloni a milioni, cosa faceva? Ci racconti di quando portava i calzoni corti anziché il doppiopetto.
Mio papà Luigi faceva il fabbro. E io da ragazzino, erano i primi anni ’30, lo aiutavo pestando il carbone da mettere in fucina. Dopo aver fatto la quinta elementare sono andato alle scuole professionali serali di disegno. A diciotto anni, insieme con mio fratello Walter, ho vinto un concorso nazionale per la realizzazione di un oggetto in ferro battuto. A casa aiutavamo nostro papà nell’officina. Tutte quelle ringhiere sulle scale delle antiche case di Milano, diciamo quelle prodotte tra il ’35 e il ’38, le abbiamo fatte noi. Mentre noi due fratelli tenevamo il ferro, nostro padre, che aveva due bicipiti grossì così, lo pestava ripetutamente col martello…non era un lavoro facile.
Con la guerra calò molto la domanda di ferro battuto e allora mio papà cominciò a fare maniglie per mobili. Io andavo in giro in bicicletta a venderle. Dopodichè passammo alla produzione di interruttori della luce, fino a circa il ’42.
Poi tornò mio fratello dalle armi e cominciammo a studiare assieme macchine per costruire bulloni. Nel ’44-’45 fabbricammo a mano la nostra prima macchina, seguita poi da numerose altre. Qui fuori sul giardino del centro direzionale sto creando un museo all’aperto con tutte le macchine che abbiamo inventato. Per ora ci sono 17 pezzi esposti, ma conto di arrivare a una cinquantina.
Nel 1952 nasce la ditta Fontana
Più che farla nascere l’abbiamo trasformata. Da produzione famigliare di maniglie e interruttori è diventata una bulloneria. Secondo mio padre, che era per altro un gran lavoratore, io lavoravo troppo!
Per la famiglia Fontana il ’68 significa la scelta di espandersi. In quell’anno cominciate le acquisizioni che vi porteranno a diventare un gruppo industriale multinazionale.
In quel periodo c’erano molte industrie di bulloni in crisi, che rischiavano di andare in malora. Ne abbiamo comprata una e l’abbiamo rimessa in piedi. Poi un’altra e un’altra ancora, risanandole tutte. Un’azienda l’abbiamo acquisita dal vecchio proprietario, desideroso di smettere l’attività, un’altra perché era morto il fratello che faceva andare avanti la baracca. Insomma, dietro l’acquisizione di ogni azienda c’è stata sempre una storia particolare.
Nel 1989 acquisite l’Industria Bulloneria Speciale, togliendola dalla sfera d’influenza della Fiat (peraltro vostra cliente). È un colpo grosso. I giornali ne parlano, voi invece pubblicate a fatica un comunicato stampa. Perché questa ritrosia a parlare e a far parlare di sé?
Siamo sempre stati schivi e riservati. È un po’ lo stile della Fontana.
Nel 1992 muore suo fratello Walter, con il quale fino a quel momento lei aveva diretto l’azienda. Come siete riusciti a gestire assieme il comando?
Avevamo due caratteri diversi che si compensavano. Lui era più espansivo, adatto per il settore commerciale. A me è sempre piaciuta la meccanica, la mia indole è quella di produrre. Devo fare qualcosa tutti i giorni, altrimenti non mi sembra di aver lavorato.
Walter è stato senatore della Repubblica per la D.C. e promotore del disegno di legge sulla provincia di Monza e Brianza
Walter era un uomo in gambissima e molto generoso. Presidente per 15 o 16 anni dell’Unione Industriali. Da senatore è lui, insieme ad Andreotti, che ha fatto le strade per arrivare a Monza. Ha sempre lavorato. Ma, soprattutto, invece che per la ditta, lavorava per il prossimo. È lui, insieme a un amico prete, che ha fatto tutti gli impianti sciistici di Bormio, quando lassù non c’era niente. Era un uomo estroverso, non aveva mica il mio carattere. Anche in questo ci compensavamo.
Nel 1994, con la bulloneria G.F.D., fate compere in Francia e diventate il primo gruppo italiano ad acquisire una bulloneria dai cugini d’oltralpe
Il primo e l’unico gruppo. Nel ‘94 abbiamo comprato il 50% dell’azienda. Poi, nel 2001, caduta ogni perplessità dei francesi, magari un poco sciovinisti, abbiamo acquisito totalmente il complesso. In Francia per noi è stato come andare a Brescia…ci siamo subito trovati bene perché si respira aria di Brianza.
La Fontana esporta molto all’estero. Ora però sono gli altri a venire in Italia…
Sì, ma noi comunque ogni anno esportiamo sempre di più.
…come vive la sua azienda la concorrenza straniera? Anche per voi la Cina si avvicina?
La concorrenza straniera non ha la qualità dei nostri prodotti. E perciò non ci impensierisce. Quanto ai cinesi e ai loro prezzi, penso arriverà presto anche per loro il momento in cui cominceranno a voler mangiare qualcosa e a richiedere condizioni di lavoro più decenti.
Secondo me, quello che ultimamente dà più fastidio è il valore del dollaro, che così deprezzato sfavorisce le esportazioni.
E la concorrenza interna? La Brianza sorprende. Veduggio non si accontenta infatti di essere sede della Fontana, ma ospita anche l’Agrati, altra grande fabbrica di bulloni
Tra le due aziende vi è reciproca stima. E forte concorrenza, ma concorrenza leale.
Fosse tutta Veduggio, l’Italia starebbe a cavallo. In realtà da tempo ormai si sente parlare del declino industriale del nostro Paese. Grandi nomi spariscono, altri vengono acquisiti da società straniere. Che tempi sono, secondo lei, quelli che sta passando l’”azienda Italia”?
Non è certo un bel momento, ma è così anche per altri stati, come ad esempio per “l’azienda Germania”. Per questo non mi fermerei all’Italia. È l’Europa tutta che si trova economicamente in crisi. Ma sono fiducioso che le cose cambieranno.
Sul lungo periodo dunque lei è ottimista?
Diciamo che non sono pessimista.
Torniamo alla sua azienda. Nello stabilimento di Veduggio si vedono appesi ai muri cartelli che esortano alla soddisfazione del cliente: per chi producete i vostri bulloni?
Per la Caterpillar, che forniamo dal 1963, per la Volkswagen, la Mercedes, la F.I.A.T., la Porsche e tante altre aziende automobilistiche.
Oltre all’industria dei motori, servite anche altre aree di mercato?
Serviamo i costruttori di ponti, di case, delle opere di ingegneria edile.
Fornite bulloni per l’industria delle armi?
No. Non ci è mai capitato di fornire bulloni a fabbricanti d’armi. Che poi aziende come la Caterpillar producano anche carrarmati o che la Lancia di un tempo producesse anche camion militari, queste sono decisioni loro.
Ritornando ai cartelli, nello stabilimento qui vicino altre scritte esortano i lavoratori all’operosità. Quanto conta il personale in una fabbrica di bulloni in cui tutto è controllato automaticamente?
Non tutto…sarebbe un po’ difficile.
Su certi tipi di bulloni garantite il 100% di assenza di difetti!
Sì ma l’uomo ha sempre una parte rilevante in ogni processo. E come in tutte le aziende, il personale conta moltissimo. L’essere umano è insostituibile.
Com’è il rapporto proprietà e sindacato alla Fontana? Lei conosce molti dei sui dipendenti?
Il rapporto è buono. E io i miei dipendenti li conosco tutti.
È vero che avete costruito le case per vari dipendenti?
Sì, abbiamo costruito 150 abitazioni per gli operai. In paese lo chiamano il “villaggio Fontana”. Ma Veduggio in sè è un paese generoso.
Cosa intende?
Si cerca di aiutare. I dipendenti della Fontana, ad esempio, hanno promosso varie collette benefiche. Due anni fa a favore dei famigliari dei carabinieri caduti a Nassirya, lo scorso gennaio per le vittime del maremoto nei paesi asiatici. Ci tengono molto a fare beneficenza. A queste iniziative poi si unisce anche la proprietà, raddoppiando il ricavato raccolto. Insomma, da una parte o dall’altra il denaro per i bisognosi è bene che alla fine venga fuori.
È vero che ogni domenica lei ricontrolla personalmente i programmi di produzione dei 500 tipi di bullone da prodursi nella settimana successiva?
Sì. Lo faccio anche per mantenermi aggiornato. Soprattutto adesso che, ormai a 85 anni, non sono più presente ogni giorno nelle officine, ma attivo soprattutto nell’area di controllo.
Ha così poca fiducia nei suoi tecnici?
No. Per loro ho una fiducia illimitata. Il mio impegno domenicale nasce dalla passione. Ma d’altronde, se non rimango aggiornato vado fuori fase…come posso non sapere cosa succede nella mia azienda?
I suoi 3 figli sono ormai da tempo al controllo della società, com’è allora che la parola del padre rimane tuttora legge?
Uhm…mica vero, chi l’ha detto?
I suoi figli, quando ho visitato lo stabilimento
Beh…loro fanno bene a dire queste cose, ma non è vero. Io, per forza di cose, ho l’esperienza. Ma tutto viene sempre discusso assieme.
All’azienda ci sono arrivati convinti o è stato lei a spingerli sulla via del bullone?
Convinti, convinti. Non ho spinto nessuno.
Quale ruolo svolge sua moglie per l’azienda e il suo successo?
Mia moglie ha fatto un lavoro enorme. Quello di avere allevato 3 figli così. E di non interessarsi se io vengo a casa dal lavoro alle 9 o alle 11 di sera, lamentandosi che le faccio poca compagnia.
È vero che lei lavora sempre, e quando non lavora pensa al lavoro?
Quando avevo vent’anni pensavo anche alle ragazze…ma poi, beh, per tanti anni ho lavorato 15-16 ore al giorno.
Cavaliere del lavoro suo fratello, cavaliere del lavoro lei. Scusi la “marzullata”, ma alla Fontana si lavora per vivere o si vive per lavorare?
Mah, se mi dice che gli operai vivono per lavorare, non ci credo. Se dice che io lavoro per vivere non ci credo neppure. Io direi un po’ diversamente, che si vive convinti di voler compiere il proprio lavoro e portare avanti la propria azienda. Quella tra vita e lavoro è una contrapposizione sbagliata. Sono due aspetti che si compensano, e per questo non si possono dividere. Legga cosa dice la targa di Einaudi là fuori.
Si è mai immaginato una possibile vita via dal bullone?
Direi proprio di no. Ho legato il mio destino ai bulloni.
Diciamo che l’ha avvitato. Ma mi dica, quando non si dedica ai bulloni, come impiega il suo tempo?
Mi piace molto l’arte, pittura, quadri, statue. Guardo la mia collezione e l’ammiro. È tutta di arte moderna, dal Novecento in avanti. L’altra non la capisco.
Ha anche delle tele di Lucio Fontana?
Sì.
Per il nome?
No, perché è innovativo, come la Fontana.
La sua azienda fa anche ridere. Cavaliere, era presente tempo fa alla rassegna di comici nazionali del Teatro Manzoni di Monza sponsorizzata dalla sua azienda?
No ero a lavorare.
Se il pubblico non si fosse divertito, visto lo sponsor avrebbe fatto bene a tirare a Giobbe Covatta i suoi bulloni?
Si, ma quelli di cioccolato.


