Pubblicato su ADESSO, luglio 2019
Certe mamme, quando si arrabbiano, tirano le ciabatte. Sofia Corradi invece ha inventato il progetto Erasmus. Perché se dagli anni Ottanta quasi quattro milioni di studenti europei hanno avuto la possiblità, nell’ambio del loro percorso accademico, di vivere e studiare in un’altra nazione, alimentando quell’arricchimento umano e spirituale proprio di ogni varcamento dei confini, in buona parte lo si deve alla signora Corradi.
Tutto nacque negli anni Cinquanta quando la giovane studentessa romana, tornando da un anno di permanenza presso la prestigiosa Columbia University di New York, dovette subire un’amara umiliazione. Gli impiegati dell’ateneo capitolino a cui si era rivolta per convalidare il Master in diritto comparato conseguito presso l’università americana, si rifiutarono di accettare i titoli accademici stranieri, dileggiandola pubblicamente per essersene andata in vacanza, anziché a studiare.
Ottenuto un posto presso l’ONU, Sofia coltiva per anni la propria idea europeista, dovendo subire gli sfottò dei burocrati provinciali, che la punzecchiavano accusandola di voler spedire ragazzi italiani in Germania per aiutarli a rincorrere le bionde bellezze nordiche.
«Io spiegavo che in Italia potevano inseguire le brune, ma non era quello il problema» ha raccontato non senza ironia la dottoressa Corradi intervistata qualche anno fa in occasione del conferimento del premio europeista “Carlo V” assegnatole dal Re di Spagna Filippo IV e dall’allora presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. «Se uno non aveva voglia di studiare non avrebbe dato esami comunque. Quello che contava è che gli esami passati all’estero fossero ritenuti validi in Italia».
Fortunatamente nel Belpaese vi è anche qualcuno al Ministero della Pubblica Istruzione che prende seriamente gli appunti della dottoressa Corradi, tanto che nei primi anni Settanta le sue idee diventano la base per un disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri, nonché costituiscono il cuore degli incontri bilaterali con Francia e Germania volti a riflettere sull’opportunità di dare loro concreto seguito, elaborando un progetto di scambio universitario a livello europeo.
Grazie anche alla stampa italiana, che riferisce ai proprio lettori di questi primi movimenti verso un fine tanto bello quanto ambizioso, anche nella popolazione si comincia a fare strada con sempre più insistenza l’idea dell’opportunità di uno scambio universitario internazionale. Ma tutto ciò non basta. Per vedere realizzata la sua visione, Sofia dovrà lottare ancora per quasi un ventennio. «Ogni nuovo documento e ogni tabella la duplicavo in decine di copie con il ciclostile, e inviavo lettere a rettori, docenti, politici, europarlamentari. 18 anni di battaglie, di piccole e grandi sconfitte, in cui ho rotto le scatole a tantissima gente. L’unica cosa che sopravviveva era il mio promemoria, che continuava ad essere usato come modello di riferimento».
Nel 1976 una prima vittoria. Studenti italiani che hanno sostenuto esami in Francia vedono riconosciuti – seppur a fatica – i propri titoli presso l’università italiana. Inizia un decennale processo di sperimentazione che si conclude finalmente nel 1987.
È l’anno della vittoria per Sofia e per tutti gli studenti europei. Dalla volontà di una singola donna, sostenuta dalla propria lungimiranza e – in parte - contrastata dalla miopia di una miriade di burocrati nazionali ed europei, nasce ufficialmente nel 1987 il Progetto Erasmus: un sogno divenuto quotidianità per migliaia di studenti tra Lisbona e Riga, tra Helsinki e Atene.
Se oggi ci pare normale progettare per noi o i nostri figli un periodo di studio all’estero, in fondo lo dobbiamo a Sofia e alla sua tenacia, che ha permesso di abbattere i confini.
Quelli fisici e quelli nella testa di chi teme il navigare negli spazi aperti.


