Mann torna a Lubecca con gli «Dei» di Wagner e l'assoluzione dei critici
Si conclude a Lubecca la settimana di celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della morte di Thomas Mann
Pubblicato su La Stampa, 14 agosto 2005
«La dove sono io, lì è la Germania. Porto con me la cultura tedesca». A cinquant’anni dalla morte dello scrittore, la celebre frase di Thomas Mann (1875 – 1955) ha ricevuto in Germania una nuova conferma della propria inoppugnabile validità. Con la cerimonia conclusiva di ieri, alla quale hanno preso parte Horst Köhler, presidente della Repubblica Federale e Marcel Reich-Ranicki, il più famoso critico letterario tedesco, si è conclusa a Lubecca la settimana di festeggiamenti che la città ha dedicato al suo più celebre rappresentante. Nelle viuzze d’impronta medioevale del borgo anseatico lo scrittore, figlio di agiati commercianti, ambientò la saga dei Buddenbrook (1901), magistrale narrazione del progressivo declino di una dinastia patrizio-borghese. In un primo tempo, a causa dell’eccessiva somiglianza di alcuni suoi personaggi con gli onorevoli abitanti di Lubecca, il romanzo provocò «scalpore e arrabbiature». Non ci volle molto, però, affinché si capisse che l’opera manniana avrebbe portato gran lustro alla città, il cui “ethos” produttivo e borghese venne elogiato dallo stesso Mann anni dopo nel saggio autobiografico Lubecca come forma di vita spirituale (1926).
La manifestazione si è svolta nella solenne cornice della Marienkirche, la chiesa in cui Mann venne battezzato, situata di fronte alla casa paterna presa a modello per descrivere la magione dei Buddenbrook. Le maestose note della Caduta degli dei di Richard Wagner ne hanno scandito l’avvio, a ricordo del profondissimo legame che univa l’autore della Montagna Incantata (1924) al compositore tanto amato e criticato anche da Friedrich Nietzsche.
Il discorso commemorativo di Horst Köhler ha sottolineato l’universalità del messaggio profondamente umano dell’opera di Thomas Mann. Senza nascondere l’iniziale difficoltà della Repubblica Federale a «trattare con uno dei suoi più celebri figli» che, tornato dall’esilio americano, decise di non vivere più in Germania, bensì stabilirsi a Zurigo in Svizzera e lì venire sepolto. Se l’arte manniana illumina del suo pregio la cultura tedesca, ha dovuto constatare con rammarico il presidente Köhler, la sua spoglia mortale tuttavia «non ci appartiene». Nondimeno, se «la cultura serve per trovare la propria identità», anche grazie all’opera di Mann è stato possibile edificare una nuova Germania dopo la barbarie nazionalsocialista.
Nel brioso discorso di Reich-Ranicki sarebbe piaciuto a Thomas Mann il ricorrente avvicinamento compiuto dal critico tra il festeggiato e l’olimpico Goethe, il cui cinquantesimo anniversario di morte non fu peraltro sentito «come un avvenimento nazionale», quale invece si è dimostrato quello di Mann. E la pubblicazione, avviata negli anni ’70, dei diari manniani, dotati di «poco valore letterario» ma ricchi di annotazioni su quel «nevrotico ipocondriaco pieno d’ansie» che era Mann, anziché demolirne la figura pubblica ce lo ha reso ancora più vicino e interessante. Il critico non si è infine risparmiato sibilanti frecciate sia contro i molti intellettuali tedeschi del dopoguerra, che troppo presto hanno proclamato Mann uno scrittore da relegare in soffitta, sia contro le schiere di quegli studiosi che indulgono feticisticamente sui minimi dettagli dell’opera manniana. Scoprendo poi magari ciò che i lettori già da tempo hanno capito intuitivamente, come l’aspetto omoerotico della sua prosa, oppure dando alla luce noiosi o ridicoli trattati. «Mentre noi siamo qui a celebrarlo, sicuramente in qualche parte del mondo si starà ora pubblicando qualche inutile saggio su Thomas Mann», ha sentenziato Reich-Ranicki, «qualcosa come l’analisi della matita o del sigaro intesa come metafora fallica nella sua opera». Molto più benevolente si è rivelato nei confronti del nostro Luchino Visconti, di cui ha lodato la trasposizione cinematografica del celeberrimo racconto La morte a Venezia (1911). Ricordando poi con piacere che la saga dei Buddenbrook, sebbene più volte filmata, verrà di nuovo portata sugli schermi televisivi, questa volta da Heinrich Breloer, già regista di una lodatissima trilogia sulla famiglia dei Mann.
La brillante conferenza del critico letterario più temuto della Germania ha suggellato con una dotta ironia la settimana celebrativa iniziata lunedì scorso con il conferimento del Premio Thomas Mann. Con il prestigioso riconoscimento, consegnato solamente ogni tre anni, questa volta i giurati hanno voluto onorare lo scrittore settantaseienne Walter Kempowski, costretto in gioventù dalle forze di occupazione russe a subire 8 anni di lavoro forzato con l’accusa di aver svolto attività “anti sovietica”. Grazie al suo smisurato archivio, Kempowski ha potuto di recente concludere con successo la pubblicazione di Echolot, un eccezionale “diario collettivo” in più volumi composto da memorie relative alla Seconda Guerra Mondiale, pazientemente raccolte ascoltando la testimonianza di molte persone comuni che l’hanno dovuta subire. Dopo la consegna del premio è stato un susseguirsi ininterrotto di mostre, concerti, simposi, presentazioni di libri e conferenze, tenute dai più rinomati studiosi di Thomas Mann, tra i quali Hermann Kurzke, autore di una biografia manniana di prossima uscita in Italia.
La kermesse culturale in onore di Mann avrà una coda mercoledì prossimo, quando il canale televisivo tedesco ZDF trasmetterà in via eccezionale una nuova puntata del seguitissmo Quartetto letterario di Marcel Reich-Ranicki, la trasmissione culturale mandata qualche anno fa in pensione dal suo imprevedibile conduttore, con grande rammarico dei numerosi fan. Per l’occasione il Quartetto letterario verrà trasmesso dalla località balneare di Travemünde, nelle vicinanze di Lubecca, dove Thomas Mann trascorse «i giorni più felici» della sua vita e la sfortunata Tony Buddenbrook visse il suo unico e vero fugace amore.
A differenza di Günther Grass, l’altro scrittore premio Nobel di Lubecca, peraltro non visto alla cerimonia di sabato, Thomas Mann rientra nelle grazie dell’irascibile Reich-Ranicki. Si può quindi stare sicuri. Mercoledì prossimo non capiterà sentire il pungente critico inveire contro l’autore perché uno dei suoi libri non gli è andato a genio.


