Mario Galbusera, il mago dell'arte bianca
Intervista al Cavaliere del Lavoro, dal 1970 consigliere della Banca Popolare di Sondrio
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, aprile 2004
Per sapere se Mario Galbusera è in stabilimento, al centralinista della reception non servono attese e giri di telefonate. Gli basta dare un’occhiata per vedere se la biciclettina targata «sig. Mario» è parcheggiata all’interno della fabbrica. In tal caso, e non accade spesso, deve esser fuori sede. Quello è infatti il mezzo usato dal cavalier Galbusera per girare fra le 8 linee di produzione sparse su 40.000 m2 dello stabilimento, a cui si aggiungono i 52.000 m2 all’aperto.
Mario Galbusera, oltre a condurre una bicicletta targata col suo nome, da 50 anni guida un’azienda che ha fondato e porta il suo cognome: la Galbusera S.p.A. Anche se i successi di mercato del grande complesso alimentare, dal fatturato annuo di circa 85 milioni di euro non si devono tanto all’etichetta del “made in Valtellina” quanto piuttosto all’alto standard di qualità, di fatto però la Galbusera, producendo in Valtellina, ha intercettato con gli anni tutta la clientela turistica che aveva prima solo un’immagine televisiva dell’azienda. Lo spaccio dello stabilimento di Cosio, vicino a Morbegno, è così diventato una tappa fissa per tutti i viaggiatori che, entrando o uscendo dalla valle, corrono a far scorta di biscotti Galbusera.
È qui che incontro il «sig. Mario», un uomo dall’espressione serena, discreto e schivo. Durante tutta l’intervista non si leva mai il camice bianco che indossa, pronto com’è a rituffarsi nello stabilimento, una volta finito l’interrogatorio. Pedalando, naturalmente, sulla sua bicicletta.
Partiamo dall'inizio, quando il futuro capitano d’industria era solo un ragazzo. La famiglia. Quali sono stati i primi passi?
Mio nonno aveva una panetteria e mio padre era un pasticcere. Ha lavorato a Milano e in Svizzera. Nel 1921 ha poi fondato a Morbegno una pasticceria, aprendo anche il Folcher, un caffè del centro. Questo è stato l’inizio della nostra storia.
Quante pasticcerie c’erano a quel tempo in paese?
Solo tre. Mio papà, un gran bravo pasticcere, venne da subito apprezzato, mentre mia mamma aiutava nel caffè.
Quindi lei è figlio d’arte (bianca) e da giovane avrà appreso presto i rudimenti del mestiere…
Sì, io studiavo regolarmente all’istituto di ragioneria, ma d’estate mio padre mandava me e i miei fratelli in laboratorio ad imparare e in giro a vendere i nostri prodotti.
Aiutava suo padre più per dovere o per piacere?
Era un lavoro che mi piaceva, ma certo mio papà era un tipo severo…erano altri tempi, e d’altronde se non fossi riuscito bene a scuola, sarei subito stato spedito a lavorare a tempo pieno!
Poi cosa è successo?
Nel periodo della guerra, alle piccole industrie alimentari veniva assegnato un certo quantitativo di zucchero, burro e farina. Allora mio padre decise di acquistare una piccola stampatrice di biscotti, per ingrandirsi un poco, ricevendo così le assegnazioni di materie prime. Finita la guerra io, aiutato dall’esperienza di mio padre, ho pensato di sviluppare il lavoro nel laboratorio del negozio di pasticceria.
Forse il vostro prodotto riscuoteva popolarità anche perché simboleggiava l’affrancarsi dalle privazioni della guerra?
Può essere, ma anche perché il prezzo era veramente accessibile.
Quando ha deciso di fare il salto dall’artigianato alla produzione industriale?
Durante il mio periodo universitario ho comprato con mio padre le prime macchine industriali, fabbricate a Torino, dove oltre alla tradizione della pasticceria vi era anche una rinomata industria di macchine alimentari. Quando le macchine sono arrivate in laboratorio, mi sono entusiasmato e ho preso la decisione di abbandonare gli studi per dedicarmi interamente, insieme con mio fratello Enea, alla produzione dei biscotti. Così al mattino li producevamo e di pomeriggio giravamo con un motocarro, quasi come degli ambulanti, vendendo le nostre scatole ai negozietti. Visto il successo che riscuotevano i nostri prodotti, decidemmo di aprire un primo capannone con degli impianti un po’ più importanti. Era il 1950.
E così sono cominciate le assunzioni. Quanti operai avevate alle vostre dipendenze e quanti siete ora?
In poco tempo ci siamo ingranditi abbastanza, e in quegli anni già circa 50 operai lavoravano con noi. Adesso siamo in tutto circa 400 tra dipendenti e collaboratori esterni.
Che rapporto ha il personale con la sua azienda?
Molto buono. Sono affezionati al proprio lavoro e io sono affezionato ai miei dipendenti.
Come mai questo attaccamento reciproco?
Bah...forse perché mi vedono ogni giorno in stabilimento. Sono sempre stato molto presente in azienda. Veda, un industriale deve essere consapevole che decisioni sbagliate della direzione hanno spesso grandi costi sui lavoratori, senza che questi ne abbiano colpa. Oggi invece il management di molte aziende privatizza i profitti, ma socializza i costi. Non è giusto.
A proposito di dipendenti. È vero che il comico Enrico Beruschi ha lavorato per la Galbusera?
Sì, era ragioniere contabile a Milano. La mattina arrivava sempre un po’ addormentato. Un giorno gli ho chiesto «Beruschi, che succede?», e lui «sig. Mario, è che la sera faccio cabaret e torno tardi».
E Lei come l’ha presa?
Vista la passione che ci metteva, gli ho consigliato di tentare seriamente. Se non avesse avuto successo, gli ho detto, l’avrei ripreso come contabile. Poi è diventato famoso col Drive In. Io lo sento tuttora, mi telefona e alle volte viene a far visita ai vecchi colleghi.
Torniamo agli esordi. La qualità del prodotto, l’armonia aziendale e un mercato senza grandi barriere all’ingresso hanno contribuito al successo iniziale del vostro prodotto. Ma com’è proseguita la crescita?
Nei primi anni ’60 lo stabilimento con due linee a Morbegno era diventato troppo piccolo, allora nel 1965 abbiamo acquistato a Cosio in Valtellina un terreno per costruirci il primo capannone dell’attuale complesso, installandoci due forni di cottura lunghi 80 metri, a quel tempo tecnologicamente molto avanzati. In quegli anni ci dette un grande aiuto il B.I.M. (il bacino imbrifero montano), che con un prestito di 30 milioni di lire a tasso agevolato favorì gli investimenti necessari all’ingrandimento.
E suo padre lavorava con voi?
Non più. Lui era molto prudente e previdente e presto lasciò liberi me e mio fratello di perseguire i nostri sogni, per ritornare così a dedicarsi esclusivamente al negozio di pasticceria. Giustamente non voleva mettere a repentaglio la propria attività ben avviata. Disgraziatamente però nel 1966 mio fratello Enea morì in un incidente di caccia, e io mi sono trovato di colpo senza un fratello e solo nell’attività.
Devono essere stati anni molto duri…
Molto. Per vent’anni mi sono svegliato alle 5 e mezza di mattina per poter essere in stabilimento alle 6, ritornando a casa solo verso le 10 di sera. Avevo degli impegni importanti con le banche, lo stabilimento di Morbegno da tenere in funzione e quello di Cosio da avviare, cinque figli miei e tre di mio fratello da accudire.
In pratica, ha adottato i Suoi nipoti?
Sì, da quel triste momento li ho considerati miei figli a tutti gli effetti. Ora sono anche soci nell’azienda e tutti partecipano in un modo o nell’altro alla sua gestione.
Un gesto generoso e ammirevole. Ma con tutti i problemi che ha avuto, non si è mai perso d’animo?
No, mai. Sono sempre stato mosso dal desiderio di lavorare per l’azienda. Ho avuto anche, come le dicevo, dei momenti difficili economicamente, ma non ho mai smesso di dedicarmi all’azienda e di concentrarmi sul mio lavoro, su quello che sapevo fare, senza strane avventure. Oggi invece certe industrie privilegiano sempre più la finanza rispetto all’attività industriale. Io, e ne sono orgoglioso, dagli anni ’60, dopo che ho ripagato tutti i miei debiti, non ne ho mai più fatto uno. Ho investito solo quando avevo i soldi. Certo, questo può essere stato alle volte un freno per l’azienda, ma mi ha dato sicurezza e tranquillità.
Un ruolo importante per lo sviluppo dell’azienda nella distribuzione l’ha avuto la famiglia Giandonati di Milano
Sì. Il sig. Giandonati era un famoso rappresentante di biscotti, che poi si è unito alla Galbusera incaricandosi di seguire il settore vendite, a cui si era dedicato Enea fino alla scomparsa. Giandonati aveva una grande esperienza del mercato dolciario e da subito ci siamo trovati in sintonia. Anche il figlio lavora con noi: è il direttore della Konsum, la nostra società di distribuzione. Con Giandonati abbiamo creato un team affiatato.
Con loro, nei tardi anni ’60, è iniziata l’espansione nel Nord Italia?
Sì, anche se già prima del 1966 avevamo cominciato a vendere fuori dalla Valtellina. Ma la scelta di posizionare la Konsum ad Agrate Brianza, centro di operosità lombarda, ci ha dato molta visibilità sul mercato.
Fino a quando è durata l’espansione?
Ininterrotta fino agli anni ’80, quando la concorrenza di altre marche è diventata molto forte.
In un pezzo di Giovanni Arpino del 1985 su questo Notiziario Lei confessava un giorno di essersi scoperto ignorante in fatto di marketing. Rimediò con una campagna televisiva, quella del Mago G, che molti ancora ricordano.
All’inizio mi affacciai alla pubblicità con poca esperienza, ma capii presto che il Marketing era molto importante per un’azienda come la mia. Mi affidai allo studio Testa di Torino. La proposta che piacque più di tutti fu quella del Mago G, che negli spot andava con i pattini, il cilindro e la carriola a distribuire i nostri biscotti. Lo interpretava un giovane studente danese, che mandammo anche in giro per i supermercati di Milano a distribuire campioni di prodotti omaggio per i consumatori.
Sempre con i pattini e la carriola?
Sì sì. Faceva i suoi giretti e ci dava molta notorietà, tanto che poi molti ragazzi a carnevale si vestivano da Mago G! In quegli anni la televisione era anche meno cara di adesso e dall’80 all’85 abbiamo trasmesso i nostri spot. Ancora oggi però, sulle confezioni dei nostri biscotti, c’è la sua figura che pubblicizza i regali legati alla raccolta punti.
Adesso pubblicizzate molto i prodotti del “Percorso Salute”
Con gli anni il gusto dei nostri clienti è cambiato e diventato più esigente. Il Percorso Salute è una linea di prodotti introdotta da noi per primi in Italia negli anni ‘90, che riscuote molto successo. Con questi biscotti, come scriviamo sul retro delle confezioni, garantiamo al consumatore di non impiegare alcun organismo geneticamente modificato così come evitiamo grassi o coloranti modificati chimicamente. Sempre più è importante considerare il cliente non come un semplice consumatore, bensì come un individuo, una persona con gusti e bisogni specifici, puntando sulla qualità e la particolarità del prodotto.
Ad esempio?
Uno di cui andiamo molto fieri: i biscotti per i celiaci, che non possono ingerire cibi contenenti glutine. Prima biscotti del genere andavano acquistati in farmacia, mentre ora i nostri sono comunemente presenti sugli scaffali dei supermercati. Con il Percorso Salute ci arrivano centinaia e centinaia di e-mail di ringraziamento per essere andati incontro a queste particolari esigenze. Alcune e-mail che ci arrivano sono addirittura commoventi. Penso, ad esempio, a quella di una ragazza, celiaca appunto, che non finiva più di ringraziarci! Inoltre questi prodotti così innovativi permettono all’azienda di espandersi anche in zone ancora piuttosto vergini come il Centro e il Sud Italia, dove il consumatore si dimostra interessato verso prodotti di questo genere, altrimenti difficilmente reperibili.
Esportate in Europa?
Non molto, così come accade alle altre marche italiane. È una questione di abitudini. In Germania o in Inghilterra non usano mangiare i biscotti a colazione.
L’impegno per evitare qualsiasi OGM negli ingredienti deve essere gravoso
Sì, abbiamo vari laureati in chimica che controllano tutte le materie prime prima di andare in produzione. Analizziamo l’assenza di pesticidi nelle farine, controlliamo che il mais non sia manipolato geneticamente, abbiamo eliminato tutti gli olii d’arachidi che possono causare allergie, garantiamo un burro privo da diossina e un miele senza antibiotici. Se una partita di ingredienti non passa i nostri test, la rispediamo al mittente: di certo non entra in fabbrica. Tutti questi controlli sono un impegno enorme, sia di tempo che di denaro, ma così ho scelto, e questa è la nostra linea. In più, ora, si aggiunge anche la “rintracciabilità” delle materie prime.
Cosa significa?
Grazie a un sistema informatico evoluto, ogni ingrediente che entra in stabilimento viene seguito lungo tutto il percorso di produzione e di distribuzione. Questo vuol dire che d’ora in avanti, per ogni cartone di prodotti consegnato ai negozi, siamo in grado di rintracciare a ritroso la provenienza di tutte le materie prime contenute nella confezione e sapere quale fornitore ci ha venduto quali ingredienti.
Lei produce anche senza marchio (marca privata) per numerose catene distributive, controsenso o diversificazione? Che importanza ha l’attività per conto terzi?
La marca privata è un’ottima possibilità per produrre grandi quantitativi di biscotti classici, ridurre i costi fissi e facilitare al contempo la distribuzione dei prodotti innovativi di cui le parlavo prima. Le catene che riforniamo con i prodotti a marca privata sono veramente molto esigenti in fatto di controlli e qualità ed è quindi anche una gratificazione ottenere e mantenere la loro fiducia. Per la mia azienda è un’attività molto importante, e noi deteniamo il 50% di quota nazionale del settore.
Chi pensa alla Galbusera pensa anche ai vostri panettoni
Sì, anche se quello dei panettoni è un mercato stagionale e limitato, considerato anche il fatto che noi li facciamo ancora con produzione artigianale. Io comunque ci sono affezionato e poi ci stiamo specializzando sui panettoni da 3, 5 e 8 chili, un formato inusuale ma che vende.
Visitando lo stabilimento ho visto una zona in cui, mi hanno spiegato, è tenuta la cosiddetta «pasta madre» dei vostri panettoni? Cos’è esattamente?
La pasta madre è una palla di pasta contenente gli enzimi che garantiscono il gusto particolare, artigianale appunto, dei panettoni Galbusera. Ogni giorno preleviamo un pezzo di pasta dalla pasta madre del giorno prima e lo rimpastiamo per mantenere fresco e vivo il sapore. Anche se i panettoni si fanno solo d’inverno, ogni giorno dell’anno si deve rinnovare e rimpastare la pasta madre, per mantenere vivi gli enzimi e garantire così il particolare sapore che da sempre contraddistingue i nostri panettoni.
È vero che è “viva” e ha tantissimi anni? A quando risale l’origine della pasta madre?
Beh…la pasta madre contiene gli enzimi e quelli sono vivi. Un po’ come lo yogurt. L’origine della pasta madre risale all’apertura dell’azienda quindi sì, anche se ogni giorno viene rinnovata, ha un nucleo che risale ad allora.
Quello di reimpastare la pasta madre è quasi come un rito. Un po’ come quei sacerdoti che tenevano acceso perennemente il fuoco del tempio. È una cosa affascinante. Ma oltre a farli, e farli bene, i prodotti bisogna anche venderli. Che ruolo hanno gli spacci Galbusera nel sistema distributivo dell’azienda?
Gli spacci vanno veramente molto bene e stanno acquisendo sempre più importanza. Oltre a quello storico qui a Cosio, uno a Morbegno e uno ad Agrate Brianza, ne abbiamo aperti altri, come quello di Figino Serenza (Como), e altri ne apriremo in Lombardia. Gli spacci ci avvicinano al cliente e ci danno una certa autonomia. Recentemente abbiamo siglato un accordo con l’Agip e gestiremo gli autogrill sulla superstrada a Mandello del Lario.
L’espansione prosegue, quindi. In che senso si può intendere, oltreché sul piano meramente geografico, che la Galbusera è una ditta valtellinese?
Non saprei. L’azienda è valtellinese perché io sono nato a Morbegno. Questo però non toglie che io sia molto legato alla mia terra e difficilmente potrei immaginare di vivere in un altro luogo. Infatti, non ho mai voluto spostare lo stabilimento da qui. Ogni giorno la mattina presto faccio una camminata prima di andare in stabilimento o un giro in bicicletta. La vista delle mie montagne per me è la cosa più bella. D’estate poi mi diverto molto di più ad andare a pescare nelle mie valli, piuttosto che a far crociere in giro per il mondo.
Lo slogan dell’azienda nelle recenti campagne pubblicitarie è: “Ognuno è fatto a suo modo, Galbusera lo sa”. Ma chi sa come è fatto Mario Galbusera? È vero che è un salutista?
Sì, ci tengo molto alla salute. Mi mantengo sempre leggero nell’alimentazione e sono completamente vegetariano, eccezion fatta per il pesce.
Ma li mangia i Suoi biscotti?
Beh...sì! A colazione e al tè di pomeriggio.
È vero che pratica yoga? Come mai?
È una cosa un po’ curiosa. Io gioco a bocce e sono stato anche campione nazionale nel 1982, anche se adesso non mi diverto più molto perché non riesco a vincere…Però a quei tempi, insomma, quando arrivavo in finale, ero sempre agitato. Allora Domenico, l’altro mio fratello, un cardiologo, mi ha consigliato un giorno di fare yoga, che rilassa e distende. Così mi sono incuriosito, ho cominciato a praticarlo, e ho conosciuto anche importanti maestri. Dal momento in cui ho iniziato a fare yoga, ormai sono vent’anni e passa, sono molto più sereno e rilassato, mentre prima capitava spesso che mi innervosissi facilmente, e non solo alla vigilia di un’importante partita di bocce. Con lo yoga ho sviluppato un grande equilibrio interiore e da allora mi sento molto più sereno.
Sua moglie ha un ruolo nell’azienda?
Non attivo, ma uno ben più importante di sottofondo. È Graziella che tiene unita tutta la numerosa famiglia…sa, siamo in tanti. Io, i miei figli e i miei nipoti dobbiamo molto a mia moglie e mia cognata. Come si dice, per arrivare in alto ci vuole qualcuno che ti tenga la scala, e questo qualcuno per me è stata propria Graziella.
E Lei cosa fa perché sua moglie non gliela tolga la scala?
Eh…cerco di fare il buon marito e spero di riuscirci, visto che siamo sposati da 55 anni! Mi è stata vicino lungo tutto il mio percorso, sin dall’inizio.
E dopo tutto questo lungo e gratificante cammino…come vede l'azienda fra dieci anni?
Per prima cosa, speriamo di esserci ancora! Detto ciò vedo che c’è molta difficoltà sul mercato. È un momento di crisi notevole e la gente deve ancora digerire la novità dell’euro. Dicono che l’industria se ne sia approfittata. Non capisco, per quanto mi riguarda, noi non abbiamo mai fatto arrotondamenti.
Ma se c’è crisi, c’è anche opportunità…
Vero. Se si fanno prodotti nuovi, indovinati, si ha sempre speranza. Noi continuiamo a investire nella ricerca e nello sviluppo di nuovi prodotti. L’importante è non fermarsi mai, altrimenti sono guai.
Lei ha ricevuto nel 2002 il titolo di Cavaliere del Lavoro. Cosa significa per Lei questa onorificenza?
Ha rappresentato il coronamento di tutta la mia vita. Ne sono molto orgoglioso, non solo per il riconoscimento in sé, ma anche per avere così la possibilità di incontrare e conoscere uomini di valore che hanno fatto grande l’Italia, gente che magari da giovane aveva iniziato a vendere caldarroste per poi creare delle industrie fiorenti, dando lavoro a migliaia di persone. Quando mi ritrovo con qualche cavaliere, sono sempre interessato a sapere come hanno iniziato, è le assicuro…c’è da sorprendersi per quello che hanno compiuto.
I tempi sono completamenti cambiati, da quando ha iniziato la Sua avventura. Ma secondo Lei è ancora possibile, per un giovane volonteroso di oggi, un cammino di espansione nel settore alimentare dall’artigianato all’industria come quello che Lei ha percorso?
Purtroppo no. Adesso sono momenti difficili. È impensabile partire da zero in questo settore. Sono pessimista. C’è troppa concorrenza, difficoltà. Sono rari quelli che dal nulla creano industrie importanti. Oggi non si fa altro che sentir parlare di acquisizioni, fusioni, multinazionali che comprano e vendono, disinteressandosi dei lavoratori e pensando solo ad arricchirsi. Poi succede quello che succede...scandali e compagnia bella. Se si guarda solo al profitto, un’azienda non cresce sana.
Quanto hanno giocato per Lei la fortuna, l'intuito e quanto il lavoro, la pianificazione?
Io penso di avere avuto coraggio, ottimismo e intuizione nel seguire il mercato e gli investimenti. Ma soprattutto ho avuto fede nella vita.
Cosa intende?
La fede nella vita si ricollega all’ottimismo. È fiducia nell’avventura, amore per il lavoro, rispetto delle persone, dei collaboratori, dei clienti e sinanche dei luoghi del proprio lavoro.
Questa Sua fede ha un significato religioso?
Sì. Io sono molto religioso, sono credente e praticante. Sin da quando me lo insegnarono i miei genitori, che erano gente all’antica. La fede è per me essenziale e spero di aver trasmesso ai miei figli e ai miei nipoti questi miei ideali. Spero che loro riescano in futuro a tener viva la tradizione e mantenere attiva e operosa l’azienda. Ci conto. Poi, naturalmente, non nego che nella vita ci voglia anche fortuna.
Quanta?
Abbastanza. Ma la fortuna, si dice, aiuta gli audaci.


