Max Frisch, strano utopista
Un ritratto dello scrittore svizzero, tra Homo Faber, Stiller e l'utopia politica della letteratura
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 19 ottobre 2008
Max Frisch (1911-1991) prima interruppe lo studio di germanistica, poi smise di fare il giornalista reporter in viaggio tra Cecoslovacchia e terre balcaniche e infine – contro il consiglio di Bertolt Brecht, verso il quale provava grande ammirazione e rispetto – abbandonò anche la professione di architetto. Oltre a una piscina all’aperto a Zurigo – oggi sotto tutela dei beni artistici – e qualche rara costruzione, Max Frisch non lasciò particolari segni della sua attività edile, ma in compenso diventò uno degli scrittori di lingua tedesca più famosi del Secondo dopoguerra. Lui e Friedrich Dürrenmatt (1921 – 1990) per decenni ricoprirono il ruolo di indiscussi dioscuri della letteratura elvetica e la sera li si poteva incontrare ai tavoli della Kronenhalle, il celebre ristorante e caffè letterario zurighese in cui la simpatia iniziale tra i due autori in seguito divenne rivalità. Negli anni Trenta, pur esprimendosi criticamente contro l’antisemitismo nazista, Max Frisch non diede particolare mostra di quell’analisi critica verso la società che invece più tardi contraddistinse la sua opera matura. Ma con la scelta finale di correre il rischio e darsi appieno alla scrittura gli riuscì quello che invece negò sempre ai suoi personaggi, ovvero ricomporre l’intimo dissidio tra la propria insoddisfacente vita e il desiderio di altre e più ricche esistenze: un sentimento che in opere come Il mio nome sia: Gantenbein (1964) è ad esempio presente già a partire dal titolo. «Non sono Stiller!» esclama d’altronde il protagonista di Stiller (1954) – primo grande successo internazionale di Frisch – senza che per questo egli riesca a convincere il mondo d’essere quello che vorrebbe: un altro da sé. Né va meglio all’ingegnere meccanico dalla mentalità geometrica che in Homo Faber (1957) non crede al destino ma si trova a vivere più d’una tragedia, diventando il simbolo stesso dei problemi dell’uomo e della società moderni.
Sebbene la realtà sappia dimostrarsi amara, disilludendo molte nostre aspirazioni, o forse proprio per questo, per Max Frisch l’alto compito della letteratura è quello di persistere nel coltivare l’utopia che l’uomo potrebbe essere diverso, svolgendo così in maniera indiretta l’importante funzione politica che è propria della scrittura. È questo il tema del brano di Max Frisch inedito in Italia che il Il Sole 24 Ore – Domenica presenta oggi in esclusiva ai suoi lettori, tratto da una conferenza tenuta agli studenti del City College di New York nel 1981 e raccolto ora in Germania da Suhrkamp nel volume Schwarzes Quadrat: Zwei Poetikvorlesungen [Il quadrato nero: due lezioni di poetica].


