Memento mori, Silicon Valley
Bryan Johnson, i miliardari a caccia dell'immortalità e la maturità di accettare un limite
«Chi teme la morte è già morto», Carlo Michelstaedter.
Bryan Johnson, autoproclamatosi conquistatore dell'immortalità, ha scoperto di avere una malattia autoimmune incurabile: una gastrite per cui, parole sue, il suo stomaco «si sta mangiando da solo». Dopo anni in cui ha vissuto di beveroni, pillole, iniezioni e altre amenità, finendo con l'apparire il fantasma di se stesso, in pratica un Carlo Conti inverso, bianco come un cencio, e con un sentore di artificialità sul volto, all'improvviso è costretto a fare i conti con i suoi assurdi sogni di immortalità. La beffa è doppia: l'uomo più misurato del pianeta, che da anni cataloga ogni battito e ogni analisi del proprio corpo, ha covato il nemico in corpo senza accorgersene. E nemmeno ora si arrende: nessuna condizione, ha proclamato, va presunta incurabile, e per l'occasione si è cucito addosso un protocollo di cure da un milione di dollari l'anno.
La corsa alla vita eterna è antica quanto l'uomo. Già il primo imperatore della Cina morì probabilmente avvelenato proprio dagli elisir di mercurio che avrebbero dovuto renderlo eterno. Per non dire del povero Titono, per il quale l'innamorata Aurora ottenne da Zeus l'immortalità, dimenticandosi però di chiedere anche l'eterna giovinezza: non gli restò che avvizzire per sempre.
Ma negli ultimi anni, grazie anche alle fortune colossali accumulate da singoli individui, per lo più statunitensi, la sfida a superare l'ultimo confine sembra stia diventando una moda. Insieme a Bryan Johnson troviamo l'oscuro Peter Thiel, che ha donato sette milioni di dollari alla ricerca contro l'invecchiamento e si è già prenotato un posto nelle celle frigorifere di Alcor, in attesa di resurrezione tecnologica, e Jeff Bezos, che divide le proprie immense ricchezze tra la conquista dello spazio e Altos Labs, laboratorio che studia come riprogrammare le cellule per farle ringiovanire. Fatica sprecata, ammoniva già venticinque secoli fa Teognide: «non c'è prezzo che tu possa pagare per sfuggire alla morte».
Comune a tutti questi magnati è, quindi, una mentalità profondamente antifilosofica, se ricordiamo il detto di Socrate, tramandato da Platone nel Fedone, che filosofare è imparare a morire.
Perché la morte è l'unica vera singolarità di ogni essere vivente. È anche il confine ultimo che ci definisce, perché noi siamo vivi in quanto non ancora morti. Se non vi fosse distinzione tra questi due stati dell'esistenza, tra essere e non essere, non saremmo, sì, morti, ma nemmeno davvero vivi.
La cessazione dell'esistenza non è una semplice caratteristica, una malattia o un accessorio dell'essere umano. È il punto inesorabile a cui tende la nostra vita. Certo possiamo scomodare Epicuro e affermare, col sorriso del furbo, che quando ci siamo noi non c'è la morte e quando c'è la morte non ci siamo noi. Tutte belle frasi per imbiancare la terribile verità. Noi moriremo e con noi i nostri figli, le nostre mogli, i nostri amici e tutti coloro che in questo momento calcano la terra. È un pensiero terribile quello di raffigurarsi il momento in cui arriverà la nostra ora, o quella dei nostri cari, al punto che lo scacciamo in ogni modo, con mille attività. E giustamente, altrimenti impazziremmo. Onore quindi a chi spende le proprie risorse nel cercare di spostare in là il confine naturale della cessazione delle nostre funzioni vitali. Probabilmente chi come Johnson si sottopone a queste torture, al di là del fine personale, più o meno inconsapevolmente contribuisce a fornire preziose informazioni alla ricerca scientifica. E di questo lo ringraziamo.
Ma quando questi esploratori del limite ultimo si fanno predicatori e cominciano a venderci la panzana che la morte possa essere non tanto rimandata, quanto proprio sconfitta, allora cadono nel ridicolo. Un ridicolo tanto più palese quanto più tragica è la loro cecità di fronte al muro della morte.
L'essere umano, e con lui tutto il creato, ha un termine. Ineludibile, invalicabile. Che poi la fisica quantistica ci disegni bizzarre teorie e big bang che tornano indietro, questo nulla toglie al fatto che per i molti noi sparsi nei vari multiversi prima o poi arriva, arriverà, o è arrivato, il momento zero. A tutti questi scalmanati consiglio l'umiltà di accettare radicalmente la propria finitudine. Perché non è vero, come piace pensare a tutti noi cosmopoliti, che la nostra esistenza sia del tutto priva di confini. L'ottimismo di chi è mosso dal desiderio di varcare i limiti genera naturalmente risultati strabilianti. Ma, purtroppo, appunto, c'è un limite a tutto. E c'è un limite per tutti. Quel termine è lì a ricordarci che oggi ci siamo e un giorno non ci saremo.
Ma non facciamoci prendere dal panico di questa banale constatazione. Assumiamola su di noi, teniamola nel fondo dei nostri pensieri, e flettiamola a nostro vantaggio per vivere più intensamente ogni minuto che passa e che, come cantava Battiato, «non tornerà, non ritornerà più». «Un giorno moriremo tutti, Snoopy», sospira Charlie Brown in una striscia che circola attribuita a Charles Schulz. E il bracchetto: «Vero, ma tutti gli altri giorni no». C'è molta più verità in una striscia apocrifa di Snoopy, di quanta ne sogni la tenacia prometeica di Bryan Johnson.
Lavoriamo sì per allungare il tempo che ci è concesso, ma non perdiamo momenti preziosi, illudendoci che potremo sconfiggere il nostro annullamento. Moderiamo i nostri transumani entusiasmi, senza per questo smettere ogni giorno di meravigliarci, tentando di spingere sempre più in là l'asticella della nostra dipartita fisica da questa terra. Accettiamoci per quello che siamo, miglioriamoci quanto più possiamo, ma evitiamo di cadere nel ridicolo di chi s'illude di poter sconfiggere l'inesorabile legge del tempo. Altrimenti saremo sempre solo avventurosi bambini, e mai adulti illuminati. Perché non bisogna essere invasati di buddismo zen per sapere che la radicale accettazione della verità è il primo passo per liberarci dal peso dell'esistenza. «C'è un modo molto semplice per diventare Buddha», scriveva nel Duecento il maestro zen Dōgen: «non fare ciò che è sbagliato, non aggrapparsi alla vita o alla morte, mostrare profonda compassione per gli esseri viventi». Ciò non significa adesione supina al dato di fatto. Significa piuttosto comprendere che solo chi ha assunto su di sé la radicale finitudine dell'esistenza, accettando l'ineludibile, può elaborare questa sofferenza primaria operando nella vita sulla base di tale consapevolezza. L'accettazione della propria morte, e la forza di affrontarla sereni, in virtù proprio del fatto che non le si sfugge, lungi dal tendere al superomismo, diventano una lezione di grande umiltà.
Sconfiggere la paura della morte accettandone la radicalità, anziché illudersi di sconfiggere la morte fingendo di non averne paura. Due posizioni fondamentalmente contrarie. Entrambe comprensibili, entrambe percorribili.
Ma non entrambe sapienti.


