Mia madre, dal divorzio alla lotta armata
Bettina Röhl racconta la madre Ulrike Meinhof, fondatrice della Rote Armee Fraktion
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 14 maggio 2006
Com’era avere per mamma una scrittrice divenuta terrorista? Ce lo racconta Bettina Röhl, figlia di Klaus Röhl (1928) e Ulrike Meinhof (1934 – 1976), membro fondatore della famigerata Rote Armee Fraktion, in un libro che è anche una documentata biografia intellettuale sulla “peggio gioventù” del dopoguerra tedesco (So macht Kommunismus Spaß! [Così il comunismo diverte!], Europäische Verlagsanstalt, Amburgo 2006, pagg. 677, € 29,80).
Sin dai primi vagiti Bettina e la sorella Regine respirano aria d’impegno politico. Il parto gemellare viene festeggiato da un bel mazzo di rose – rosse, naturalmente – dono del Partito Comunista Tedesco. I due genitori ne sono membri clandestini: per il governo di Bonn l’associazione con sede a Berlino-Est è illegale. Il padre Klaus è il fondatore e l’editore della rivista studentesca KONKRET, sulle cui pagine scrive pure Stefan Aust, oggi a capo del prestigioso settimanale Der Spiegel. Ulrike ha ventisette anni e dirige la rivista del marito. Poco prima del parto le è stato diagnosticato un tumore al cervello, da operare immediatamente, prolungando così di quattro mesi la permanenza in ospedale. La giovane ne esce guarita e agguerrita più che mai, risoluta nel dimostrare a tutti come la malattia non abbia per nulla minato il suo carattere volitivo e radicale.
Sebbene uniti dalla passione politica e dall’attività giornalistica, Klaus e Ulrike si assomigliano ben poco. Lui espansivo, istrione, amante e seduttore. In seguito ripudierà il proprio impegno a sinistra. Lei dura, cerebrale, fiera. Per le sue idee sceglierà la violenza. Lui la stima, ma non la ama. Lei al primo incontro nel ’58 a Francoforte durante i movimenti di protesta antiatomici trova Klaus «ripugnante». Tra un citazione della Bibbia e una di Marx, tuttavia, il fascino e la parlantina di lui vincono le diffidenze della donna. Nel ‘60 in Toscana trascorrono le prime vacanze insieme. L’anno dopo, a Natale, si sposano.
Ulrike è tanto convinta dell’utopia comunista da volerla «realizzare mettendola in pratica con le sue figlie», psicanalizzandole dal primo giorno di nascita e cercando sistematicamente di imporre eguaglianza tra le due gemelline. Una delle quali, Bettina, per una balzana idea del padre – subito cassata da Ulrike – si sarebbe dovuta chiamare Raperonzolo, come la protagonista di una fiaba dei fratelli Grimm.
In famiglia non mancano i soldi. La DDR finanzia i coniugi consegnando loro ogni mese 40.000 marchi in contanti. È una delle tante manovre di infiltrazione tra gli studenti compiute dalla Germania Est nella Repubblica Federale, documentate dalla Röhl per mezzo di interviste a ex cittadini orientali e funzionari di partito, convinti che «senza il nostro lavoro i movimenti studenteschi del Sessantotto non sarebbero stati possibili». Grazie alla generosità di Berlino-Est i genitori di Bettina possono lavorare agiatamente alla rivista, criticando aspramente l’Ovest con titoli al vetriolo come «Hitler in voi», ma vivendoci senza troppe preoccupazioni economiche. Quando però Klaus Röhl, su invito della Germania orientale, si mette in viaggio al di là del muro per una serie di articoli sulla meraviglia socialista, si disamora alla causa e pubblica un reportage troppo poco propagandistico. La fiducia dei funzionari verso la sua rivista viene meno. E insieme alla fiducia, spariscono i soldi. KONKRET prima cessa le pubblicazioni, poi riprende a fatica, infine acquista schiere sempre maggiori di lettori e una tiratura di oltre centomila copie. Ulrike lavora in casa alla sua rubrica mensile, è sempre indaffarata e pensosa, Bettina e sorella non possono assolutamente disturbarla.
Per le differenze caratteriali, la coppia entra in crisi. Alle bimbe il papà parla sempre di donne e quando le porta a fare la spesa gioca con loro a cercare «una bella commessa». Ulrike le esorta invece a disprezzare ogni canone estetico, perché ciò che conta è solo l’intelligenza. Più che una mamma, «era una psicologa infantile». Durante una visita in Italia da Inge e Giangiacomo Feltrinelli, amici di Castro e «mecenati delle rivolte studentesche», cercano di ricucire il rapporto, mentre un autista li scarrozza in giro per Milano. Invano. L’infedeltà di Klaus è ormai plateale. Per la coppia il Sessantotto significa innanzi tutto il divorzio.
Ulrike Meinhof si trasferisce con le figlie in una comune a Berlino, in cui vive pure Rudi Dutschke, il Mario Capanna tedesco. La donna radicalizza sempre più le proprie idee. È qui che comincia quella sua “seconda vita” che la porterà nel maggio del 1970 ad assaltare il carcere dove è detenuto l’estremista Andreas Baader e darsi con lui alla macchia. Le due bimbe, nascoste in Sicilia agli occhi di Klaus dagli amici della Meinhof, vengono infine ricondotte al padre grazie al rocambolesco intervento di Stefan Aust. Che riesce a scovarle prima della madre e dei suoi compagni armati, in partenza per la Giordania dove una scuola di terrorismo di marca palestinese li trasformerà in spietati guerrieri, pronti a morire per la rivoluzione.


