Michael Krüger. L'indipendenza della lumaca
Intervista a Michael Krüger, direttore editoriale della Hanser di Monaco, tra letteratura tedesca e italiana
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, aprile 2010
I tedeschi ci osservano, ci leggono. Merito anche di Michael Krüger, direttore editoriale della casa editrice Carl Hanser di Monaco, porta d’accesso per molti autori italiani tradotti in Germania. Colto, indipendente e deciso, Krüger non si limita a pubblicare libri di successo, ma ne scrive anche di propri, vivendo una continua lotta contro il tempo che divora le sue giornate. Se in tutte le sue occupazioni librarie riesce a mantenere la capacità di apprezzare i sapori della vita, questo lo deve anche all’amore e alla conoscenza che nutre verso il nostro Paese.
C’è chi afferma che la letteratura tedesca contemporanea non sia per nulla interessante. Lei che ne pensa?
Questo è uno delle migliaia di errori che esistono al mondo riguardo a ogni Paese. La cosa interessante di simili pregiudizi è che invecchia nel momento stesso in cui viene espresso. In questo momento non c’è nulla di più interessante della letteratura tedesca, e non solo perché è un’autrice di lingua tedesca ad aver vinto l’ultimo premio Nobel, ma anche perché la nostra letteratura sta riscuotendo un grande interesse in tutto il mondo. Non è stato sempre così. Vent’anni fa era diverso, c’era la generazione degli Heinrich Böll, dei Günter Grass, dei Siegfried Lenz, degli Uwe Johnson. Ma questi hanno compiuto il loro percorso, hanno formulato le loro possibilità. Dopo di loro c’è voluto del tempo prima che arrivasse una nuova generazione, ma essa ormai è qui e scrive libri che, secondo me, hanno la capacità di affermarsi dappertutto.
In effetti negli ultimi tempi i paesi di lingua tedesca pullulano di talenti, sebbene in Italia molti siano ancora sconosciuti. Secondo lei quali autori bisognerebbe assolutamente far scoprire al pubblico italiano? Non abbia problemi a dirmi anche quelli che non pubblica lei.
Non voglio fare nomi per non essere ingiusto con gli altri. Piuttosto negli ultimi anni la Hanser ha pubblicato vari autori italiani, ma molti rimangono sconosciuti in Germania. Certo Camilleri, Eco e Magris vengono sempre tradotti, ma sono tutti ultrasettantenni. La moderna letteratura italiana qui in Germania è sconosciuta.
Mi dica allora quali giovani talenti italiani aspettano ancora di essere scoperti nella Repubblica Federale?
Non sono troppo informato, ma ci deve essere una nuova generazione. Noi qui in casa editrice vorremmo fare, ma non si trova molto. Abbiamo i nostri autori a cui siamo affezionati, come Eco Tabucchi e Magris, ma sento la mancanza della generazione di scrittori italiani tra i trenta e i cinquant’anni.
Le stesse persone che hanno una così cattiva opinione della letteratura tedesca, ovvero il grande critico letterario Marcel Reich-Ranicki, pensano che nella Germania del dopoguerra ci siano state solo due grandi figure di editori. La prima è Siegfried Unseld della Suhrkamp, che è morto, la seconda è lei. Anche in questo caso Reich-Ranicki commette un errore?
Secondo una legge del diritto civile tedesco Marcel Reich-Ranicki ha sempre ragione.
Ok…
Devo tuttavia aggiungere che in Germania c’è una serie di ottimi editori, tra cui ora come allora la Suhrkamp, la Fischer, Kiepenheuer & Witsch e tanti altre piccole case editrici. Gli editori tedeschi sono moltissimi e tutti uno diverso dall’altro in quanto a carattere e predilezioni. Penso ad esempio alla casa editrice Wallstein di Gottinga, alla Antje Kunstmann di Monaco o alla Vittorio Klostermann, che sta pubblicando l’edizione completa di Heidegger in più di cento volumi. Che programma fantastico il suo! Oppure alla casa editrice Roter Stern, che ha inventato un’edizione completamente nuova dei nostri classici, da Hölderlin a Robert Walser. Tutte case che con pochi soldi riescono a essere estremamente innovative. Il panorama editoriale tedesco è fiorente e non ci si può concentrare solo su uno o due nomi.
L’anno scorso è stato consegnato il Premio Fratelli Scholl della città di Monaco di Baviera a Roberto Saviano, il premio della pace dell’unione dei librai tedeschi a Claudio Magris, il premio Nobel a Herta Müller, il premio Nobel per la pace a Barack Obama. Tutti autori Hanser. Qual è il segreto del suo fiuto?
Il fatto è che invecchiando si vuole trascorrere il tempo rimanente leggendo soltanto buoni libri. Non si ha più voglia di cattive letture. E quando si pubblicano solo libri buoni, è più facile entrare nelle grazie dei membri della giuria. Che poi tutti quegli autori premiati siano della Hanser, naturalmente è un caso. Tuttavia l’apprezzamento e la considerazione di cui Claudio Magris gode in Germania, ad esempio, originano anche dal fatto che la Hanser da vent’anni pubblica sistematicamente la sua opera e s’impegna a diffonderla. Quanto al premio ricevuto da Roberto Saviano, glielo hanno conferito perché è necessario far sapere che in Europa ci sono delle minoranze politiche, religiose o economiche che terrorizzano la maggioranza. Saviano è fuor di dubbio un grande scrittore e mi stupisco che in altri paesi europei non vengano pubblicati reportage come il suo, ad esempio sulla povertà o sulle strutture sociali. Questi temi vengono affrontati dal punto di vista sociologico, ma dovremmo trovare dei Saviano per capire veramente come viviamo e come vogliamo vivere noi europei, per capire cosa sta succedendo alla nostra lingua, alla nostra economia, alle componenti sociali della nostra realtà.
Tutto vero, però lei ha conosciuto il successo anche quando era ben più giovane di adesso.
Prenda Herta Müller: ha pubblicato quindici libri, tutti hanno avuto una loro diffusione, ma negli ultimi anni ha scritto principalmente poesie e saggi senza riscuotere molto successo, sebbene il saggio sia stato per anni la forma di comunicazione favorita dagli intellettuali in Europa, dove peraltro è stato inventato. In seguito la Müller ha scritto un romanzo capace di toccare ferite europee non ancora rimarginate. E il fatto che gli svedesi abbiano capito che L’altalena del respiro sia anche un capolavoro letterario è una dimostrazione del bisogno per l’Europa di occuparsi in maniera più sensibile del proprio passato.
Il grande critico americano Harold Bloom non si è espresso troppo positivamente su Herta Müller…
Il segretario generale dell’Accademia Svedese è uno storico dell’Europa, e come tale sa che Herta Müller è originaria di una terra al confine tra Romania, Bulgaria, Ucraina, Russia del Sud e Polonia che rappresenta il più interessante panorama letterario europeo. Questo perché intorno al 1850 la popolazione ebraica si spostò dalle campagne nelle città per motivi di sopravvivenza. Tale migrazione favorì una delle fioriture letterarie più importanti della cultura tedesca. Tutti i grandi autori tedeschi vengono da quelle regioni del sud-est europeo. È così per Musil, per Broch, per Celan e per Kafka, per non parlare di Canetti. Se Harold Bloom non sa nulla della Bucovina, del Banato e di quei territori, allora il suo giudizio è, a mio modo di vedere, espressione dell’arroganza americana, poiché la letteratura europea di quei luoghi è arrivata anche in America, ad esempio nella persona di Aharon Appelfeld. Ma anche tutto il rinascimento letterario ungherese con i suoi Sándor Márai e Peter Esterházy ha origine in una circonferenza spaziale di 300 chilometri. Senza contare la nuova fantastica letteratura polacca. Tutto viene da quel lembo di terra europeo che ha dato i natali anche a Herta Müller.
Qual è stata la sua decisione più sbagliata presa come editore, a parte il rifiuto di pubblicare Harry Potter?
Non si sa se abbiamo veramente rifiutato Harry Potter, ma nel caso in cui sia accaduto, quella è stata senza dubbio una scelta orribile. Devo tuttavia aggiungere di non essere per nulla un fan della letteratura fantastica, dove certamente si potranno anche scrivere opere meravigliose, ma di cui io non riesco a riconoscere il valore. Penso comunque che un editore non debba occuparsi troppo degli sbagli compiuti. Tramite i moderni mezzi di comunicazione ogni editore europeo può guardare cosa si pubblica in America e decidersi o meno per certi libri, e questo è il motivo per cui oggigiorno i cataloghi editoriali si assomigliano un po’ tutti. Interessanti sono piuttosto quelle case editrici specializzate in temi molto particolari, come la poesia americana o la poesia est-europea. Simili decisioni editoriali sono fantastiche e prima o poi porteranno le case editrici che perseguono una simile linea editoriale a vincere un premio Nobel.
Se dovesse salvare un solo libro pubblicato da Hanser, quale?
È una bella domanda, ma visto che ormai tutti i nostri libri si possono contenere in un computer, allora dovrei salvare quest’ultimo. Se comunque dovessi serbare un unico testo, considererei seriamente la possibilità di salvare la nostra grande edizione delle poesie complete di Eugenio Montale.
Lei è un editore, quindi le devo obbligatoriamente chiedere la sua opinione sul libro elettronico e sul futuro dell’industria letteraria al tempo di Internet.
È un problema che ci assilla tutti. Ci troviamo sulla soglia di una grande rivoluzione che stravolgerà completamente il nostro rapporto con i libri e il nostro concetto di opera, di copyright, di proprietà intellettuale, tutte cose che hanno funzionato benissimo per 250 anni, quando Diderot con l’Enciclopedia diede inizio alla produzione editoriale di massa. Da allora si è sviluppato un mondo editoriale enorme, del cui futuro nei prossimi cinquant’anni sono del tutto incerto. Se le trasformazioni delle nostre condizioni di vita procededono con la stessa velocità di adesso, allora nutro seri dubbi sul fatto che tra cinquant’anni noi editori saremo ancora qui nella veste attuale. Di sicuro non ci sarò io, visto che ho sessantasei anni. Nessuno ha previsto con quale velocità si sarebbe imposto il video digitale, e nessuno poteva immaginare che oggi intere biblioteche sono memorizzabili su un singolo chip. La musica digitale ormai è componibile praticamente senza strumenti. Prima o poi tutto verrà prodotto sinteticamente. E nessuno sa se il mondo vuole davvero continuare a vivere a questa velocità. Ma se in futuro tutti vorranno leggere con uno strumento elettronico, anziché con un libro, noi editori non potremo impedirlo. Il mondo ha una dimensione autopoietica, si sviluppa da solo e noi editori siamo al margine e stiamo a guardare. Non siamo più i signori della creazione.
Lei viaggia volentieri negli Stati Uniti per incontrare personalmente i colleghi americani e convincerli della qualità dei libri Hanser. Quanto è importante l’aspetto personale nel suo lavoro, una professione praticamente fattibile al 100% tramite Internet?
Penso sia la cosa più importante. Oggi è possibile fare l’editore senza lasciare la propria stanza. Ma quello che mi appassiona del lavoro che ormai esercito da quarant’anni, sono gli uomini. Sono gli editori, con i loro differenti gusti e le giustificazioni che danno per la scelta dei libri da pubblicare, sono gli autori, capaci di scrivere ogni volta grazie a una straordinaria vena creativa; sono anche i lettori, che ancora oggi hanno il piacere di leggere da sinistra a destra lettera dopo lettera, pagina dopo pagina, migliaia di pagine all’anno. Evidentemente tutte persone che fanno parte di un gruppo segreto di uomini capace di non farsi distrarre da altri mezzi di comunicazione. Persone quindi che vale la pena conoscere. Sono amico di molti editori e di quasi la maggior parte dei miei autori. È sempre un piacere incontrare i miei colleghi, alla fiera del libro di Guadalajara in Messico o a Stoccolma, dove ultimamente Carlo Feltrinelli mi parlava delle sue librerie. Un interessante sviluppo, quello dell’editore che diventa libraio e che da noi in Germania non esiste ancora. In generale il nostro piccolo settore dell’editoria è sempre stato innovativo, perché con le lettere si può inventare ciò che prima non esisteva. Ci sono miliardi di libri al mondo, e nessuno è uguale all’altro: è questo il motivo per cui i libri stimolano a scoprire sempre qualcosa di nuovo. Per questo il nostro settore è rimasto interessante, pieno di gente divertente e strampalata, raramente noiosa e conformista.
E il rapporto con i critici letterari?
Bisogna curarselo per bene. Da voi in Italia vivono tutti più o meno a Milano. In Germania è diverso, i critici abitano ad Amburgo, Berlino, Monaco e Stoccarda. La nostra repubblica decentralizzata ha sparpagliato autori, editori e critici in tantissimi posti. Penso che il contatto personale con questi ultimi sia molto importante, soprattutto per capire l’opinione che hanno di noi, sebbene non tutto quello che dica la critica letteraria debba corrispondere a verità.
A proposito, un critico italiano, Luigi Forte, è nominato direttamente nel suo La commedia torinese. Come mai ha pensato di utilizzare la città dell’Einaudi come palcoscenico per il suo romanzo?
Torino mi ha sempre interessato, perché è la sede della casa editrice Einaudi, il luogo di Vittorini, Pavese, Ginzburg e Italo Calvino. Tutti ruotavano intorno a quella casa editrice e tutti hanno cercato di fare qualcosa che per la mia vita è stato fondamentale, ovvero sviluppare una politica umanista di sinistra, non solo nella letteratura ma anche nella società. Penso che la maggior parte dei saggi scritti su quel tema, ad esempio da Pavese, sia estremamente interessante. Il secondo motivo per amare Torino è la sua commistione di Alpi e di urbanità. Da noi tutto quello che si trova vicino alle Alpi è provincia, mentre ciò non è assolutamente vero per Torino. Poi mi ha sempre interessato l’elemento francese che possiede quella città, inoltre Torino è stata una delle mete preferite di un grande filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, di cui io spesso ho ripercorso i passi. La capitale piemontese ha inoltre un Goethe Institut di prim’ordine, nonché un’università fantastica, dove anche Magris ha insegnato, senza contare l’ottima terza pagina del suo quotidiano. Sono stato spesso a Torino e sono sicuro che, se non muoio prima, ci tornerò.
Secondo lei che direzione ha preso il rapporto culturale tra Italia e Germania negli ultimi anni? Alcuni studiosi come Gian Enrico Rusconi parlano ad esempio di una “estraniazione strisciante” tra i due Paesi.
Questo è un tema importante, soprattutto qui a Monaco, considerata in Germania la città italiana più a Nord. In passato lo scambio culturale tra le due nazioni era enorme. Certe idee attraversavano le Alpi a ondate, colpivano la Germania e qui trovavano molti sostenitori. Pensi al manifesto anticonsumistico di Pasolini o ai principi critico-letterari di Calvino, e in genere a tutto l’influsso del gruppo Einaudi in Germania. L’Italia è sempre stata una nazione modello per i tedeschi, e non solo in campo letterario, ma anche gastronomico. L’Italia ci ha insegnato che si può mangiare altro rispetto alle infinite variazioni di carne e patate. L’Italia per noi era il Sud, era la politica: il vostro Paese ci ha insegnato che un governo non deve per forza durare quattro anni, fino a ieri poi aveva un partito comunista mentre il nostro venne proibito già nel 1945. L’Italia ha sempre avuto un altro rapporto con la realtà rispetto a quello nutrito da noi tedeschi d’animo serio e malinconico. Il lungo governo di Berlusconi e della Lega Nord provoca tristezza in Germania poiché ha significato quasi uno stop nello scambio intellettuale. È una cosa che mi ha colpito profondamente: all’improvviso, tutti gli italiani che conosco sono passati all’opposizione. Mi dicono però che stare all’opposizione non permette loro di essere ascoltati, visto che l’altra parte è così potente. E tutto ciò è accaduto nel cuore dell’Europa. Sì, è una cosa molto complicata. Secondo il concetto di democrazia che abbiamo in Germania, un primo ministro non può possedere tutti i grandi mezzi di comunicazione. Che questo avvenga, per me è come un pugno in faccia alla democrazia.
Lei non è solo un editore e un romanziere, ma anche un poeta. Forse perché nella poesia, come ha scritto, «l’opacità del mondo prende una forma». Lo pensa veramente?
Lo penso veramente. La poesia più corta del dopoguerra italiano è di Ungaretti e dice: «M’illumino d’immenso». Non una parola di più. C’è un’intera antropologia nascosta in queste due righe. Una simile operazione la può tentare anche un romanzo, come ha fatto Robert Musil con il suo Uomo senza qualità. Tuttavia esprimere un simile stato di cose in due righe, è un colpo di genio. Ho sempre pensato che sarebbe meraviglioso poter comprimere in un filtro tutta la massa di informazioni che riceviamo continuamente e tirarne fuori solo otto versi.
Ma se la poesia possiede una tale forza, come mai così pochi lettori s’interessano a essa?
Non lo so. È uno dei capitoli più oscuri del tempo in cui viviamo. A parte forse l’Irlanda, il tempo della poesia è finito. L’uomo vive nella prosa e pensa che solo elucubrando in prosa si possa illuminare la boscaglia in cui è immerso. Di recente il premio Nobel turco Orhan Pamuk mi ha detto che il romanzo è l’unica forma artistica capace di sviluppare grandi immagini, e solo attraverso tali allegorie ci è possibile capire il mondo. Il breve lampo, il rischiaramento fulmineo, l’epifania sono tutte cose che non illuminano più l’uomo. Forse Pamuk ha ragione, in ogni caso la sua è una giustificazione possibile per la vittoria del romanzo.
Lei ha un pronunciato interesse per le bestie. Gli animali sono presenti nelle sue poesie, mentre un libro ancora inedito in Italia si chiama Die Tiere kommen zurück [Il ritorno degli animali]. C’entra con il fatto che lei da bambino voleva fare il contadino?
Sì, sono cresciuto in campagna e da piccolo sono sempre stato circondato da bestie. Il rapporto tra uomo e animale è uno dei meno chiari che ci siano. Il dibattito sull’ambiente ci ha fatto scoprire che dobbiamo avere cura persino dei pianeti, ma il nostro rapporto con le bestie ancora non l’abbiamo capito. Sono nostre amiche, eppure le divoriamo. Uno degli ultimi grandi problemi della civiltà è proprio il fatto che noi cacciamo le bestie, le alleviamo, le macelliamo e le divoriamo. Penso che se ci sarà un giudizio universale, ci verrà chiesto perché. È un quesito su cui hanno riflettuto tutti i grandi filosofi, ma una soluzione ancora nessuno l’ha trovata.
Com’è stato crescere in un paesino vicino a Lipsia poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale?
Bello, perché abitavo con i miei nonni ed entrambi erano grandi lettori del libro della natura. Non avevamo nessun libro, ma c’erano tantissime piante e animali e moti del cielo. In quegli anni ho assistito alla lezione della natura come mai poi mi è capitato.
E com’è stato vivere da adolescente in una Berlino ridotta a macerie?
Uno shock. Mi ricordo ancora benissimo quando nel 1949 arrivai alla stazione dello Zoo di Berlino e vidi un paesaggio di sole macerie. Nel mio primo appartamento vivevano otto persone in cinquanta metri quadrati. Ognuno aveva il suo angolino, io ero un disturbatore. L’angustia improvvisa, la povertà: fu uno shock. Non dimenticherò mai quelle immagini. Per un bambino che arriva dalla campagna, dove certo regnava la povertà, ma lì ognuno aveva qualcosa da mangiare, arrivare a Berlino… dovevamo correre in strada dietro ai carri per raccogliere con un secchio lo sterco dei cavalli necessario per concimare i pomodori. La distanza tra i miei primi anni di vita e la mia gioventù mi parve incredibile e rimane indimenticabile.
A metà degli anni Sessanta, dopo gli anni di apprendistato da libraio in una Berlino distrutta, si trasferì nella Swinging London. Che cambio!
È stato davvero bello. A Berlino avevamo una vita teatrale vivace, anche un’interessante vita culturale, non da ultimo grazie agli americani, ma era un mondo circoscritto. Arrivare in Inghilterra proprio nel momento in cui i Beatles iniziavano la loro marcia trionfale... non dimenticherò mai le duecentomila persone raccolte a Trafalgar Square per la prima del film Tutti per uno. Non avevo mai visto una cosa simile.
Dopo Londra tornò in Germania, però a Monaco anziché Berlino
Ero libraio e stampatore, ma non volevo tornare in libreria. A Berlino non c’era nessun quotidiano importante, non c’era lavoro, era il Sessantotto e in certi quotidiani, così come in certe radio, non si era ben visti. Poiché dovevo in qualche modo guadagnarmi da vivere mi trasferii a Monaco, dove avevo sentito che si stava sviluppando una giovane scena cinematografica. Presto mi ambientai nel milieu del cinema dove si muovevano anche Fassbinder, Schlöndorff, Wim Wenders e Werner Herzog. Partecipai come attore a molti film, scrissi delle sceneggiature e notai che, nonostante la teoria del cinema si fosse sviluppata in Germania negli anni Venti, sulla fine degli anni Sessanta non c’era nessuna teoria interessante volta a spiegare il fenomeno del cinema come strumento di educazione estetica, sociologica e pedagogica. Così proposi con successo alla Hanser di fare una collana di cinema, e in questo modo entrai nella casa editrice.
Adesso però tutto il mondo parla con entusiasmo della Berlino riunita e risorta dalle rovine. Quest’anno la casa editrice Suhrkamp – che potremmo definire un po’ come l’Einaudi tedesca – addirittura si è trasferita da Francoforte a Berlino. Non si sente di vivere nel posto sbagliato della Repubblica Federale Tedesca?
Dimentica che mi trovo sempre nella città italiana più a Nord. La nostra decentralizzazione ha subito una spinta verso Berlino, questo è certo. Tutti gli scrittori vanno a Berlino, poiché lì è possibile vivere più economicamente che a Monaco o Francoforte. Ed è naturale che molte persone si sentano attratte da questa capitale divenuta grande e piena di istituzioni culturali grazie alle nostre tasse. Che la Suhrkamp si sia trasferita lì perché vuole essere al centro dell’interesse, lo capisco, ma penso che per una casa editrice come la nostra, con un programma molto internazionale, Monaco continui a essere il posto giusto. A Berlino c’è una concorrenza culturale permanente mentre qui possiamo vivere in un ambiente un poco più raffinato.
Nel 1968 è divenuto lettore della casa editrice Hanser. A quel tempo alcuni andavano sulle barricate, lei invece leggeva Cioran e Leopardi e retrospettivamente ha detto che sarebbe stato meglio scendere in piazza a favore di Goethe e di Schiller, di Hölderlin e Mörike, di Kafka e Robert Walser. Ma lei è stato quel «giovane ribelle» di cui Reinhard Wittmann parla nella biografia sulla sua casa editrice o invece un colto snob antisessantottino?
Allora eravamo ribelli perché occorreva un cambio rispetto alla generazione del Dopoguerra. I nostri padri furono contaminati dal nazismo. Era così nella scuola, nelle istituzioni politiche, così anche nelle università, per questo motivo dovemmo alzare la nostra voce e andare nelle strade. Quello che però allora mi disturbò fu il voler mettere in dubbio anche tutta una serie di meravigliose conquiste culturali. Mi ricordo bene che allora c’era una disciplina chiamata sociolinguistica: essa cercava di capire come veniva utilizzata la lingua nel discorso pubblico. Quei sociolinguisti cercarono di eliminare l’insegnamento della letteratura tedesca perché considerata troppo borghese e al suo posto incentivarono la lettura dei quotidiani scandalistici come la Bild Zeitung. Io ero contro tutto ciò, e lo ero in maniera fanatica. Una ribellione studentesca per me doveva essere una lotta per la buona letteratura.
Ora però lei è un blasonato esponente dell’establishment culturale. Come riesce ogni giorno a conciliare indipendenza intellettuale, libri contabili e presenza in società?
M’illudo di essere rimasto una persona indipendente, che non si lascia facilmente etichettare. Quando si guida un’azienda di cui non si ha la proprietà bisogna fare naturalmente dei compromessi. Ma penso che l’esistenza di una società di uomini in cui non ci si massacra e ammazza ogni giorno dipenda dall’azione civilizzatrice del pensiero indipendente, dal fatto di non muoversi solo in determinati ambiti sociali e dall’attenzione costante a rimanere autonomi. Inoltre nulla ha più effetto sugli uomini della lettura di libri e manoscritti intelligenti. Fino a quando riceverò questa alimentazione intellettuale non temo di poter diventare davvero un membro del sistema.
Davvero non ha mai pensato di rinunciare all’indipendenza della sua casa editrice per affluire in un grande gruppo aziendale?
No. La Hanser appartiene a una famiglia che l’ha sempre voluta indipendente, secondo le intenzioni del fondatore Carl Hanser. Tutti i nostri sforzi sono diretti a rimanere liberi.
In una sua poesia un’immaginaria agenzia turistica statale esorta la gente a imparare «la nostra lingua» altrimenti «nessuno la parlerà più». Ma il tedesco è davvero così minacciato che occorre diffondere tali paure?
Sì. Noi tedeschi dobbiamo accettare che il bacino della nostra lingua sta diventando sempre più piccolo. Sono stato all’ultima fiera del libro di Guadalajara e ho visto fisicamente quante sono le persone che parlano spagnolo! Il sindaco di Los Angeles mi ha detto che lo spagnolo è parlato dal 38% dei suoi cittadini. Senza contare tutto il continente sudamericano. Un tempo si parlava tedesco in tutta Europa, dall’accademia di San Pietroburgo a tutto il Baltico fin giù in Boemia, e oltre a ciò vi erano le sue variazioni linguistiche, come lo yiddish. Oggi siamo concentrati sulla Germania e la tendenza del mondo accademico a esprimersi in tedesco si riduce sempre più. Gli olandesi hanno un problema più grosso del nostro, e per questo parlano tutti un inglese pressoché perfetto. Così gli islandesi, così tutta la penisola scandinava. Gli ottanta milioni di tedeschi vogliono naturalmente conservare la loro lingua, ma ci accorgiamo che sempre più parole inglesi prendono il sopravvento. Non è una cosa triste, solo dobbiamo rendercene conto.
Uno dei più grandi artisti della lingua tedesca presente nel catalogo Hanser è stato il premio Nobel Elias Canetti, che lei certo ha conosciuto. Era umanamente così difficile come si afferma?
Sì. Era incredibilmente difficile, perché era uno degli ultimi uomini indipendenti. Non ha mai scritto su commissione, in generale ha scritto poco e si è concesso vent’anni per il suo grande libro Massa e Potere. Ha scritto un romanzo e non voleva più scriverne altri, poiché riteneva che dopo averne fatto uno si dovesse dedicare ad altre cose. E quando noi della casa editrice gli chiedevamo di scrivere qualcosa, ad esempio estendere la sua autobiografia, allora si trasformava in un indemoniato furibondo. Aveva un carattere molto difficile e in più coltivava delle opinioni molto decise sugli autori. Se ve n’era qualcuno che non poteva soffrire, allora lo perseguitava con ira vetero-testamentaria. Il suo odio e la sua antipatia potevano essere enormi, violente. D’altra parte era un’anima tenera e amorevole, con la quale io ho condotto alcuni dei discorsi più belli della mia vita. Ma per fare un esempio: non poteva assolutamente sopportare Hegel. Per Canetti Hegel era un filosofo dello Stato prussiano mentre lui veniva dalla Kakania, dalla vecchia monarchia austroungarica piena di religioni ed etnie. Canetti vedeva Hegel come il fumo negli occhi. Una volta gli chiesi come mai quel filosofo era capace di fargli sprigionare tanta rabbia: «perché scrive così male», fu la sua risposta. Sì, Canetti era proprio uno scrittore. Uno che ragionava con la sua testa.
Anche lei è così difficile e sempre a corto di tempo come si dice?
Non sono difficile ma, è vero, non ho tempo. Mi sono posto il compito non solo di leggere tutti i libri che pubblichiamo, ma anche di scrivere un poco per conto mio, poi naturalmente devo comporre discorsi, prefazioni, postfazioni… insomma, non ho tempo.
Come occupa il tempo che non ha?
Mi alzo molto presto, scrivo un’ora e mezza. Scrivo tutto quello che devo scrivere, dai discorsi alle postfazioni, nonché i miei libri. Alle otto e mezza in punto sono qui nella casa editrice e me ne vado la sera alle otto. Poi devo mangiare, di solito cibi italiani, e poi inizio con le letture. Vado avanti fino a mezzanotte o l’una.
Uno degli autori da lei preferiti, e attualmente meno noti, è l’austriaco Heimito von Doderer. Le confesso che io e il 99% dei lettori non lo abbiamo letto, sebbene sia stato tradotto in italiano. Secondo lei come mai dovremmo riempire questa lacuna culturale?
Innanzi tutto perché le lacune bisogna sempre riempirle. Comunque non trovo che sia così brutto quando un autore per un certo periodo di tempo cade nel dimenticatoio. Quando uno scrittore è sempre presente, lo si ignora facilmente. Nel caso di Heimito von Doderer penso lo si debba dimenticare del tutto, affinché in seguito arrivi qualcuno a dirci che dobbiamo assolutamente leggere questo grandissimo stilista, nonché fantastico autore de La scalinata. Ma in fondo è sempre stato così. Sono sicuro ad esempio che Ennio Flaiano, un autore italiano che amo moltissimo e che per molti anni è stato dimenticato, ora ritornerà in voga. Se Flaiano non fosse stato dimenticato, non avremmo potuto riscoprirlo.
Le è stato chiesto cosa le piace particolarmente di lei. Risposta: l’inquietudine. Poi le è stato chiesto a chi darebbe un’onorificenza e perché. Risposta: la lumaca, per i suoi sforzi di lentezza. Scusi, ma lei come concilia lentezza e inquietudine?
Amo la lumaca. Per me è l’animale che simboleggia al meglio la lettura. Questa è un’attività lenta e che non si può velocizzare. Tutti i tentativi di leggere più velocemente sono falliti. C’è uno sketch meraviglioso di Woody Allen in cui dice di aver partecipato a un corso di lettura rapida e aver letto “Guerra e Pace” in venti minuti. Quale opinione ha tratto del libro da quella lettura? Che gli pareva parlasse della Russia. Dirigendo una casa editrice desidero però svolgere il più velocemente possibile tutta una serie di incombenze. Sono sempre inquieto perché penso di non aver ancora fatto le cose importanti della mia giornata, e perciò devo fare velocemente quelle meno importanti per dedicarmi infine a ciò che mi preme davvero. Così trascorro le mie giornate lavorative in maniera inquieta e la sera arrivo infuriato a casa. Qui allora salta fuori la lumaca e mi dice: siediti, mangia i tuoi spaghetti, prendi in mano un libro ed esplora la terra della lentezza, dove la velocità viene punita.
Lei ha detto che il suo cibo preferito sono «i libri – insieme alla pasta, ai pomodori, all’olio d’oliva». Tre quarti di questi ingredienti sono un elogio all’Italia.
Il cibo italiano ha trasformato radicalmente la Germania. Mi ricordo quando ancora si andava nelle osterie tedesche e da mangiare c’erano solo i pesanti canederli. Poi, improvvisamente, arrivarono gli italiani. Per la mia generazione fu una sorpresa, poiché in gioventù tutto ciò non esisteva. Da quando abito a Monaco è sempre stato facile andare in Italia. Ti alzi alle cinque del mattino e alle cinque di sera sei a Roma. E il giorno dopo puoi fare una colazione al Pantheon. Fantastico! Quanto alla letteratura, sono cresciuto in tre culture. La prima è stata tedesca, a scuola. La seconda americana, con i film, i jeans e i libri di Hemingway. La terza italiana, con i romanzi di Pavese, Calvino, Vittorini e gli altri.
In realtà ha dimenticato come ingrediente della sua vita l’alcool, tanto più che a esso ha dedicato un libro intitolato Literatur & Alkohol…
Il vino è una cosa così basilare della mia vita… come mi è impossibile trascorrere un giorno senza poesia, così non riesco a concludere una giornata senza un bicchiere di vino rosso. E chi conosce i rossi piemontesi spera di poter vivere ancora un paio d’anni per gustarne ancora molti litri.
Dieci anni fa lei diceva di voler smettere in dieci anni. È arrivato il momento?
Da tanti anni sono alla ricerca di un successore, ma temo di non cercarlo così intensamente da trovarne uno. Qui in casa editrice ho ancora un po’ di cose da fare e finirò quando le ho svolte tutte. Spero tuttavia di non dover essere portato via da questo edificio con i piedi davanti.


