Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, febbraio 2016
Nei miei anni di università alla Bocconi di Milano ricordo un semestre di avere assistito a un convegno sul lavoro. Professori, economisti e filosofi indagavano il senso di quel concetto. Io da studente faticavo a capire la ragione di tanto arrovellamento su un tema che sentivo lontano. Eppure lontano così non era. E non perché dopo lo studio il confronto con il mondo del lavoro avrebbe atteso al varco anche me, quanto perché sin da piccolo io convissi con un uomo che aveva attribuito proprio al lavoro la ragione della sua vita.
Il lavoro era il nucleo centrale dei valori granitici su cui mio padre aveva fondato la propria esistenza e influenzato, direi quasi inciso, nell’anima della propria famiglia, di sua moglie, di sua figlia, dei suoi figli, mia.
Mio padre condusse un’esistenza focalizzata titanicamente sul significato del lavoro, del sacrificio, del dovere. Base del suo operato fu una convinzione religiosa più salda del granito delle Alpi. Quella di un cattolicesimo contadino patriarcale.
Il mondo esiste poiché lo vuole Dio. Il rappresentante di Dio in terra è il Santo Padre. Il rito della visita al cimitero e alla messa è un dovere, un piacere, una necessità uguale a quella del repiro.
Nel mondo religioso di mio padre non ebbero mai posto né il dubbio né le figure femminili della madre Maria e del figlio Gesù, cui egli mai si curò davvero.
Il Credo di mio padre era quella dell’antico testamento. Del Dio severo. Del padre autoritario. Quel padre che lui non lo ebbe mai.
Mio padre crebbe infatti senza un padre.
Egli non ebbe mai nella sua vita una figura limitante, capace di insegnargli non solo la devozione verso l’autorità, ma anche la necessità di temprare la severità con la complicità umana.
Mio padre fu un padre assoluto.
Ma queste sono valutazioni familiari troppo delicate e intense per poterle estendere e consegnare parziali al Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, una rivista da lui voluta, amata e sulle quali io stesso ho mosso i primi passi nella scrittura.
Qui voglio ricordare soprattutto l’eccezionalità di mio padre, a partire dalla sua capacità di intuire nel proprio interlocutore pregi e difetti, sapendoli anche generosamente alimentare.
Scontato sarebbe parlare del suo affetto profondo verso il personale della banca, dal consigliere delegato fino all’ultimo giovane cassiere. Verso i suoi collaboratori mio padre provò costantemente un sentimento genitoriale. I suoi altri figli sono stati proprio i dipendenti.
Essi lo hanno ricambiato con una stima e un calore manifestatosi in ultimo nel poetico momento di silente raccoglimento di fronte alla bara.
Quello che mi ha sempre allibito di mio padre è stata la capacità di unire due piani dell’esistenza apparentemente inconciliabili. Una fede tetragona e assoluta, ma capace di alimentare una praticità nel mondo del lavoro dai tratti magici e di certo non pienamente comprensibili.
Perché seppur vivendo quasi monasticamente e agendo con convinzioni bibliche originate nella Notte dei Tempi egli si è sempre mosso nel mondo del lavoro con abilità e intuito proiettati verso il futuro, sapendo tessere una rete di relazioni le più variegate e ammirate, sempre e solo per il bene della sua Banca e della sua Terra.
L’unione di due aspetti così apparentemente contradditori della vita, unione cementata nell’assoluto rifiuto del dubbio esistenziale, contribuisce forse a illustrare i tratti fondanti di un uomo eccezionale come è stato mio padre.
E come lo rimane, nel ricordo di chi lo ha conosciuto.
Potrei scrivere ancora per molte pagine su mio padre e sul fascino perturbante delle sue convinzioni assolute. Ma ricordandomi che egli amava la concisione, scelgo per il momento di fermarmi qua.
E se nell’iperuranio del tuo Credo ora mi sta osservando, allora caro papà sappi che se hai accompagnato la mia vita per 40 anni da vivo, ora la accompagnerai per il resto dei miei giorni nel mio penisero e ricordo.
Talvolta affettuoso, talvolta irato, talvolta giusto, talaltra meno. Ma costante.
E sappi che farò cose che tu non avresti capito, vivrò una vita che forse non avresti voluto. O forse sì.
Ma, come te, vedrai, la mia vita sarà incentrata sul lavoro.
Perché, come sapeva Hegel e come tu dimostrasti, è il lavoro che rende liberi.
Tu libero lo sei stato per tutta la tua vita.
Ora forse lo posso essere anche io.


