Mio zio, spia della Stasi
Susanne Schädlich racconta lo zio che spiò per la Stasi la propria famiglia
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 12 aprile 2009
Karlheinz era uno zio speciale. Colto, elegante, col vezzo della pipa e delle giacche di tweed. Amava il jazz, le donne e forse anche le ragazzine, come intuì la nipote Susanne quella volta in cui, congedandosi da lui dopo aver fatto un breve ritorno a Berlino Est, ricevette dall’uomo un bacio un po’ troppo affettuoso. Forse lo zio è nostalgico, penso lei confusa. Perché Karlheinz era il fratello dello scrittore Hans Joachim Schädlich, papà di Susanne, espatriato con la famiglia nella Germania Ovest. Ora, a vent’anni dalla caduta del Muro, Susanne spiega cos’era davvero suo zio in un libro sull’incredibile storia familiare da lei vissuta a cavallo tra le due Germanie (Immer Wieder Dezember [Sempre a dicembre], Droemer, Monaco 2009, pagg. 239, € 16,95).
Nel 1976 Hans Joachim Schädlich riesce a contrabbandare un testo oltre confine. È il manoscritto di Tentativi di avvicinamento, opera recensita con grandi elogi a Ovest mentre a casa, nella DDR, non incontra per nulla i favori del regime. La polizia minaccia di internarlo come pazzo ed esercita pressioni sulla moglie perché divorzi. Susanne a scuola viene isolata dagli altri bambini: potrebbe infettarli col virus della cultura, di cui già è vittima il babbo. Questi non può più scrivere né trovare lavoro: tutto gli è vietato. Richiede allora alle autorità di espatriare. Il governo acconsente, affinché la DDR non abbia più a occuparsi di quell’«elemento antagonista-negativo». O almeno così pensa Hans Joachim, il giorno in cui attraversa il confine. Karlheinz invece rimane al suo posto, ma grazie al telefono e a qualche viaggio all’Ovest, generosamente concessogli dal regime poiché è uno storico e deve consultare vari archivi, continua a prestare molta attenzione alle confidenze del fratello, della cognata e della nipote.
Dopo che suo fratello, ancora inquieto sebbene libero, si distanzia dalla moglie e dalla figlia, Susanne trova nello zio quasi un secondo padre. Talvolta Karlheinz, con la scusa di essere parente di Hans Joachim, riesce anche ad avere colloqui con Günter Grass e altri intellettuali. È un interlocutore attento, preparato e molto paziente. Ma nessuno conosce il vero fine della sua gentilezza: memorizzare ogni singola confidenza, per riferirla in ogni dettaglio alla Stasi. Egli è infatti un puntuale informatore dei servizi segreti, sin da quando nei primi anni Settanta li contatta per denunciare un’amante divenuta troppo invadente. Per Karlheinz spiare tutti è il modo di sentirsi un James Bond al servizio del comunismo.
Quante vite egli abbia rovinato, sua nipote non è in grado di dirlo. Di certo quella sua e dei suoi genitori. Perché nonostante siano in Occidente, la Stasi non li dimentica. Ritornata da un viaggio in Sardegna, Susanne trova ad esempio che nel suo appartamento di Amburgo è accaduto qualcosa di strano. Non manca nulla, ma alcuni poster sono staccati dalle pareti e ben riposti sul letto. È il chiaro segnale dell’Est: dovunque andrai, noi continueremo a controllarvi tutti. Accade anche anni dopo in America, dove la ragazza si è trasferita per cercare una vita lontanissima dal Muro. Con angoscia scopre che anche oltreoceano il passato la insegue fin dentro casa per intimidirla.
Già sapere di essere ancora tenuti d’occhio dalla Stasi è sconvolgente. Eppure mai lei e i suoi genitori avrebbero pensato che a tradirli fosse stato proprio il simpatico zio.
I documenti che emergono dagli archivi dopo la Riunificazione tuttavia parlano chiaro. Karlheinz fino all’ultimo è stato una spia del regime. Scoperto, si rinchiude nel silenzio. Poi, due anni fa, il padre chiama Susanne: zio Karlheinz è morto sparandosi un colpo di rivoltella in un parco a Berlino.


