Monaco, dove si conosce l'arte del vivere bene
Un ritratto intimo di Monaco di Baviera, tra Millionendorf, feste, parchi e locali nascosti
Pubblicato su Ulisse, settembre 2009
Non lasciarti ingannare, quando atterri a Monaco. Percorrendo il suo moderno e luminoso aeroporto potresti credere di essere giunto in una città del futuro. Un’impressione rafforzata se arrivi la sera e prendi un taxi, quando sulla via per raggiungere il centro ti vedi spuntare dal nulla una gigantesca ciambella illuminata, magari di rosa. Sembrerebbe un oggetto spaziale pronto a spiccare il volo, invece è il nuovo stadio del Bayern München di Luca Toni e Franck Ribery, un avveniristico tempio del calcio che ogni notte si diverte a cambiare colore.
Certo a Monaco la tecnologia è di casa, qui hanno sede numerose aziende di microelettronica e centri di ricerca di fama mondiale come la Società Max Plank ma, caso più unico che raro, questa metropoli innovativa si fa un vanto di mantenere vivi nel proprio cuore gli usi e costumi di un tempo in cui era solo la terra a dare ricchezza. E infatti c’è qualcosa di vero nell’accusa che le altre città della Germania rivolgono con malcelata invidia alla capitale della Baviera, ovvero quella di essere un “Millionendorf”, un villaggio da oltre un milione di abitanti. Ma non tanto per il carillon del municipio o la pantagruelica birreria Hofbräuhaus in cui ogni giorno dell’anno si levano per brindare mille boccali ricolmi, tutte attrazioni che i monacensi volentieri lasciano ai turisti in cerca di rassicuranti cliché. E neppure per le molte e graziose chiesette, attorniate magari da un minuscolo camposanto, che tuttora sorgono a Pasing, Schwabing o Neuhausen, quartieri che fino a un secolo fa erano villaggi a sé stanti e ancora oggi amano coltivare una propria definita identità. È piuttosto qualcosa d’altro, di diffuso e meno tangibile che permea l’aria di questa città dai numerosi parchi e dai signorili edifici dipinti con i colori mediterrani, che il re Ludwig I nell’Ottocento ampliò rincorrendo il sogno di trasformarla in una capitale d’arte nello stile dell’antica Grecia. Perché il segreto di Monaco di Baviera, quella magica caratteristica capace di renderla un luogo che non sembra essere stato ferito dalle violenze della rivoluzione industriale, ancor prima che nell’architettura equilibrata risiede nella sua gente.
“Ein bisschen geht immer” ovvero: “un po’ va sempre bene” è una delle verità di chi abita sulle sponde del fiume Isar. Una considerazione semplice che può significare molte cose, ma soprattutto esprime il pensiero di chi, come i monacensi, pur lavorando sodo rifiuta di farsi estenuare dalla frenesia dei tempi moderni. Il monacense sa che chi esagera sbaglia, e allora vive con gusto e coltiva una diffidenza verso l’inflessibilità dei modi tipica dei prussiani del Nord. Egli non si mostra impettito come i grandi borghesi di Amburgo, e nemmeno si compiace della ruvidezza operaia di chi abita nel bacino industriale della Ruhr.
Un po’ va sempre bene vuol dire che nella vita la tolleranza non guasta, e per ogni regola esiste un’eccezione. Anche per questa rilassatezza dei modi in fondo gli abitanti di Monaco – una città che per storia e collocazione è indiscutibilmente tedesca – non desiderano considerare la loro metropoli come la più a sud della Germania, bensì amano definirla la città più a nord d’Italia.
Nonostante le mille aziende che le danno ricchezza, Monaco non ha sacrificato l’anima al culto dell’efficienza manageriale e le sue antiche origini campestri ancora oggi ricordano agli abitanti che la vita è certo lavoro, ma sbaglia chi dimentica di celebrare la festa. Perché a che serve sudare per ottenere un raccolto propizio, se poi non vi è l’occasione per festeggiarlo con generosa abbondanza?
E di feste Monaco è piena, in ogni stagione dell’anno. Tra tutte certo la più famosa è quella della birra, celebrata a settembre e conclusa in ottobre. Nonostante i sei milioni e passa di visitatori ogni anno, questo evento riesce ancora a risultare autentico grazie alla capacità di amalgamare turisti da ogni parte del mondo con bavaresi doc in costume tradizionale, compagnie di giovani metropolitani e anziani fattori delle Prealpi bavaresi che ogni anno da sempre ripetono puntuali il rito del pellegrinaggio nella loro capitale per ritrovarsi allo stesso tavolo della stessa tenda, preferibilmente quella della Augustiner, la più tradizionale tra tutte le birre della città.
Ma la commistione di ambienti sociali in cui si ritrovano insieme le più disparate persone, incuranti delle differenze di età, ceto, abitudini e provenienza è una particolarità che Monaco possiede tutto l’anno. Qui le panche dei mille graziosi caffè con terrazza, ad esempio il Kaisergarten nel quartiere di Schwabing, invitano gli avventori a prendere posto con disinvoltura accanto a sconosciuti, favorendo così gli incontri e le nuove conoscenze, magari da coltivare inoltrandosi nel vasto parco del centro che offre rinfresco e pace davvero per tutti. Nel “giardino inglese” ogni domenica gli immigrati cubani sfidano a baseball i colleghi dominicani, mentre gli amanti delle percussioni tambureggiano non lontano dalle coppie che flirtano. Lungo i suoi viali alberati passeggia tutta la città, dall’ingegnere dell’Ufficio Brevetti Europeo allo studente della scuola di cinema che magari si sta convincendo a visitare prima o poi il coloratissimo museo d’arte Brandhorst, la nuova gloria cittadina aperta lo scorso maggio.
A Monaco “un po’ va sembre bene”, e allora perché stupirsi se a pochi metri dall’augusto Teatro dell’Opera i ragazzini in skateboard compiono evoluzioni non certo classiche, mentre il P1, la discoteca da sempre più in voga, alloggia nelle fondamenta della Casa dell’Arte, a due passi dal ruscello dell’Eisenbach che genera un’onda stabile così potente da permettere agli sportivi di fare surf in mezzo alla città? D’altronde qui le stranezze non sono mai mancate, come ricorda lo scrittore Lion Feuchtwanger a proposito del solenne monumento che troneggia nell’elegante Odeonsplatz, modellato sulla fiorentina Loggia dei Lanzi e dedicato a due generali bavaresi, di cui uno non era generale e l’altro non era bavarese.
Partendo da questo centro città carico di storia e dalle chiare reminiscenze italiane, il mezzo migliore per esplorare l’anima quotidiana e variegata di Monaco è indubbiamente la bicicletta. Con essa l’amante di storia spingendosi verso la Königsplatz potrà osservare le vestigia di un passato nero come la pece, ovvero il quartiere che negli anni Trenta del secolo scorso era l’epicentro del potere nazista; chi voglia invece inoltrarsi in zone meno note e più solari, come lo Schlachthofviertel oppure il Westend, scoprirà luoghi in fermento dove vecchi abitanti convivono con giovani artisti, webdesigner e librai frequentano bistrot dal sapore parigino come il Café Marais, in cui oltre al cibo si possono acquistare anche pezzi dell’arredamento, oppure pranzano nelle gastronomie bavaresi pralinate in legno scuro, come la rustica trattoria Zur Schwalbe, che cela al suo interno persino un’antica pista da bowling. Chi poi per le proprie soste preferisca altri ristori rispetto alla sostanziosa cucina tradizionale, avrà occasione di scoprire che la varietà sociale di Monaco si riflette anche nell’amplissima offerta gastronomica di questa città abitata per il 23% da popolazione straniera. Tra i molti abitanti che accrescono l’internazionalità di Monaco vi è un italiano che gestisce il coktail bar più piccolo e segreto di questa metropoli. Si tratta di Emanuele Ingusci e del suo Barroom, nascosto ad Haidhausen, zona un tempo di ristrettezze e ora una delle più vivaci della città. Nel suo minuscolo locale per avventori che se ne intendono Emanuele prepara mille coktail con la studiata eleganza di chi compie un rito calibrato nel più minuscolo dei dettagli. Lo spazio tra i quattro tavolini e il bancone è talmente ridotto che fare conoscenza con gli altri ospiti è una certezza.
Scovare il Barroom di Haidhausen è un po’ come sentirsi iniziato a Monaco, conoscerne i luoghi sconosciuti non solo ai turisti, ma anche a molti suoi abitanti, visitare percorsi alternativi e scoprire che oltre alla birra questa città offre molto di più da bere, da assaporare e da visitare. Che poi il coktail bar di Emanuele si trovi proprio nella Milchstraße, ovvero la “via del latte”, in fondo altro non è se non un’ulteriore conferma della sottile bizzarria che, come il rosato dei suoi cieli al crepuscolo, talvolta misteriosamente aleggia sui tetti di Monaco di Baviera.


