In casa mia si leggevano sempre il Corriere della Sera e il Giornale. Il primo per le informazioni compassate, il secondo per le opinioni sagaci tirate di fioretto.
Da adolescente per me Indro Montanelli è stato più di una lettura obbligata, più di una coscienza critica su cui mi sono formato, più di un maestro di stile. Negli anni Novanta per me Montanelli è stato il simbolo di una destra italiana che immaginavo fosse possibile. Montanelli e Prezzolini, i due nomi tutelari della destra in cui credevo. Quella del Manifesto dei conservatori, dove Prezzolini incolonnava, tra i valori dei conservatori, il libro, lasciando la televisione a quelli della sinistra. Quella dei due anti-italiani più italiani che ci fossero. Il più vecchio, che aveva scelto l’esilio all’estero. Il più giovane, che si diceva esiliato in patria. Non era vero. Montanelli era il centro del mondo giornalistico e politico italiano. Raccomandava ai giovani che volevano seguire la sua professione di tenersi lontani dalla politica, di tenersi lontani da Roma, mentre lui teneva un attico in piazza Navona. Ma allora certi suoi lati oscuri non mi erano così chiari. Allora Montanelli, per me, era l’anticonformista che denunciava le malefatte del comunismo. Che non aveva timore di prendere gli strali dei tanti che a sinistra sognavano la rivoluzione dalle terrazze romane.
Montanelli e Prezzolini, che in una soffitta di New York si cucinavano gli spaghetti, decantati dal cuoco come impareggiabili, guardati di sbieco dal commensale. Entrambi, individualisti fino al midollo. A quel pranzo mancavano solo Leo Longanesi e Panfilo Gentile, che probabilmente era impegnato dietro ai suoi cani.
Montanelli aveva stile e rispettava il lettore. Non lo vezzeggiava, talvolta lo incalzava, ma lo prendeva sempre sul serio. «Se il lettore non ha capito, la colpa è mia». Questa era la sua deontologia.
Dei politici invece coglieva i difetti, ancor prima delle posizioni politiche. E quando Silvio Berlusconi, nel gennaio del 1994, piombò nella redazione del Giornale per far capire che al fioretto sarebbe subentrato il randello, lui capì il terremoto che l’Italia aveva davanti e abbandonò la sua più amata creatura per imbarcarsi nell’avventura sconclusionata della Voce. Furono mesi movimentati. Io avevo iniziato a studiare all’Università Bocconi a Milano, ma ben più che dai testi di economia ero preso dai fotomontaggi del suo nuovo giornale. Fu in quei mesi, in quegli anni, che capii che la destra raccontata da Montanelli in Italia semplicemente non esisteva. Una parte politica fatta di senso dell’onore, moderazione, desiderio di libertà e disinteresse individuale. La realtà era molto diversa. Al Giornale avevano messo Vittorio Feltri, la cui rozzezza, ora che è anziano, trascolora in bizzarria (e al quale, come uomo prima che come giornalista, vanno in questi giorni di lutto la mia vicinanza e il mio rispetto). Al governo c’era un signore che pareva Alberto Sordi al potere. Nulla di quanto proclamato da Berlusconi era ciò che io credevo fosse la destra. Dall’altra parte la confusione dei comunisti che stavano cambiando pelle: se solo potevano, correvano incontro al Berlusca per aiutarlo. Come D’Alema, che nel 1997, con il “patto della crostata”, si impegnò a non toccare il conflitto d’interessi in cambio della Bicamerale. È forse per quello che dal ’94 sono senza patria politica. Alla fine votavo radicale ma senza crederci troppo.
La Storia d’Italia di Montanelli venne attaccata come una sequenza di luoghi comuni. Del resto, anni fa intervistai Mario Cervi, che la firmò con Indro per un tratto lunghissimo, e mi confidò di avere scritto lui gran parte dei volumi successivi, come Montanelli aveva sempre riconosciuto. Per me, comunque, quei libri furono il rifugio di alcune estati noiose. I suoi volumi, i suoi ritratti, le sue battute mi affascinavano. Non fu mai per me un eroe perché, in questo Brecht ci aveva visto giusto, sfortunato è chi di eroi ha bisogno. Ma gli anni passavano e io temevo che lui se ne sarebbe andato. Gli scrissi anche due o tre volte, confessandogli il mio timore. Chiaro che non mi rispose. Se ne andò durante l’immane caos del G8 di Genova. Quello in cui morì un ragazzo che aveva sollevato un estintore contro la jeep dei carabinieri. Quello in cui la polizia pestò gli oppositori con metodi sudamericani. Persero tutti. Povera Italia, che ebbe per anni un guascone come primo ministro.
Appena arrivai in Germania, nel 1999, tutti mi chiedevano conto di Berlusconi. Ma allora non era ancora invalsa l’abitudine di atteggiarsi a offesi, a vittime, per guadagnarsi l’intervista di rito. E quindi io abbozzavo nel nuovo Paese, cercando di far capire che non tutti gli italiani erano dei bajazzi.
Montanelli se ne andò proprio nel momento in cui più avevamo bisogno di lui. Da allora come mi mancano i suoi commenti puntuali, affilati, sempre divertenti. Un po’ mi manca il mondo di ieri fatto solo di Corriere e Giornale, così composto, anche se molto conservatore. Ma su quei fogli di allora nessuno si sarebbe sognato di riempire pagine con il gossip attorno alla famiglia che vive nel bosco, ai piccioncini innamorati e ai loro matrimoni d’estate, alla farfallina di Belén. Allora il giornalismo era una cosa seria. O, almeno, lo si credeva.
Sono grato a Sandro Gerbi e Raffaele Liucci che nella loro biografia gettarono finalmente luce su certi difetti di Indro. E così scoprii che tutti quegli incontri sensazionali di cui Montanelli si vantava, chissà, forse non erano davvero esistiti. A partire da quando raccontò di aver incontrato Hitler il giorno dell’invasione della Polonia: un episodio che nessuno ha mai potuto documentare, e che lui stesso narrò in versioni tra loro incompatibili. E se quello resta almeno nel campo del non provato, altre panzane vennero smascherate una a una. Giurò di aver visto con i propri occhi i cadaveri di piazzale Loreto, salvo che in quelle settimane risultava rifugiato in Svizzera. Negò da testimone l’uso dei gas tossici in Etiopia, finché la desecretazione dei documenti militari, nel 1996, non lo costrinse ad ammettere il contrario. Dovette ritrattare in tribunale i particolari che si era inventato sul caso Pinelli. Del resto, per chi voleva capire, lui stesso lasciava intuire che i fatti da lui riferiti erano spesso più “verosimili” che “veri”. Ecco, scoprire che l’anti-italiano Indro Montanelli raccontò un sacco di balle me lo fece diventare più umano. Anche lui, un po’ cialtrone. Scoprire che predicava un’ascetica lontananza dalla politica mentre in privato, impaurito dall’ascesa dei comunisti, scriveva all’ambasciatrice americana per sollecitare un’organizzazione anticomunista clandestina, mi fece capire quanto la sua massima di usare un’intelligenza critica fino al cinismo andasse adottata anche, e innanzitutto, verso di lui. Sia ben chiaro, in quella lotta io sarei stato dalla sua parte.
C’è poi il difetto più grave di tutti, quello che ancora oggi gli viene rinfacciato: la “sposa bambina”. Nel 1935, sottotenente ventiseienne in Etiopia, comprò dal padre per trecentocinquanta lire una ragazzina eritrea che chiamava Destà, secondo l’uso coloniale del madamato; raccontandolo in televisione nel 1969 le attribuì dodici anni, in versioni successive quattordici. Erano tempi e luoghi diversi, vero, ma la cosa fa rabbrividire. Su questo non ci sono attenuanti che tengano.
Luci ed ombre. Ma nemmeno una colpa simile cancella il merito di essere stato tra i pochi che, negli anni Settanta, invece di piegarsi al verbo di Mosca o di cedere alle tentazioni della P2, tennero la schiena dritta, pagando con la propria pelle. Perché Indro ricevette piombo per le sue idee, per mano brigatista. Piero Ottone, allora direttore del Corriere della Sera, lo stesso che nel 1973 aveva licenziato Montanelli, poi fondatore del Giornale, nel dare la notizia dell’agguato non ne mise nemmeno il nome nel titolo.
Indro Montanelli, in maniera un po’ vezzosa, si definiva «soltanto un giornalista». Per me fu un esempio di stile, coraggio e determinazione. In questi anni sembra caduto un poco nel dimenticatoio. D’altronde lo aveva previsto. «Un Paese senza memoria di se stesso non è un Paese», scrisse in una delle sue Stanze sul Corriere, «è solo un conglomerato di bastardi accampati sulla più bella terra del mondo, come lo sono le cavallette quando scendono a devastarla». E quando una memoria ce l’ha, l’Italia la usa per armare quegli scalmanati che, presi dalla foga woke, tirano vernice alla statua eretta in suo onore nei giardini che portano il suo nome, a pochi passi dall’angolo dove le Brigate Rosse gli spararono.
Sì, Indro Montanelli aveva anche ombre. E la giusta maniera per perpetuare il suo ricordo, credo, sia quella di non dimenticare anche questo. A venticinque anni dalla scomparsa, ricordiamone però il coraggio, la sagacia, lo stile. L’unicità.
Magari ce ne fossero, di Montanelli, nell’Italia di oggi.
Chissà cosa scriverebbe della Meloni e della Schlein. Probabilmente, le farebbe inviperire entrambe.


