Nei casermoni delle teste rasate
Reportage da Marzahn-Hellersdorf, il quartiere di prefabbricati più grande d'Europa
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 25 ottobre 2009
Che delusione, l’incubo. Anche se, a ben vedere, quella testa rasata in tuta nera affiancata da un bulldog non è troppo rassicurante. Dopotutto sto passeggiando nel luogo più malfamato della Germania. Qualche tempo fa un cronista sportivo della televisione tedesca ha commentato che provenire da Marzahn-Hellersdorf significa «essere capaci di tutto». Qui, nell’estremo est di Berlino, non l’hanno presa come un complimento. «Un pregiudizio immotivato» commenta Heinrich Niemann, il mio accompagnatore «piuttosto quello che mi fa rabbia sono le guide turistiche in cui si legge che da noi dominano il grigiore e l’assenza di alberi». Forse Niemann la prende sul personale, poiché è stato per anni assessore all’edilizia e milita nella “Die Linke” di Oscar Lafontaine, la formazione a sinistra dei socialdemocratici che alle elezioni politiche del mese scorso qui ha raccolto oltre il 40% dei consensi. Ma in effetti rispetto alla fama di essere un inferno di cemento a Marzahn c’è tantissimo verde, senza contare che il quartiere ospita i Giardini del Mondo, un parco di trenta ettari contenente giardini in otto diversi stili. Venne aperto nel 1987 grazie all’impegno dei “subbotnik”, i lavoratori volontari che sacrificavano i loro sabati per l’avvenire socialista. Heinrich era uno di loro, come mi racconta orgoglioso di fronte alla Bobolina, la statua femminile a cui è dedicato il giardino rinascimentale, inaugurato l’anno scorso. Sullo sfondo del palazzetto toscano in cui è ospitato il verde dalle reminiscenze italiane una visione assai meno aggraziata della Bobolina si erge cubica e massiccia. Perché il distretto di Marzahn-Hellersdorf, sebbene possa fregiarsi di ospitare anche il giardino cinese più grande d’Europa, è noto soprattutto per un primato europeo molto meno attraente, quello della più alta concentrazione di prefabbricati abitativi.
In un’area di venti chilometri quadrati ne sorgono a migliaia, per un totale di 175.000 residenti. Vent’anni fa erano 55.000 di più, ma poi cadde il Muro di Berlino, chi poteva si trasferì e cominciarono i problemi. Durante la DDR vivere a Marzahn significava invece partecipare all’ultima grande utopia abitativa del comunismo tedesco-orientale. «Il primo Plattenbau [prefabbricato in cemento] venne eretto a partire dal luglio del 1977. A Natale già i primi inquilini festeggiavano al caldo dei loro nuovi appartamenti». Rispetto a uno stabile antico, diroccato e senza riscaldamento dei quartieri di Berlino Est oggi alla moda, negli anni Ottanta del secolo scorso i palazzi a pannelli di cemento rappresentavano l’ambita modernità. La strada su cui sorgeva il primo casermone fu battezzata “Viale dei Cosmonauti” in onore delle conquiste spaziali della Germania Est. Dopo il crollo del regime si continuò a costruire, prevedendo che la capitale tedesca avrebbe abbondantemente superato i quattro milioni di abitanti. Invece a Marzahn-Hellersdorf arrivarono lo spopolamento, la disoccupazione, l’estremismo di destra. «Negli anni Novanta essere naziskin era un fenomeno di massa» mi spiega Uwe Heide, educatore di strada, cranio rasato e fisico possente. «Poi arrivarono i Russendeutsche, cittadini russi di lontana origine tedesca. Ragazzi estirpati dai loro paeselli del Kazakistan per finire in palazzoni anonimi e sentirsi rifiutati dai loro coetanei». Ma i nuovi immigrati non stettero con le mani in mano. «Presto i naziskin capirono che i russi erano assolutamente insensibili al dolore. Ci furono zuffe con centinaia di ragazzi, scappò qualche morto, ora sono i Russendeutsche a controllare il territorio». Invero nelle strade tutto pare tranquillo e, girando da un casermone all’altro, si nota anche qualche angolino con casette a due piani. «Ma la notte è molto facile capitare nel posto sbagliato al momento sbagliato» mette in guardia Uwe. Sì, a Marzahn-Hellersdorf le apparenze ingannano. Chi direbbe ad esempio che la graziosa unità abitativa di cinque e sei piani con facciate dai colori mediterranei e fiori sui balconi fino a qualche anno fa fosse un triste palazzone alto il doppio? «È il bello del prefabbricato» mi svela Niemann di fronte alla Ahrensfelder Terrasse, uno dei progetti di riconversione urbana di cui va più orgoglioso. «Il 90% dei casermoni è stato risanato, ingentilito, colorato, il 5% demolito e una certa parte rimpicciolita togliendo via i piani superiori. Purtroppo abbiamo dovuto abbattere anche decine di scuole e asili, ma ne rimangono sempre in abbondanza». Nel 1989 l’età media degli abitanti di Marzhan-Hellersdorf era di 22 anni, ora si aggira sui 39, ma è in continua e rapida salita. Per i più giovani Uwe è riuscito a far riadattare un capannone per le evoluzioni in BMX, i musicisti invece hanno a disposizione la ORWOhaus, un palazzone riconvertito per ospitare un centinaio di sale prova. Nelle strade molte opere d’arte cercano d’ingentilire lo spazio pubblico, se ne contano quasi quattrocento, talvolta collocate nei posti più impensati, come la scultura dei due acrobati in equilibrio su di un asse che poggia sbilenco sull’angolo superiore di un Plattenbau. Ma se tutti questi sforzi contribuiscono a ridurre l’impatto estetico del grigiore da prefabbricato, è all’interno dei casermoni che si annida il vero disagio. «L’indigenza cresce. E alla povertà economica si aggiunge quella emotiva. La noia fa il resto, e così si crea una miscela che prima o poi potrebbe diventare esplosiva».


