Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2008
«Mami, papi e bunker». Queste le prime parole pronunciate dalla figlia di un volontario del locale comitato civico. Perché ormai da queste parti lo sanno anche i bambini. E invece, fino al 1989, tutto qui era segreto. Siamo a oltre due metri sotto il terreno, nel mezzo di un bosco nei pressi di Machern, un paesino a venti chilometri da Lipsia, dentro a un bunker del Ministero per la Sicurezza di Stato della defunta Repubblica Democratica Tedesca. L'organizzazione spionistica meglio conosciuta come Stasi – «scudo e spada» del partito di Erich Honecker – era un leviatano con 90.000 collaboratori ufficiali e il doppio di informatori segreti. Spiava tutti e non si fidava di nessuno. Nemmeno di se stessa. «Ecco perché trovo La vita degli altri un film drammaturgicamente ben riuscito, ma storicamente inattendibile» ci racconta Tobias Hollitzer, nostro Virgilio in questo viaggio sotterraneo. «L'agente Wiesler, il protagonista del film, riassume in sé centinaia di veri ufficiali. Nella realtà Wiesler da solo non avrebbe potuto nemmeno consultare il contenuto di un intero schedario, ma si sarebbe fermato al massimo alla lettera C. Per la D ci voleva un altro collega, così come a un terzo sarebbe stato assegnato il compito di interrogare e a un quarto quello di trascrivere le registrazioni audio. Una simile frammentazione avrebbe impedito alla radice quel processo conoscitivo che invece nella finzione porta Wiesler a solidarizzare con le sue vittime». Hollitzer dirige il Museo Runde Ecke, dedicato all'organizzazione e ai metodi repressivi della Stasi, situato proprio nel palazzo dove fino alla rivoluzione pacifica dell'89 aveva sede l'amministrazione distrettuale del temuto Ministero. «Poi il 4 dicembre di 18 anni fa avvenne l'impensabile, la popolazione decise di occupare il palazzo per impedire la distruzione dei documenti che la Stasi aveva raccolto su tutti i cittadini. Anche io quella notte per puro caso vi presi parte e ringrazio Dio che nessuno lanciò manco una pietra, altrimenti sarebbe potuta scoppiare una carneficina. Invece dopo ore di trattative con gli ufficiali giungemmo a un compromesso e così noi impedimmo la devastazione dei locali e loro smisero di distruggere gli atti». Poche settimane dopo venne scoperto il bunker. Costruito tra il 1969 e il 1972 e ampio quasi 1.500 m2, rimane tuttora l'unico visitabile della Stasi. Le sue 16 stanze lunghe e strette in caso di emergenza avrebbero fornito riparo ai cento ufficiali più importanti del distretto al fine di mantenere operativa la catena di comando. La zona soprastante era ufficialmente un centro per il dopolavoro. Possibile che nessuno avesse mai sospettato niente? «Fino a quando gli abitanti della zona intuirono che nessuno doveva sapere, nessuno lo seppe» risponde pragmatico Hollitzer. La Stasi invece era molto interessata ai suoi vicini di bunker. Nel 1985 una comunicazione di servizio riporta con orgoglio che, a fini precauzionali, era già stato catalogato il 94% dei residenti nell'arco di 5 km dall'impianto.
L'accesso al bunker è mimetizzato in un capannone e protetto da una porta orizzontale scorrevole. Scesi gli alti e irregolari scalini si accede alla prima paratia, dove insieme a un telefono normale e uno da campo (la Stasi non si fidava nemmeno della tecnica e per sicurezza qui tutto è presente in numero doppio) vi sono i macchinari per la misurazione di eventuali contaminazioni radioattive, chimiche e biologiche. Dopo una doccia si sarebbe potuti accedere alla seconda paratia, il cuore del bunker. Tra i cunicoli quelli adibiti agli irrinunciabili ufficiali del KGB, quelli per l'elaborazione dei documenti portati dal comando centrale di Lipsia, così come una cucina, un'infermeria e un locale di manutenzione. Gli stretti letti a castello non sembrano affatto comodi, alcuni inquilini poi si sarebbero dovuti accontentare del pavimento. Più confortevole la stanza del comandante generale, completa di letto, moquette e pareti in finto legno dal tipico gusto piccolo borghese ammirabile anche nel quartiere centrale della Stasi a Berlino.
D'importanza fondamentale la rete di telecomunicazioni. All'esterno nascosta tra gli alberi un'antenna modello "sputnik" permetteva di ricevere. Per trasmettere, invece, un cavo dedicato collegava il bunker a una stazione lontana tre chilometri, così da impedire che il rifugio venisse localizzato nel momento dell'emissione di segnali radio. Oltre a una – per gli standard del tempo – modernissima centralina telefonica, una stanza era adibita alle telescriventi. Eppure non bastava essere nella paratia centrale di un bunker situato sotto un'area interna di un appezzamento seminascosto nella foresta. Solo chi avesse posseduto le chiavi del cancello divisorio situato nel mezzo del cunicolo sarebbe potuto accedere alle telescriventi cifrate. Apparecchi rimasti sempre muti, perché il bunker mai venne utilizzato. Ma cosa sarebbe successo se 100 uomini si fossero trovati con l'impianto di ventilazione bloccato? A cavalcioni su di una cyclette un ufficiale avrebbe dovuto azionare la dinamo di emergenza. Pedalando il più forte possibile, nella speranza di tornare a rivedere il sol dell'avvenire.
Museo Runde Ecke e Stasi-Bunker, Dittrichring 24, Lipsia - www.runde-ecke-leipzig.de.


