Paola Bergamaschi, dalla provincia all'interculturalità
Paola Bergamaschi e i vent'anni di Studio Italiano, la scuola d'italiano di Monaco
Pubblicato su Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, n. 116, agosto 2011
A Monaco di Baviera per molti tedeschi l’Italia inizia con la scuola di lingua di Paola Bergamaschi e Roberta Vianello. Proprio in questi mesi Studio Italiano, situato nel celebre quartiere di Schwabing, festeggia i suoi primi vent’anni. Nel farlo le due socie hanno elaborato un programma ricco di manifestazioni capaci di attirare tedeschi amanti del nostro Paese e italiani nostalgici di un clima accogliente e cordiale. Per Il Notiziario incontriamo Paola, la fondatrice.
Ma qui nel tuo „Studio Italiano“ si insegna o si fa festa?
Si insegna! Però... sempre con un po’ di festa. Questo anche perché noi applichiamo il metodo comunicativo Dilit che, a differenza del tradizionale metodo frontale, richiede un’intensa partecipazione da parte dello studente. Stiamo molto attenti alla dinamica di gruppo, che nel corso delle lezioni si compatta e diventa una specie di famiglia. E in ogni famiglia che si rispetti ogni tanto si fa festa. I nostri party nascono dall’idea di ricreare quell’atmosfera informale tipica della spaghettata italiana, dove si passa a casa dell’amico e ci si fa un piatto con quello che si trova. È un clima di cordialità spontanea poco conosciuto dai tedeschi.
E loro come reagiscono?
Sono entusiasti, perché evidentemente hanno bisogno di comunicare. Il nostro metodo, al di là della sua informalità, aiuta molto ad apprendere per via intuitiva. Tuttavia spinge anche ad analizzare attentamente la lingua, perché usiamo materiale autentico, non testi facilitati: articoli di giornale, letteratura, conversazioni, insomma, la lingua vera e pulsante.
Quali sono i motivi di chi bussa alla vostra porta?
La vicinanza con l’Italia e il forte affetto dei bavaresi verso il nostro Paese. Negli anni Ottanta in Germania tutti compravano casa in Toscana e questo ha creato una forte domanda di scuole d’italiano. Poi ci sono i motivi economici e di lavoro. Ma anche senza una casa in Toscana o un lavoro con l’Italia, per i tedeschi è un vero piacere investire nella propria formazione, frequentando per esempio un corso di lingua. Tanti studenti vengono ai nostri corsi ormai da quattro o cinque anni, e hanno raggiunto un grado di conoscenza della lingua molto buono. Ciononostante, continuano a iscriversi.
Perché si divertono a fare i ripetenti?
Perché sono coccolati, vengono accolti in un posto che sembra l’Italia degli anni Settanta, che ricorda l’ambiente della provincia emiliana da cui provengo, dove tutti si conoscono, si fermano a parlare con te, ti offrono il caffé. Senza contare la passione con cui i nostri dodici insegnanti trasmettono l’amore verso l’italiano: magnifici!
Tu come sei arrivata in Germania?
Sono nata a Fiorenzuola, ho studiato lingua e letterature straniere a Parma e poi sono andata all’estero. Dopo i primi viaggi in Inghilterra, quando tornavo a casa ero scioccata da quanto fosse chiusa la provincia italiana. Sentivo di aver visto il mondo, ma poi a casa non si faceva altro che occuparsi di quante volte annaffia le piante il vicino. All’università la mia professoressa Maria Enrica D’Agostini mi ha fatto appassionare alla letteratura tedesca e così è iniziata la mia avventura in Germania.
Com’è stato nei primi anni Ottanta spostarsi dalla tranquilla provincia italiana alla Germania ancora divisa dal Muro?
Ricordo che la prima volta sono partita con un vestito leggero, era il 25 aprile, sembravo uscita dalla messa di Pasqua, e arrivai a Stoccarda che faceva un freddo tremendo. Così dopo pochi giorni di lezione mi sono presa la bronchite. In Italia non avevo mai considerato il fattore clima, non possedevo nemmeno una giaccavento antifreddo. Insomma, ho sperimentato sulla mia pelle il proverbio tedesco: non esiste il freddo, ma solo gli abiti sbagliati. Un’altra scoperta straniante è stato il silenzio, il fatto che in metropolitana non si parlasse mai, il tombale silenzio domenicale. La gente sul treno leggeva e sembrava non percepire l’esistenza dell’altro. Anche questo era un altro tipo di freddo... interiore. Ma mi ha stupito molto anche la ricchezza del Paese, l’ordine, la pulizia. La Germania trasmetteva una sensazione di benessere percebile chiaramente anche solo guardando le molte auto di grossa cilindrata in circolazione. Ricordo che facevo l’au pair in una famiglia così gentile che il padrone una volta mi accompagnò a casa in Italia con la porsche. Un evento di cui nel mio paesello si è parlato per settimane.
Quando hai deciso di fermarti definitivamente oltre le Alpi?
Verso fine anni Ottanta, anche per via delle opportunità economiche esistenti quassù. Ricordo che a Monaco per mantenermi facevo la cameriera e tornavo a casa ogni sera con duecento marchi: per l’Italia di quei tempi una somma impensabile. L’Italiano ho cominciato a insegnarlo a tempo perso, perché non pensavo di esservi portata e avrei preferito lavorare nell’editoria. Insegnando ho scoperto di avere una predisposizione e così ho aperto una scuola di italiano in un atelier di ceramica.
Dove?
Sì, un bell’atelier nei pressi del parco del Giardino Inglese. Chiudeva alle sei, era di proprietà della mamma del mio ragazzo di allora. Appesi un cartello dicendo che si insegnava italiano e in pochi tempi mi ritrovai a dare lezione a una quarantina di studenti. Dopo poco passai a insegnare in varie scuole e l’ultima in cui approdai, dopo un anno e mezzo, la rilevai e ribattezzai Studio Italiano. Prima avevo pensato di chiamarla Casalingua, ma il nome era troppo equivoco.
Giusta considerazione da imprenditrice.
A dire il vero non mi è stato subito chiaro di essere diventata un’imprenditrice. Ti basti pensare che Heike Wodkte, una mia studentessa, grafica di professione, mi propose di farmi un logo, e io allora non sapevo nemmeno cosa fosse un logo. Era il 1991, avevo ventisette anni, mi era bastato andare in comune, pagare qualcosa come 30 euro e il giorno dopo ero ufficialmente diventata proprietaria della scuola, senza comprare una sola marca da bollo. Certo nei geni qualcosa d’imprenditoriale ci doveva essere, a pensarci bene mio nonno era stato un impresario di pompe funebri...
Però...
Comunque il passaggio vero da insegnante a imprenditrice l’ho compiuto dopo una decina d’anni, nel 2001, quando la crescita dell’azienda mi ha portato a dover passare dall’operativo al gestionale. È stato un cambio estremamente difficile, in pratica ha significato dover riorganizzare la mia personalità, chiedersi quali sono in fondo le qualità che deve possedere un imprenditore italiano in Germania...
Quali?
Beh, deve essere una persona diretta, precisa, affidabile, ma anche creativa e ingegnosa. Deve essere un po’ tutti e due: italiano e tedesco. Oltre a queste qualità personali per me e la mia scuola è stato molto importante imparare a sfruttare appieno gli strumenti di comunicazione.
In che senso?
Nel senso che subito ho intuito chiaramente quanto fosse importante per un’azienda come la mia curare la propria immagine, e in particolare farlo usando le incredibili potenzialità della Rete. Prima si telefonava, ora ci si presenta sul Web: www.studio-italiano.de. Per farlo occorre prestare attenzione ai particolari, aggiornare il sito di frequente, curare moltissimo la grafica. Sono investimenti fondamentali, che richiedono tempo e danaro. Internet è diventato lo strumento primario di marketing, perché oltre a informare e creare interesse, rappresenta anche un mezzo molto vitale, un po’ come la nostra scuola.
Le vostre cartoline sono oggetto di collezione...
Anche quelle sono un’idea di Heike, con esse ho cercato di comunicare ironia e vitalità tipicamente italiane. Se ci siamo riusciti è stato grazie all’unione accattivante tra le belle foto di Raffaele Celentano, un noto fotografo di Monaco, e dei famosi proverbi del Belpaese.
Qual è l’errore più comune di un tedesco che impara l’Italiano?
Il congiuntivo. Nella loro lingua non esiste questo tempo, quindi non riescono a riprodurlo. Il tedesco non usa il congiuntivo, non ha tutta la nostra leggerezza dell’opinione. Piuttosto usa l’indicativo, mentre il condizionale è piuttosto un ordine mascherato: vorrei in pratica significa voglio. Il tedesco parla molto staccato, pochi di loro riescono a imitare e comprendere davvero appieno la musicalità della nostra lingua. Questa musicalità per loro suona femminile, per non dire affettata. L’uomo tedesco spesso si vergogna di imitare la nostra musicalità, a volte degli studenti ci dicono di sentirsi un po’ gay quando devono parlare in italiano!
Nel tuo lavoro con quali stereotipi ti confronti?
Rimanendo in tema di uomini, l’uomo tedesco e quello italiano sono molto differenti. L’italiano cura molto il suo aspetto, è capace anche di indossare cravatte viola e pantaloni rossi, per il tedesco questo è un tabù. Ma forse non si tratta di uno stereotipo, bensì di una mera diversità di stile. Il cliché che io subisco spesso con un certo fastidio è quello di sentirmi etichettata come una donna „temperamentvoll“, ovvero esuberante, come fossi sempre felice e cantassi ogni mattina. Se da una parte non mi sono mai sentita in difficoltà come imprenditrice, donna e straniera, l’aggettivo del „temperamentvoll“ che molti tedeschi usano nei confronti degli italiani un po’ infastidisce, perché ci stilizza come dei simpaticoni da non prendere sul serio. D’altro canto va detto che ai tedeschi la nostra capacità di esprimere le emozioni manca e per questo veniamo ammirati.
Come sono cambiati gli italiani e come i tedeschi negli ultimi 20 anni?
I secondi sono cambiati in maniera evidente. Ora sono molto più aperti. Rimango sempre stupita della loro capacità di assorbire i comportamenti e le culture altrui, mondi che per un tedesco costituiscono spesso motivo d’interesse. Loro vanno molto all’estero, e per lunghi periodi, a noi l’estero interessa per il tempo di una gita, però siamo convinti che a casa nostra si stia meglio. Ecco, secondo me il tedesco riesce a unire tradizione e apertura verso l’esterno. E negli ultimi anni ha perso un po’ di quella sua famigerata rigidità. Il mondo l’ha capito nel 2006, quando la Germania ha creato un mondiale esplosivo, con un bella squadra, fatta di giocatori affiatati e gioiosi. I calciatori italiani invece, tanto „temperamentvoll“ non lo sono, anzi trovo la nazionale sempre un po’ ingrugnita. Quanto all’Italia come Paese, mi pare si sia un po’ intristito, ha perso molti valori per strada... Ma forse la mia è solo una nostalgia personale.
Quando non dirigi la tua scuola, fai seminari sull’interculturalità. Di cosa si tratta?
Interculturalità significa poter passare tra due culture, comprenderle entrambe nella loro specificità e in realzione una con l’altra. Al giorno d’oggi non si vive immersi in una sola cultura, ma, volenti o nolenti, spesso si ha a che fare con un’altra. A Monaco celebre è il caso della Hypovereinsbank che è stata acquisita dalla Unicredit. Per i manager tedeschi si è innestato un meccanismo che li ha portati a cercare di capire come funzionano i colleghi italiani, e non solo dal punto di vista linguistico. E questo avviene organizzando seminari interculturali.
Dove si parla, ad esempio...
Del fattore tempo.
Ovvero?
Per il tedesco il tempo è segmentato, nella sua agenda ha un appuntamento dopo l’altro, tutto è creato ad hoc, spesso amministrato dalla segretaria. Il manager italiano non divide il tempo a segmenti, è più multitasking, prende diversi appuntamenti e cerca di sistemarli a seconda della loro importanza. Il tedesco è molto preciso e capace di prendere un appuntamento con due mesi di anticipo, senza mai richiamare per una conferma. Per l’italiano è importante riconfermare spesso l’appuntamento, magari telefonando direttamente all’interlocutore, saltando la segretaria. Con un italiano, se l’agenda viene modificata da un nuovo appuntamento con una persona importante, si può ristrutturare tutto in funzione di questo nuovo appuntamento, e nessuno se la prende davvero, perché siamo tutti abituati a questo metodo. Direi che il manager italiano è un giocoliere del tempo, il tedesco è sequenziale. Quando si incontrano, alle volte succede la terza guerra mondiale, perche non si trovano punti d’incontro.
E tu come fai per evitare la catastrofe?
Li informo di queste differenze fondamentali! Spesso il manager è una persona che non ha idea delle diversità culturali, sa pochissimo della persona che ha davanti, e con cui vuole fare business. A fronte di una grandissima professionalità, c’è poca competenza relazionale. Io metto il dito nella piaga sul problema delle competenze che il manager deve avere, spiegando che non sono solo professionali, ma anche sociali. E questo sarà sempre più importante in futuro, perché entreremo sempre più in contatto con altre culture. Per quanto riguarda Italia e Germania, va detto che i due popoli sono un po’ come dei poli opposti, molto diversi, ma molto attratti uno dall’altro.
Interculturalità a parte, ti manca l’Emilia?
Un po’ sì, ma in fondo l’ambiente della provincia l’ho ricreato prima nella mia scuola, poi a Schwabing, dove ormai conosco tutti. Ultimamente per via della comunione di mia figlia sono diventata amica anche del parroco di quartiere. Incredibile, mi ricorda mio zio Don Luigi, il mitico prete di Fiorenzuola. Solo che in Emilia la perpetua ci accoglieva nella cucina con pane e salame...


