Perché Durkheim aveva torto
Il libro di Marzio Barbagli ripensa il suicidio in Occidente e in Oriente, superando le tesi di Durkheim
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2009
Quando l’assaliva l’infelicità Virginia Woolf si augurava la morte. Venne accontentata al terzo tentativo di suicidio. Se fosse vissuta nel Medioevo, anziché soffrire perché vittima della depressione, forse avrebbe incolpato Satana e al suicidio non avrebbe pensato. Pare infatti che a quei tempi ci si togliesse la vita più raramente.
Con l’aumentare progressivo delle morti volontarie Emile Durkheim (1858-1917), autore del più celebre studio sull’argomento, credette di trovarne le cause nella disgregazione sociale causata dalla Rivoluzione industriale. Ma sulla stringenza delle sue tesi i dubbi sono molti, come illustra Marzio Barbagli, ordinario di sociologia all’Università di Bologna, nel suo scorrevole studio sul suicidio dal Medioevo ai giorni nostri.
A parte l’imprecisione dei concetti usati e dei dati statistici raccolti, la principale critica mossa da Barbagli al suo illustre predecessore è quella di non aver considerato le cause politiche, psicologiche e soprattutto culturali all’origine del fenomeno analizzato. Per questo motivo le categorie interpretative di Durkheim (integrazione individuo/gruppo e regolamentazione della società) non aiutano davvero a cogliere la complessità del suicidio nel passato, né tantomeno spiegano quanto avviene oggi, ad esempio nel caso degli attentati terroristici.
Diversamente da quanto ritenuto dallo studioso francese, il numero di congedi volontari cominciò infatti ad aumentare già nel Seicento, nonostante la riprovazione cristiana verso il suicidio, radicata nella convinzione di Sant Agostino che si trattasse di un peccato contro Dio.
Non la disgregazione sociale per via dell’industrializzazione, bensì la progressiva messa in questione delle credenze acquisite e il venir meno dei vincoli feudali contribuirono a gettare le basi culturali per una concezione più individualista della propria esistenza: di qui l’aumento dei suicidi.
Ma per Barbagli è soprattutto in Oriente che le tesi durkhamiane scricchiolano. Non è vero ad esempio che le vedove indiane use a seguire il marito sulla pira lo facciano perché obbligate dalla «stretta subordinazione dell’individuo al gruppo». Piuttosto i motivi vanno ricercati nella complessità della cultura indiana, secondo cui il suicidio rituale per la donna che ha perso il marito è sprattutto un fulgido modello di virtù muliebre a cui tendere.
E nemmeno al terrorista che si fa esplodere può applicarsi l’etichetta del “suicidio altruistico” elaborata a fine Ottocento da Durhkeim, così come non se ne capiscono i motivi riconducendoli a povertà economica, mero fanatismo o labilità psichica. Per Barbagli chi ignora il sentimento di ingiustizia coltivato dal suicida orientale, nonché la convinzione di immolarsi per una nobile causa, rimane cieco di fronte ai motivi di un tale estremo gesto.
Marzio Barbagli, Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente, Il Mulino, Bologna 2009, pagg. 526, € 32,00.


