Piccoli oggetti, grandi risultati
Il sifone, il container, la pila: piccole invenzioni che hanno cambiato tutto
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, aprile 2018
C’era del marcio in Inghilterra. Era il 1858 e la stampa londinese senza giri di parole parlava di “puzza”. Con questo non intendeva solo metaforicamente la classe politica incapace di risolvere il problema. Intendeva anche il problema stesso: il diffuso olezzo di feci percepito da tutti nella city a causa di un sistema fognario ormai inadeguato per una metropoli. Al tempo nella pur moderna capitale inglese, e tanto più in luoghi meno avanzati del resto del mondo, gli escrementi fluivano direttamente nei tombini e questi, pensati soprattutto per lo scarico delle acque piovane, buttavano tutto nel Tamigi, con buona pace di chi si preoccupava per il colera.
Se al giorno d’oggi le nostre città sono liberate dal soffoconte problema dell’aria maleodorante per via delle deiezioni umane, questo lo si deve ad Alexander Cumming. L’orologiaio anglosassone mise fine alla grande puzza londinese con un’invenzione tanto poco appariscente quanto formidabile nella sua risolutiva semplicità: il sifone.
Curvando il tubo sotto al water riuscì a creare un ostacolo al deflusso degli spiacevoli odori che fino ad allora potevano risalire negli appartamenti lungo la canalizzazione. Invero egli aveva già brevettato il tubo ricurvo nel 1775, ma solo quando la sua invenzione venne usata in accoppiata con il wc le fogne smisero di essere un problema. Perché spesso le soluzioni ai nostri problemi esistono già da tempo, occorre solo che vengano impiegate in maniera innovativa.
Un po’ come l’iPhone, il prodotto più redditizio mai realizzato nella storia del commercio moderno. Steve Jobs lo presentò come uno strumento magico, e in effetti il mix di hardware e software era così ben congeniato che da subito sbalordì tutti e diventò il sogno non troppo proibito di milioni di utenti. Ma, a dire il vero, tutte le tecnologie presenti in esso, a partire da Internet per finire con lo schermo tattile, erano già sul mercato da anni, senza contare che buona parte di essere originavano non dalla ricerca e dallo sviluppo di aziende innovative bensì da progetti militari dell’esercito americano. Eppure senza il genio combinatorio e commerciale di Jobs forse sarebbe passato molto più tempo prima che qualcuno mixasse tutte quelle innovazioni in uno strumento, come lo smartphone, capace di diventare in brevissimo tempo tanto comune quanto la televisione. Se non ci credete, chiedete a uno possessore di iPhone se preferisce rinunciare per una settimana all’uno o all’altra.
Tra il sifone e l’iPhone le analogie non sono molte, ma entrambi hanno in comunque il fatto di aver rivoluzionato la nostra vita in maniera assai più pervasiva di quanto non si pensi.
Questi e altri 47 oggetti o idee commerciali sono elencati da Tim Harford nel suo curioso libro 50 cose che hanno fatto l'economia moderna.
Spulciando l’elenco di Harford, insieme con invenzioni celebri come la plastica o il motore diesel, vi sono altre idee meno palesi ma non meno sensazionali.
Come le lamette da barba. Prima di fare il botto come imprenditore dal fiuto eccezionale King Camp Gillette era stato un socialista utopico e si era persino cimentano nella scrittura di un libro visionario in cui perorava la costruzione di una immensa megalopoli alimentata con le cascate del Niagara. Il suo testo è filato diretto nel dimenticato della storia, ma le sue lamette, e ancor più l’idea commerciale ad esse connesse, è tuttora viva e vegeta nella nostra economia moderna. Perché Gillette insieme con le lamette inventò anche un modello di business, quello della “tariffa in due parti”, in grado di farlo diventare – invero dopo un inizio deludente - ricco sfondato. L’idea è tanto semplice quanto geniale: ti vendo un oggetto a un prezzo ridotto, e poi ti spremo ogni volta che hai bisogno di acquistare dei componenti per farlo funzionare.
Se pensate che voi a una simile trovata non abbocchereste mai, guardatevi in casa e chiedetevi se, a parte delle lamette da barba, non vi capiti di essere possessori di una macchina del caffè in capsule, o di una stampante che funziona a cartucce, oppure di una console per videogiocare o magari di una qualche applicazione per smartphone che avete scaricato gratuitamente ma i cui aggiornamenti vanno pagati.
E come vengono trasportati tutti questi oggetti dai luoghi di produzione a quelli di consumo? Spesso per nave tramite container. È questa infatti forse uno degli oggetti che più ha contribuito alla globalizzazione. Con l’introduzione di un grosso recipiente di metallo dalle misure standardizzate, i tempi e la procedura delle operazioni di carico e scarico dei porti – prima una faccenda complessa e pericolosa per gli addetti operai– si accorciarono e semplificarono incredibilmente, passando da anche una decina di giorni a 24 ore, permettendo così uno scambio transoceanico assai più veloce ed economico.
L’invenzione del container standardizzato si deve alla tenacia di Malcom McLean, uno spedizioniere su ruota americano che, sfidando la bancarotta e senza sapere un granché del commercio portuale ebbe la geniale intuizione. Nonché la forza di opporsi alle lobby sindacali e portuali che nella velocizzazione delle operazioni di carico e scarico vedevano soprattutto una minaccia alla propria posizione acquisita. Alla storia tutt’altro che noiosa della straordinaria invenzione del container è peraltro dedicato un intero libro: The box. La scatola che ha cambiato il mondo, di Marc Levinson.
Proseguendo nella scorsa delle idee tanto pratiche e geniali che costituiscono l’infrastruttura della nostra società un posto di riguardo lo occupa la batteria, anche perché frutto di due inventori del Belpaese, Luigi Galvani e Alessandro Volta. Il primo, dotato di capacità teatrali, seppe affascinare il pubblico londinese che assisteva alle sue dimostrazioni usando metodi… poco ortodossi. Come ad esempio inserendo un elettrodo nel retto del cadavere di un condannato a morte al fine di “resuscitarlo” a forza di scariche, con i bobby sbalorditi ma pronti a riacciuffare il furfante e rispedirlo al creatore qualora si fosse davvero rianimato. L’intuizione di Galvani, ovvero che esiste una “energia animale”, era fallace, ma gettò le basi affinché il collega Alessandro Volta, studiando la conducibilità elettrica nei fluidi, creasse la pila, un dispositivo oggi presente dappertutto, persino nel tablet che permette di leggere questo articolo in formato elettronico.
All’invenzione della pila contribuirà, nel 1985, il giapponese Akira Yoshino, creando quelle al litio, capaci di accumulare molta potenza in poco spazio, e gettando così le basi per l’inondazione dei dispositivi portatili elettronici.
Un capitolo a parte sarebbe da dedicare all’”invenzione”, e quindi alla tutela, della proprietà intellettuale. Con l’introduzione di questo principio giuridico, risalente all’Ottocento, venne dato agli inventori una possibilità di tutelare il frutto del proprio lavoro, favorendo così la ricerca competitva di nuove soluzioni ai problemi vecchi e nuovi dell’umanità. Parimenti può succedere che l’eccessiva tutela della proprietà intellettuale si trasformi in una situazione di monopolio che impedisce la libera circolazione delle idee, come ad esempio accade nel campo delle produzioni audiovisive, spesso affossate dalla richiesta del pagamento di diritti esorbitanti per l’utilizzo di composizioni musicali.
Quello che è certo è che ogni invenzione, a fronte dei benefici che comporta, è anche un elemento di distruzione – talvolta dirompente - dello status quo e dei privilegi – o semplicemente dei diritti - ad esso associati.
È questo il motivo per cui è naturale che a fronte degli entusiasmi che suscita, ogni nuova idea attira su di sé e sul suo inventore anche critiche e malumori.
Perché, questa la mia previsione, un’invenzione capace di mettere d’accordo tutti, è lungi dall’essere inventata.


