Prisco. La volontà dell'inesperienza
Intervista ad Arturo Prisco, l'ambasciatore della moda italiana in Germania
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, aprile 2008
Arturo Prisco è l’ambasciatore della moda italiana in Germania. Ma non solo. A Dresda ha contribuito a “vestire” una città risorta dalle rovine della guerra e della dittatura. Tutto quanto ha creato in Germania, come quello che ha lasciato in Italia, lo ha potuto ottenere soprattutto grazie a una certezza. Quella di non sapere. Lo incontriamo nel palazzo monacense in cui risiede la sua attività e che porta il suo nome.
Davvero lei è un incompetente?
Quando mi venne proposto di occuparmi di tessuti, sì, in quel campo ero del tutto incompetente. Forse lo sono tuttora. Ma questa è stata la mia fortuna, perché mi sono concentrato su altro.
Ovvero?
Quando devo rappresentare una materia di cui non ho diretta conoscenza, sebbene sia convinto della sua qualità, mi concentro sulla storia dell’azienda, racconto qualcosa di più della singola qualità del prodotto, e lo rendo così più interessante agli occhi di un probabile acquirente. Quello che molti rappresentanti non fanno. Anziché decantare le qualità di un tessuto e ripetere noiosamente che il mio prodotto è meglio dell’altro, ho preferito mettere in contatto un acquirente con il tecnico che ha davvero a che fare tutto il giorno con la merce e che magari si presenta al cliente con le mani sporche per il finissaggio. Io non presento al cliente una stoffa ma un’anima, una persona, una storia. In questo senso trasformo la mia incompetenza in una ricchezza.
Cominciamo dalla sua prima vita, quella da italiano in Italia
Sono nato in Puglia ma a due anni i miei genitori, come i primi immigrati, si sono trasferiti al Nord, a Villasanta, vicino a Monza. Sono quindi cresciuto lombardo, ma senza trascurare quei vantaggi “comunicativi”, quell’affabilità ereditata dal carattere pugliese. Mio padre era ufficiale della Guardia di Finanza. In famiglia, benché non mancasse nulla, ho presto avvertito il desiderio di diventare indipendente economicamente.
Cherchez la femme
Giusto. A diciotto anni sul Lago di Garda ho conosciuto una ragazza tedesca. Le chiesi se voleva venire a giocare con i miei amici, e lei mi rispose in una strana lingua. Helga è diventata mia moglie. Anche per poterla andare a trovare in Germania, ho cominciato presto a lavorare. Un giorno si presentò un ragazzo a casa mia chiedendo se volevo comprare dei libri. Gli risposi che – se si guadagnavano dei soldi – piuttosto i libri avrei voluto venderli. Lui mi presentò alla sua agenzia, la PEM di Roma, ovvero la parte ratealistica dell’Istituto Geografico De Agostini di Novara. Iniziai a lavorare l’11 novembre 1963, il compleanno di mio padre. Il 21, quando pagavano le provvigioni, avevo guadagnato una somma di 260.000 lire, quasi il doppio dello stipendio di mio padre. Il mese dopo arrivai a 600.000 lire. Per uno studente di ragioneria com’ero, una somma da capogiro. Troppo per mio padre, un uomo molto ligio. Andò in agenzia a chiedere se quei soldi li avessi rubati. Gli risposero che li avevo guadagnati. Allora dovettero convincerlo che la De Agostini non vendeva materiale pornografico.
Come riusciva a fare quegli incassi?
Insieme con gli altri venditori andavamo a mangiare nelle latterie. A quel tempo vendevo Atlante, un’inchiesta giornalistica sul mondo. C’erano foto di tutto il mondo e in una veniva ritratta una bellezza africana. Noi aprivamo il libro apposta su quella foto. Tutti gli operai che uscivano dai mobilifici la notavano. «Uella, che bella rivista, cus è?» mi chiedevano. «Un’inchiesta giornalistica sul mondo. Costa 1500 lire!». «Solo?». «Al mese». E così abbiamo cominciato ad avere crocchi di operai desiderosi di comprarci Atlante. Un altro trucco era di parcheggiare la macchina apposta in divieto di sosta e poi nascondersi dietro un angolo.
Eravate masochisti?
No. Quando il vigile ci stava per fare la multa, correvamo trafelati e con i volumi sotto braccio, scusandoci e spiegando che dovevamo lavorare come matti perché tutti volevano l’enciclopedia. «A proposito, lei ha figli?» chiedevamo poi al vigile. Se rispondeva di sì, gli allungavamo un volume. Alla fine si dimenticava la multa e diventava nostro cliente. A Lissone mi aggiravo per i mobilifici. Li osservavo. Quando si fermava una sega circolare, voleva dire che sicuramente stava passando il padrone a controllare, e io ne approfittavo per presentarmi. Una volta uno di loro volle fare uno scherzo al fratello e finse di comprarmi tutti i libri. Anche il fratello, per non essere da meno, mi ordinò tutto il catalogo. E per davvero!
Quella è stata una scuola di vita. Pensi che mio padre sognava per me un futuro in banca. Io una volta in Banca ci entrai, la Banca Nazionale dell’Agricoltura, ma per riscuotere, perché avevo venduto un’enciclopedia alla moglie del direttore. Quando questi lo seppe – aveva vietato ai venditori ambulanti di entrare nella sua banca – mi offrì un posto. Rifiutai, perché il mio lavoro andava bene e mi piaceva tantissimo. Quando mio padre sei mesi dopo andò proprio da quel direttore a chiedere un lavoro per me e venne a sapere della mia risposta, non mi parlò per un anno. Intorno ai ventun’anni mi offrirono di condurre l’agenzia di Monza ma non mi fu possibile perché proprio in quel momento arrivò la chiamata alle armi. Al ritorno Monza era già occupata.
Una bella sfortuna
No, perché mi offrirono Lodi. Ma fu uno shock. Monza e Lodi erano due realtà completamente diverse. Da una parta una mentalità aperta e imprenditoriale, dall’altra agricola e scettica. Nemmeno regalate le volevano, le nostre enciclopedie. L’agenzia era ai limiti del fallimento, per me fu una catastrofe. Le cose andavano male. La mia idea di risollevare le sorti della PEM aprendo negozi non venne accettata. Andai a Roma per rassegnare le dimissioni.
In Italia, diceva Montanelli, non bisogna mai dare le dimissioni perché alle volte c’è il rischio che vengano accettate
Nel mio caso vennero respinte. Il presidente della PEM si convinse della mia proposta e mi rimandò a Lodi con la missione di aprire negozi. Iniziò una nuova fase. A ventidue anni comprai un appartamento, due anni dopo sposai Helga. Molti miei clienti erano allevatori facoltosi, andavano in Belgio a comprare bestiame. Io masticavo un po’ d’inglese e tedesco, mi chiesero di fare loro da interprete e io mi misi ad accompagnarli. Di colpo mi trovai in aerei charter pieni di milionari. Ascoltavo i venditori belgi parlare tra loro in fiammingo e tedesco, coglievo spezzoni di frasi, intenzioni d’acquisto, le riferivo agli allevatori lodigiani e questi si preparavano meglio all’affare. Poi, quando tornavamo, m’invitavano a casa loro e io gli vendevo le enciclopedie. In quel periodo incominciai anche a vendere fondi comuni di investimento. Sempre agli allevatori. E loro compravano. Un giorno andai in aeroporto al circolo ricreativo dei piloti. Uno stanzone vuoto. Mandai i miei collaboratori a riempirlo e presto vendemmo libri a hostess e piloti. L’aeroporto divenne come una nostra filiale. Spazio ce n’era, allora lo affittai anche ad altri negozi, e presto divenne un bazar.
È proprio vero che in un mese da venditore ambulante bussò alla porta di mille famiglie?
Sì, io e la mia rete di collaboratori. Battevamo il territorio come matti. Eravamo tutta gente non del settore. Avevo un meccanico, un insegnate, un bancario, uno studente di legge, persino un prete. Tutti mi insegnarono molto. Capii che da “incompetenti” quali erano, si avvicinavano al cliente senza trattarlo con sufficienza. E se volevo vendere un’opera giuridica a un avvocato, non mandavo uno studente di legge.
Chi mandava, il prete?
Tutti tranne lo studente di legge, altrimenti si sarebbe chiesto tra sé e sé cosa mai potesse avere da insegnargli uno studentello, e non avrebbe degnato l’opera di uno sguardo. Così mandavo il meccanico. Questi semplicemente riferiva che Prisco avrebbe gradito dal signor avvocato un’opinione. L’avvocato a quel punto sentiva chiamata in causa la sua professionalità e s’immergeva nel volume campione. Alla fine era lui a chiamare me dicendomi di voler comprare il tutto. Erano metodi completamente diversi da quelli solitamente usati. Nei nostri contratti scrivevamo bello in grande che prima dei primi quindici giorni dalla stipula non accettavamo pagamenti, così che gli acquirenti avessero gioco facile a rescindere il contratto, se lo volevano. Fu così che conquistammo la fiducia dei lodigiani. All’inizio a Roma pensavano fossi scemo, poi capirono che investire sulla fiducia pagava.
Come mai si trasferì a Monaco?
Già dalla prima volta in cui la vidi m’innamorai di questa città. Sarà perché era il paese di mia moglie, sarà perché ci arrivai nel mezzo dell’Oktoberfest, ma capii che lì avrei voluto abitare. Purtroppo alla De Agostini non avevano interesse per un venditore in area tedesca e io a Lodi ormai avevo venduto tutto quello che potevo vendere. Il mio cervello lavorava ormai sull’estero. Entrai in contatto con un mobilificio di Erba interessato a espandersi al Nord. Mi dissero che uno stipendio non me lo potevano offrire, se volevo potevo andare avanti a provvigioni. Nessun problema, vivevo di provvigione da anni. Partii per la Germania, mantenendo ancora l’agenzia di Lodi. Dopo un anno avevo venduto…
…tanto?
Troppo. Mi dissero: «caro signor Prisco, lei ha venduto benissimo ma non fa per noi». Ci rimasi male, ormai mi ero immaginato un futuro in Germania, e invece il mobilificio cominciò ad aver paura di dovermi pagare troppe provvigioni e mi propose uno stipendio fisso, cosa che all’inizio aveva categoricamente escluso perché non venivo dal settore. Tornai in pianta stabile a Lodi, me ne feci una ragione, mia moglie in Italia stava benissimo, ritenni chiuso il capitolo Germania.
E invece?
Il destino volle che la Raffaello, una piccola ditta lodigiana di tessuti, vendesse ad alcuni tedeschi. Chiesero a mia moglie se poteva fare da interprete, ma lei è una donna molto discreta e timida e declinò. Mi feci avanti io e presto cominciai a portare i tessuti di quel lanificio in giro per la Svizzera e l’Austria. Avevo una valigia con tutti i campioni abbinati a una descrizione tecnica. «Articolo 20.060 doppio ritorto». Non avevo idea di cosa volesse dire esattamente. Il mio incubo era di far rotolare accidentalmente la valigia e confondere i campioni: non ne sarei più venuto fuori. I clienti austriaci apprezzavano la qualità della merce e presero in simpatia la mia…incompetenza. Un giorno il titolare del lanificio mi propose, di punto in bianco, di diventare agente unico per tutta la Germania. «Quanto tempo ho per decidere» gli chiesi. Ero reduce dallo shock del mobilificio, mi ero anche comprato una nuova casa a Lodi, e ora le carte venivano di nuovo scombussolate. «Quindici minuti, altrimenti lo diamo a un altro che è già lì ad aspettarlo», mi risposero.
Disse di sì
Esatto, e la cosa più difficile fu informare mia moglie. Dovetti prendere la decisione senza di lei…era il 1980, lei era al mare con i figli piccoli, a quel tempo non c’era il telefonino. Helga stava benissimo in Italia. Ero io il più tedesco dei due. Così improvvisamente ci trasferimmo armi e bagagli a Monaco di Baviera. Nemmeno i miei suoceri bavaresi erano troppo convinti di questo mio “colpo di testa”.
Come furono i primi tempi?
Duri. Dovetti girare tutta la Germania proponendo lane, lino e varie stoffe di tante piccole aziende. Ma non mi presentavo come esperto di tessuti, bensì come una persona che poteva veramente aiutarli, con la comunicazione. Consigliavo loro l’azienda giusta in Italia, sentendo quello di cui avevano bisogno. I tedeschi, soprattutto i grandi gruppi come Joop!, Jil Sander, Hugo Boss, Escada, reagirono bene alle mie consulenze. Spesso prendevo i titolari, li caricavo in macchina e li portavo in Italia, direttamente nelle tessiture di cui erano acquirenti. Mettevo in contatto domanda e offerta, ma sempre con discrezione. Al punto che la gente si chiedeva chi fosse quel tipo che portava i tedeschi in viaggio per le aziende del Nord Italia e poi aspettava fuori dalla fabbrica. Un autista?
No, un incompetente
Nel senso che non sapevo quale peso avesse il lino, ma sapevo benissimo quale fosse la migliore azienda di lino per il cliente tedesco che avevo di fronte. Non vendevo stoffe, vendevo un servizio. Non tutti lo capirono. Ricordo a Biella di avere bussato a certe porte, proponendomi come agente per il mercato tedesco. «Ritorni quando s’intenderà di tessuti» mi risposero alcune aziende a malo modo. Altre, come la Rivertex, Larusmiani o la Capritex, allora sconosciute, fiutarono al volo l’opportunità.
Poi però si stancò di correre avanti e indietro tra Germania e Italia
Capii che c’era un altro modo per unire domanda e offerta, Germania e Italia. Presi in affitto uno show room e decisi di portare tutti a casa mia qui a Monaco. Clienti tedeschi, imprenditori italiani.
Un successo annunciato?
Mica tanto, se pensa che un giornale tedesco scrisse: «c’è un libraio italiano che vuole rivoluzionare il commercio dei tessuti in Germania. Alcuni lo danno per spacciato in sei mesi». Però poi aggiunse: «noi invece crediamo nella sua intuizione». I primi giorni nel nostro show room mi fecero venire il brivido, avevamo i produttori, ci mancavano i clienti. Poi, finalmente, la chiamata del primo imprenditore tedesco, in visita a Monaco per affari. Mi chiese se poteva passare a vedere la collezione. Gli risposi che quel giorno eravamo strapieni e gli chiesi di passare il giorno dopo.
Bugia!
Un bluff a fin di bene, non una bugia per ingannare. Ricordo ancora cosa mi diceva sempre mio padre: «Se metti in tasca anche una sola moneta frutto dell’inganno, allora non sei più mio figlio». Ho sempre condiviso e rispettato la sua mentalità. Lo stesso ha fatto sempre mia moglie, a cui peraltro devo gran parte del mio successo. Quella mia risposta fu solo un bluff, la scintilla per accendere il tutto.
Come reagì il primo cliente quando gli disse che non c’era tempo per lui?
Mi urlò contro dicendomi che non gli era mai successo non solo di dover essere lui ad andare da un agente, ma pure di dover fermarsi un giorno in più in albergo perché il suo agente era troppo occupato per riceverlo il giorno stesso.
Poi però venne
Sì…e grazie alla trovata al telefono si sparse la voce che il mio show room era un posto da visitare. E così in poco tempo tutti vollero venire da Prisco. Venne anche Baldessarini, il designer austriaco della Hugo Boss, di cui poi divenne amministratore. E mi disse: «caro Arturo, esiste una Idea Como, esiste una Idea Biella, tu hai inventato Idea Prisco».
Idea Prisco. Ovvero?
Un punto d’incontro tra Italia e Germania. Per me era molto importante che gli italiani capissero l’importanza della Germania come mercato della moda. Allora molti, un po’ per ignoranza, un po’ per arroganza, la ritenevano terra di barbari. Spesso mi sentii dire: «che facciano carrarmati, ma lascino stare la moda». E invece non sapevano che in Germania ci sono persone molto acute, degli industriali molto competenti, che già allora, negli anni Ottanta, avevano capito di poter usare i nostri tessuti italiani per produrre capi direttamente in loco. Con l’avvento di Baldessarini alla Hugo Boss – da allora fino ai giorni nostri l’uomo chiave della moda in Germania – il cliente tedesco è diventato un importante finanziatore del “Made in Italy”. Anche perché pagava bene, senza discussioni, e in dieci giorni. Insomma, un mercato molto appetibile. A quel punto anche le società italiane che inizialmente mi avevano respinto perché “non ero competente” si fecero risentire. A Idea Prisco adesso espongo circa trenta aziende italiane ed europee. Inoltre tutto il palazzo viene affittato anche per le manifestazioni di prodotto finito, sia da donna che da uomo. Espongono le loro collezioni Loro Piana, Attolini, Brioni e altre aziende di qualità. Aziende come Armani da anni presentano alla stampa le loro collezioni nei nostri show room.
Poi Idea Prisco si trasferì in questo palazzo che ora porta il suo nome
Rilevai da un imprenditore in fallimento un immobile qui vicino dove mi trasferii per vivere, per stare vicino al mio show room. L’imprenditore apprezzò il fatto che non tentai di trattare sul prezzo sebbene egli versasse in condizioni difficili e mi propose l’acquisto di un intero palazzo signorile a un prezzo impegnativo, ma fattibile. Grazie alla generosa fiducia di una banca bavarese mi fu possibile acquistarlo. Il palazzo in cui ci troviamo ora, quello che avevo sempre guardato da fuori sin da quando arrivai le prime volte a visitare la mia futura moglie. Allora mai avrei immaginato che un giorno questo palazzo si chiamasse Palazzo Prisco. Evidentemente era destino…io credo molto nel destino.
Quando comprò questo immobile glielo dissero chi aveva abitato nel palazzo proprio qui di fronte al suo?
Sì, me lo disse un vecchio inquilino. Mi disse che quel palazzo che stiamo vedendo dalla finestra negli anni Trenta era il quartiere generale di Adolf Hitler. Un incubo. Quell’inquilino al tempo del Terzo Reich era un ragazzino. Ogni volta che Hitler arrivava a Monaco, verso le due o tre di notte, la Gestapo irrompeva in questo palazzo, accendeva le luci, svegliava i condomini, metteva tutti in riga per assicurarsi che non ci fosse un attentatore. Erano tutti vestiti di nero, di un’arroganza indicibile.
Che differenza c’è tra Idea Prisco e Idea Biella, Idea Como e le altre fiere del tessile in Italia?
Che spesso in Italia ci sono trenta espositori e trentatré teste. Qui di teste ce n’è solo una, la mia. Questo può avere anche difetti, però garantisce un’armonia e una coerenza poi apprezzate da tutti. In Italia purtroppo c’è molto individualismo, tutti vogliono accaparrarsi il cliente migliore, si mettono i bastoni tra le ruote. Qui gli espositori italiani sono numerosi ma il clima di armonia permette di presentarsi ai clienti tedeschi come un gruppo compatto che, al di là delle differenze individuali, è unito nel rappresentare il meglio del settore tessile italiano. A Idea Prisco è come se i clienti tedeschi entrassero in casa dei loro fornitori italiani. E una volta stretto il contatto qui da me, io mi ritiro, lasciando che siano loro a condurre in proprio la trattativa.
Delle feste che accompagnano la fiera però a Monaco parlano tutti
Sì, abbiamo cercato di creare degli eventi, ma non solo per mangiare würstel, bensì per unire tedeschi e italiani. Più che per divertire, i nostri sono incontri legati a occasioni culturali, opportunità per avvicinare il “Made in Italy” in maniera discreta e piacevole. Ho fatto questo perché alle fiere italiane mi sono accorto di come alla sera, anziché fare gruppo, i produttori si sparpagliavano, rubandosi i clienti l’uno con l’altro. Con Idea Prisco, e con gli eventi ad essa collegati, ho cercato di fare diversamente, riunire sotto uno stesso tetto il meglio del “Made in Italy”, insieme con i compratori tedeschi e le personalità cittadine del mondo dello sport, della cultura, del cinema. A questo sono serviti i miei eventi. Per far crollare il muro di diffidenza tra Hannes e Giovanni.
Qual è il suo segreto per integrarsi così bene in una società straniera?
La curiosità, l’interesse, essere aperti alle nuove usanze. Forse per me è stato più semplice grazie all’aiuto di mia moglie, così come all’insegnamento di mio padre e mia madre. Anche loro, arrivati in Lombardia dalla Puglia, all’inizio erano due immigrati. Da bambino a scuola venivo chiamato “il terrone”. E quando andavo a Bari ero “u milanese”. A ogni modo Monaco è una città molto accogliente, specialmente nei confronti degli italiani. Poi, certo, ci sono persone, anche miei parenti, che sono arrivati qui solamente cercando i difetti. Come mia moglie in Italia ha accettato la realtà italiana, io in Germania ho cercato di capire quella tedesca. L’integrazione è anche un atto di umiltà. Non tutti lo capiscono e dopo vent’anni ancora schifano ogni cosa del posto in cui vivono, a cominciare dalla cucina. Vanno in birreria e chiedono le orecchiette pugliesi. Fortunatamente questo avviene sempre meno, molti italiani ora sono aperti, curiosi, interessati.
Com’è cambiata la Germania dal punto di vista della moda? In Italia, lo sa anche lei, l’immagine del tedesco è quella del sandalo con le calze
È cambiata molto. Il tedesco ha imparato a vestirsi, sa scegliere i capi. Negli ultimi vent’anni ha fatto salti enormi. All’inizio, anche sul cachemire, voleva cose vistose. Mi chiedevano i blazer rossi o il Galles con una rifinitura interna rosa, e i miei clienti italiani ridevano. Ho dovuto insistere: saranno barbari ma quando comprano il cachemire, lo pagano. Se vogliono il Galles col rosa, dateglielo! Le ditte italiane che l’hanno capito non se ne sono pentite. Oggi comunque questa differenza di gusti non è più così stridente. In generale il tedesco si è raffinato molto. Sui vini è forse uno tra i consumatori più competenti in Europa, tanto che anche in Germania stanno prendendo piede le viticolture. Pensare al tedesco come ce lo ricordiamo sulle spiagge di Rimini oggi non ha più senso. Logicamente, quando si muove la massa, beh, quella è uguale dappertutto.
Il suo lavoro le permette di confrontare il “fare impresa” tedesco con quello italiano
Una volta mi sono permesso di dire a un giornalista che avevo a che fare con due mentalità. Una rigida, l’altra flessibile. Con la seconda intendevo quella tedesca.
Perché?
Vivendo tra le due parti mi rendevo conto che alle volte era molto più semplice per un tedesco accettare una merce italiana anche se non riusciva a capirla, piuttosto che il contrario. Se un cliente tedesco reclamava per un colore che scoloriva, la scusa del produttore italiano alle volte era: «colpa del sudore acido perché loro bevono birra e mangiano i würstel». S’immagini spiegare una risposta del genere. Quanto ai manager, il tedesco arriva da una scuola, c’è un certo studio, forse all’inizio può sembrare più rigido perché evita di prendere decisioni immediate. In Italia è tutto molto improvvisato, il manager è creativo, si è fatto da solo. Questo ha i vantaggi che tutto il mondo ci tributa, ma bisogna stare attenti. Oggi sono tempi duri per tutti, quando manca una certa base, l’improvvisazione serve fino a un certo punto. Ma non faccio distinzione tra italiani e tedeschi, Il confine ce lo creiamo noi. Non c’entra Germania, Italia, contano le persone. Ci sono imprenditori stupendi su entrambi i lati delle Alpi.
Un esempio?
Una persona molto carismatica è Pietro Marzotto, a cui sono legato da profondo rispetto e amicizia. In Germania ho rappresentato tutto il suo gruppo, che includeva anche i Tessuti di Sondrio, un’azienda all’avanguardia. Ma ci sono anche ottimi impreditori tedeschi, come i due fratelli Jochen e Uwe Holy, ex proprietari della Hugo Boss.
Ora lasciamo i tessuti e facciamo un viaggio a Dresda, un’altra piazza dove è particolarmente attivo, per tutt’altro business. Quando e perché si spinse per la prima volta in Sassonia?
Nel 1995 ebbi un’offerta dalla finanza tedesca per trasferire la mia attività a Berlino. Dopo la caduta del muro ogni città dell’est cercava di accaparrarsi nuove società. Non andai a Berlino ma, spinto dal mio architetto, visitai una Dresda ancora immersa nelle atmosfere della DDR. Non ne trassi una grande impressione. Poi mia suocera mi regalò un volume sulle ville di Dresda e ne fui colpito. Trovai dimore bellissime, in cerca di acquirenti. Tornai per cercare una villa vista sul libro, ed era in vendita. Inizialmente pensavo di aprire lì una seconda sede del mio show room. La ristrutturazione durò tre anni ma ne valse la pena. Quello era un momento triste per le due Germanie, c’era la caccia degli investitori dell’Ovest alle proprietà dell’Est. Quasi una colonializzazione, senza tener conto del fattore umano. Vecchi inquilini venivano sfrattati senza ritegno. Noi demmo loro la possibilità di traslocare con calma e farsi nel frattempo una nuova dimora, sostenendoli finanziariamente. Questo non passò inosservato alla stampa cittadina e all’amministrazione comunale. Si era sparsa la voce che un italiano non solo aveva acquistato un’antica villa, ma era anche rimasto amico dei vecchi inquilini. Avendolo saputo, il comune mi propose di acquistare dei caseggiati in una zona centralissima. Accettai e, insieme al mio architetto, mi occupai di farlo ritornare bello com’era un tempo, prima della guerra. Quando l’opera fu completata, il responsabile dell’urbanistica lo volle chiamare Prisco Passage. Ci sono uffici, ristoranti, negozi, c’è pure la sede locale della rivista Der Spiegel. Come imprenditore e come italiano, per me fu una grande emozione, e mi legai ancor di più a quella splendida città.
Poi costruì un intero blocco di fronte alla rinata Chiesa di Nostra Signora. Come ha convinto i Sassoni che un italiano senza grande esperienza immobiliare fosse la persona giusta per rifare il look al centro di quella che viene chiamata la Firenze sull’Elba?
Ogni estate nella mia Villa di Dresda do un concerto in onore della città. Sono coinvolto in tutte le associazioni culturali cittadine: mi viene richiesto e ne sono molto lieto. Nel 2006 sono stato il primo amministratore, dopo il sindaco, del comitato per i festeggiamenti degli 800 anni di fondazione di Dresda. A uno di questi concerti l’assessore all’economia mi disse che il comune stava mettendo in vendita i migliori appezzamenti del centro per la ricostruzione nel cuore distrutto della città. Inizialmente declinai perché non avevo né le capacità economiche né quelle immobiliari per lo sviluppo di un intero quartiere. Lui insistette. Aveva visto la ristrutturazione della villa, il Prisco Passage e si ricordava bene di un film sulla morte e sulla rinascita di Dresda che anni prima avevo commissionato a mie spese e mostrato a Monaco nella serata principale di un’edizione di Idea Prisco.
Perché un film su Dresda?
Perché è una città che mi è entrata nel cuore e volevo fare qualcosa per lei. Il film lo commissionai anni prima della messa in vendita dei terreni. Accettato di concorrere all’asta, cominciai a lavorare con il mio architetto di fiducia, Kai von Döring, pensando a cosa avremmo dovuto costruire nel centro di una città distrutta, in cui morirono 30.000 persone a causa dei bombardamenti. Partecipare all’asta divenne per me un orgoglio ma anche una paura. Paura di fare qualcosa che offendesse il ricordo di quei morti innocenti. Quando ci presentammo davanti ai membri della commissione riuscimmo a convincerli della bontà del nostro progetto: una via di mezzo tra il mantenimento dell’eredità di un passato distrutto, ma anche la consapevolezza di non poter più costruire come nei secoli passati. Forse quello che colpì di più la commissione fu quando dissi ai membri che la cosa più importante, al di là delle questioni tecniche, era di riuscire a portare la gente nel centro città, come accade nelle piazze italiane. Un argomento ignorato dagli altri offerenti.
Morale, un italiano vince il concorso per ricostruire Dresda
L’offerta più alta era di 40 milioni di marchi. La mia di 25. Ma vincemmo. Ora la partita diventava serissima. Convincere le banche all’Est della bontà del mio progetto, non era facile. Per l’impresa mi occorrevano in totale 62 milioni di euro. Ricordo ancora le facce dei direttori di banca quando gli dicevo la cifra: mi guardavano come fossi un pazzo.
E allora?
Un giorno mi chiamò un olandese. Miliardario. Mi disse che se gli garantivo che il mio progetto, vincitore all’asta, era solo farina del mio sacco (e del mio architetto), lui avrebbe messo metà di quei 60 milioni e saremmo diventati soci al 50%. Accettai. Partimmo come saette e realizzammo il quartiere, quaranta negozi, quattro ristoranti, due bar, trentasette uffici, diversi appartamenti e un Hotel. Proprio di fronte alla Chiesa di Nostra Signora, la basilica rinata, un po’ la San Pietro dei protestanti. Alla posa della prima pietra del nuovo quartiere vennero quindicimila cittadini, il telegiornale fece un servizio di otto minuti. Ora stiamo partendo con un secondo blocco. Con l’aiuto delle banche, che hanno superato le diffidenze. Vorrei riportare in vita un Hotel che andò distrutto sotto i bombardamenti. Si chiamava Hotel Città di Roma.
Ultima domanda. Monaco prima e Dresda poi. Non le manca un po’ l’Italia?
Non posso dire che mi manchi…perché ho la possibilità di tornarci spesso. E comunque è ridicolo pensare che passato il Brennero ci troviamo in un altro mondo. Oggi i confini sono stati abbattuti, tutti viviamo in Europa. Forse quello che mi manca di più è mia madre, che è rimasta in Italia. Sono veramente felice che le amministrazioni tedesche di Monaco e soprattutto di Dresda, hanno dimostrato un calore e una riconoscenza commoventi verso la mia attività, tralasciando totalmente il fatto che fossi uno straniero. E ancora più felice sono che il nuovo console generale di Monaco, Adriano Chiodi Cianfarani, mi ha cercato, è venuto persino a Dresda, ha voluto vedere cos’ha fatto in Germania un suo connazionale espatriato. È grazie a lui che mi sono sentito ancora più orgoglioso di essere, nonostante tutti questi anni all’estero, un cittadino italiano.


