Prof, prenda posizione!
Una lettera inedita di Hannah Arendt a un giovane sessantottino tedesco
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2008
Il tre giugno del 1967 Hans-Jürgen Benedict scrisse una lunga lettera ad Hannah Arendt (1906-1975) sull'onda dell'emozione per la morte di uno studente a Berlino Ovest, ucciso dalla polizia durante una manifestazione. Nella sua missiva il giovane le poneva una corposa serie di quesiti, originati dalla lettura del suo saggio sulla Rivoluzione Ungherese, pubblicato in Germania sette anni prima. In particolare egli criticava i duri giudizi sull'imperialismo russo espressi in quelle pagine, nonché l'equazione comunismo-stalinismo, esortando inoltre la studiosa a prendere posizione su di un altro imperialismo, quello americano in Vietnam, nonché sul potenziale rivoluzionario dei popoli affamati del Terzo Mondo.
Dopo cinque mesi il ragazzo, che aveva ormai perso le speranze in una risposta, si vide recapitare dagli Stati Uniti un lungo scritto e alcune pubblicazioni della filosofa. Nei cinque mesi intercorsi tra l'invio delle domande e la ricezione delle risposte, la Arendt aveva tenuto fra l'altro il suo ultimo corso di lezioni a Chicago, era volata in Israele poco dopo la conclusione della “guerra dei sei giorni”, aveva fatto visita in Europa all'ammirato maestro Karl Jaspers e si era spinta a Friburgo per rivedere il suo passato amore, Martin Heidegger.
Il Sessantotto, soprattutto tedesco, si è sostanzialmente disinteressato della Arendt: era una filosofa non marxista né femminista, semmai un'ideologa della Guerra Fredda; la sua critica al totalitarismo era considerata sorpassata. Dal canto suo la studiosa seguì con attenzione le proteste studentesche di quegli anni, inizialmente arrivando persino a offrire sostegno economico a un capo della rivolta come Daniel Cohn-Bendit. Presto tuttavia il giudizio favorevole per la ventata di cambiamento portata dagli studenti, considerata «un processo storico positivo», lasciò il passo alla critica per le fumisterie ideologiche in cui il movimento sempre più andava avviluppandosi, allevando così pericolosi «bambini che gettavano bombe».
Con la pubblicazione della risposta della Arendt – finora inedita in Italia – al giovane e sconosciuto interlocutore (tanto che gli si rivolge scrivendone erroneamente il cognome) è ora possibile farsi un'idea più precisa e articolata della sua opinione sul movimento studentesco, sulle situazione politica in quegli anni complessi e sui realistici suggerimenti elargiti agli impetuosi studenti da «zia Hannah», come i sessantottini del campus di Chicago avevano soprannominato la loro insegnante per prenderla in giro.


