Quando eravamo gli «albanesi» d'Europa
Dal razzismo all'integrazione: una storia dell'emigrazione italiana in Svizzera
Pubblicato su La Stampa, 18 agosto 2004
«In Svizzera italiani, in Italia svizzeri». Così Dante Andrea Ferretti, scrittore zurighese di origine italiana, riassume incisivamente nel suo romanzo Cosimo e Amleto le perplessità esistenziali di un ragazzo elvetico figlio di immigrati, giunto in Italia per partecipare al funerale della nonna.
E proprio all'immigrazione italiana in Svizzera è dedicato …E vennero uomini, un interessante saggio di Marina Frigero Martina e Susanne Merhar, edito dalla Rotpunkt Verlag di Zurigo e ispirato nel titolo al famoso detto di Max Frisch: «cercavamo braccia e vennero uomini».
Non pochi sono ormai i lavori su questo tema, ma nel loro studio le due psicologhe hanno voluto prestare particolare attenzione, per esaminare l'ormai secolare storia dell'emigrazione italiana in terra elvetica, alla voce degli immigrati stessi – di prima, seconda e terza generazione – intrecciando così l'analisi scientifica alla prospettiva biografica.
L'emigrazione italiana ha inizio negli ultimi anni dell'Ottocento, quando la Svizzera richiede mano d'opera per costruire ed espandere le proprie linee ferroviarie. Arrivano perlopiù braccianti dal Nord Italia. Ma il Paese non attira solo uomini di fatica. Nello stesso periodo l'economista e sociologo Vilfredo Pareto viene infatti chiamato dalla prestigiosa Università di Losanna per succedere alla cattedra di Léon Walras. Pareto eleggerà la Confederazione Elvetica a sua nuova patria e terrà lezioni seguite anche nel 1904 dal giovane socialista Benito Mussolini, trasferitosi oltre confine per evitare il servizio di leva.
Durante gli anni del Fascismo saranno invece gli oppositori del Duce a trovare riparo in Svizzera, mentre subito dopo la Seconda Guerra Mondiale arriveranno soprattutto operai, non di rado qualificati e sindacalmente molto attivi. Ma è col "boom" degli anni '60 che il flusso di uomini si ingrossa notevolmente. Se prima l'emigrazione interessava quasi solamente le regioni del Nord Italia, ora anche numerosi meridionali varcano il confine in cerca delle opportunità che la terra d'origine ha loro negato.
Sono tempi molto duri, in cui può succedere, come ricorda Gian Antonio Stella nel suo L'Orda, quando gli albanesi eravamo noi, che ai nostri connazionali venga impedito l'ingresso in certi locali per mezzo di cartelli ostili "ai cani e agli italiani". Nei primi anni '70 gli effetti delle campagne xenofobe, avviate da politici e cittadini decisi ad opporsi alla "Überfremdung", l'"inforestieramento" dei patri costumi, porta all'assassinio di Alfredo Zardini, un artigiano veneto al suo primo giorno di lavoro in Svizzera, commesso da un razzista esagitato in un ristorante di Zurigo sotto gli occhi indifferenti dei numerosi astanti.
Ma anche certe iniziative statali, sorte invece con l'intento di favorire i nuovi arrivati, si rivelano dannose. In varie scuole elementari gli stranieri con difficoltà d'apprendimento vengono trasferiti in "classi speciali". Nei ricordi di alcuni intervistati, al tempo bambini, il bilancio di tali misure è senz'altro negativo. Anziché favorirla, misure come queste contribuiscono a ostacolare l'integrazione dei figli di immigrati con i loro compagni svizzeri, rendendoli ancora più insicuri e spingendoli non di rado verso la rassegnazione o il ribellismo. Non manca però chi, tra gli immigrati di seconda generazione, trae un bilancio positivo delle frequentazioni scolastiche.
Un'importante conclusione del saggio è infatti che, più della situazione e delle condizioni di origine della famiglia italiana, un ruolo fondamentale per l'inserimento dei figli di immigrati nella società svizzera l'hanno svolto i singoli cittadini da loro incontrati nel Paese ospitante. Ad esempio, l'atteggiamento di un insegnante verso gli studenti stranieri svolge, a seconda dei casi, un ruolo determinante nel favorire oppure ostacolare il processo di integrazione.
Oggigiorno, nonostante i passati problemi e salvo le usuali eccezioni, l'integrazione degli immigrati italiani nella Confederazione Elvetica è considerata una storia di successo. La comunità italiana costituisce la presenza straniera più numerosa e ben ambientata in Svizzera. Da tempo ormai, se nei ristoranti di città come Basilea o Zurigo è invalsa l'abitudine di pranzare all'aperto col bel tempo, senza dover guidare fino in Ticino per gustarsi una pizza, lo si deve alla presenza dei tanti italiani che, arrivati come braccianti prima, hanno poi saputo sfondare nella gastronomia fino a diventare in seguito impiegati, avvocati e liberi professionisti.
E ora tocca ad altre sfortunate popolazioni tirare la carretta svolgendo i lavori più umili per tutti i benestanti cittadini svizzeri, compresi quelli di origine italiana.


