Quando Simenon incontrò Hitler
In ascensore poco prima che il Führer vincesse le elezioni. Immagini contrapposte dalle testimonianze di scrittori, giornalisti e drammaturghi
Pubblicato su La Stampa, 22 febbraio 2005
George Simenon e Adolf Hitler s'incontrarono in ascensore. Avvenne all'Hotel Kaiserhof di Berlino, poco prima che il Führer vincesse le elezioni. Anni dopo anche Indro Montanelli s'imbatté nel dittatore, dovendosi sorbire uno dei suoi allucinati monologhi. Il romanziere francese riuscì però a scamparla, evitando che l'inquietante compagno d'albergo gli attaccasse bottone.
Dell'involontario rendez-vous capitato all'inventore di Maigret si legge nella recente pubblicazione della Eichborn Verlag di Francoforte, Viaggi nel Reich, un'antologia dedicata ai resoconti di viaggio degli scrittori stranieri che hanno fatto tappa tra il '33 e il '45 nello Stato nazista.
Alcuni in Germania ci arrivano quando la nera ombra del regime è ancora lontana. Come l'americano Christopher Isherwood che, stabilitosi a Berlino nel 1929, vive dando lezioni d'inglese e gustando intensamente la vita notturna della metropoli (come nel film Cabaret, tratto dai suoi scritti). Omosessuale impenitente (egli stesso dichiarerà di aver dormito con centinaia di uomini), per Isherwood Berlino fa rima con «boys»: ragazzi da abbordare. Ma con l'avvento di Hitler al potere, un cupo fanatismo ideologico cancella le languide mollezze della Repubblica di Weimar. I caffè letterari cittadini, un tempo punto d'incontro per intellettuali ed ebrei, ora con la repressione nazista si svuotano. Tra i rari avventori non più brillanti discussioni e sguardi d'intesa, ma occhiate furtive colme d'angoscia: «molti sanno che verranno arrestati. Se non oggi, domani o la prossima settimana», annota dolente Isherwood.
Vittima dell'insostenibile tensione, nel '33 lo scrittore decide di lasciare il Paese. Eppure la «povera signorina Schröder», presso la quale l'americano è in affitto, non sembra avere minimamente compreso il pericolo: «non troverò mai nessuno che paga l'affitto così puntualmente. [...] Proprio non so perché improvvisamente vogliate lasciare Berlino», commenta sconsolata.
Pochi mesi dopo la partenza di Isherwood, grazie a una borsa di studio ottenuta in Francia, è il giovane Jean-Paul Sartre a recarsi a Berlino per un soggiorno di studio. Sui libri s'impegna approfondendo la lezione fenomenologica di Edmund Husserl, filosofo ebreo già amico e maestro di Martin Heidegger. Dei tedeschi nota «con raccapriccio» l'inconscia capacità di vivere all'unisono, assaporando così la compatta «simultaneità» del proprio gruppo sociale. Del vivace spettacolino folcloristico offerto da alcuni semplici danzatori bavaresi percepisce così il lato grottesco e inquietante.
Nel settembre del '36 è Samuel Beckett ad arrivare in Germania. Per sei mesi visita decine di città, si esercita con la lingua straniera e annota pagine e pagine di un misterioso Diario Tedesco, di cui ad oggi è stato possibile pubblicare solo alcuni estratti. Il drammaturgo s'appassiona particolarmente alla pittura proibita dal regime, incontrando ad Amburgo alcuni pittori ebrei cui è impedito esporre le proprie opere. Altrove si vede costretto a subire con fastidio l'esaltazione collettiva per il Führer. «Würstel in birreria. HH senza fine» commenta telegrafico il 5 Dicembre '36 a Braunschweig in una pagina del diario finora inedita. HH sta naturalmente per "Heil Hitler", il saluto nazista inneggiante al Führer.
Con il passare degli anni cresce l'aggressività della politica estera tedesca fino a che, nel 1938, Adolf Hitler acquista prima il controllo dell'Austria e poi rivendica la zona cecoslovacca dei Sudeti. William Shirer, l'autore di una celebre Storia del Terzo Reich, in quegli anni è corrispondente dalla Germania per una radio americana. Convinto oppositore del nazismo e assai poco tenero con i tedeschi («sono il popolo più brutto d'Europa»), viene tuttavia colpito dal loro apparente pacifismo nei giorni precedenti la firma del "patto di Monaco", con il quale Parigi e Londra danno il via libera ad Hitler per l'annessione dei Sudeti. Anziché riversarsi numerosi in strada per inneggiare alle truppe motorizzate che sfilano in partenza per la Cecoslovacchia, i berlinesi «andavano difilato verso la metropolitana rifiutandosi di assistere allo spettacolo». Hitler dal balcone della cancelleria osserva la scena. Shirer dalla strada osserva Hitler. E lo vede prima adirarsi, poi infuriarsi e infine eclissarsi. Quella che ha fatto inviperire il Führer è stata «la più toccante dimostrazione contro la guerra» che il cronista abbia mai visto. L'accaduto gli desta «un po' di fiducia» verso i tedeschi: «sono con la massima serietà contro la guerra». Quanto il suo giudizio sia sbagliato, William Shirer lo capirà molto presto.
Lo scrittore Jean Genet invece, di aperture di credito verso i tedeschi non ne darà mai nessuna. Gli basta mettere piede in Germania per capire l'andazzo: «i tedeschi sono un popolo di ladri». E così lui, in Francia ladro e vagabondo in spregio all'odiata morale borghese, trovando in Germania un perfetto Stato criminale, si vedrà suo malgrado obbligato a comportarsi da onesto, sforzandosi di non rubare neppure uno spillo.


