
Varsavia, agosto 2019. Incontro fratel Marian Markiewicz sulle scale della cattedrale, nel centro storico. È impegnato con una scopa a pulire l’ingresso. Nonostante le passate frequentazioni che può vantare, non si è montato la testa.
Sono venuto a conoscenza di questo religioso per caso, il giorno prima, mentre visitavo con mia moglie la città vecchia. Anna, la nostra guida polacca, lo vede passare e mi informa che egli da giovane accompagnò Karol Wojtyła al conclave che lo rese Papa.
Sebbene mi fossi promesso di fare solamente il turista per quattro giorni, la curiosità ha la meglio sui buoni propositi e mi propongo di intervistarlo.
Marian acconsente, e ci porta in sagrestia, dove rimaniamo per tutto il tempo in piedi di fronte a un quadro raffigurante il suo Papa. Parla in polacco, Anna traduce.
Quando e come conobbe Papa Giovanni Paolo II?
Nel 1977, alcuni anni dopo aver preso i voti, venni mandato a Roma, al Pontificio Collegio Polacco, presso cui faceva tappa il cardinale Wojtyła ogni volta che veniva nella capitale.
Mio era il compito di andare a prenderlo in aeroporto e condurlo presso tutti i numerosi appuntamenti che aveva in città. Talvolta Wojtyła si fermava a Roma una settimana, talaltra anche un mese. Ma non lo assistevo solo durante i suoi impegni di lavoro. Accadeva infatti che lo portassi anche al mare per una nuotata, visto che il Santo Padre amava molto lo sport. Sebbene fosse più anziano di me, e io mi sforzassi, non riuscivo mai a batterlo quando nuotavamo.
Lo portavo anche a passeggiare in montagna, tuttavia quando Wojtyła si recava al Terminillo a sciare, un’altra delle sue passioni sportive, non lo seguivo, perché non sono capace.
Che carattere aveva il cardinale Wojtyła prima di venire eletto Papa?
Lo stesso che mantenne dopo l’elezione. Pregava e leggeva molto, anche durante i viaggi. Quando tornavamo da una cena, spesso recitavamo il rosario assieme in auto. E aveva sempre tempo per ascoltare il prossimo. Ascoltava sempre con rispetto chiunque si rivolgesse a lui.
Quando divenne Papa, i suoi collaboratori spesso gli facevano presente i vari impegni a cui era atteso, per tentare di ridurre il tempo da lui dedicato alle persone che cercavano la sua attenzione, ma Wojtyła non si faceva mai mettere fretta. Era molto aperto nei confronti delle persone semplici, e loro per questo lo amavano.
Cosa ricorda dei due conclavi del 1978?
Papa Paolo VI morì in agosto, io mi trovavo in ritiro ad Ariccia. Il rettore del Pontificio Collegio Polacco mi ordinò di rientrare subito a Roma e andare a prendere Wojtyła all’aeroporto, giunto in Italia per il conclave. Quando lo incontrai, gli chiesi: «Diventerà Papa?». Gli posi quella domanda perché da novizio avevo sentito il cappellano del convento parlare di una poesia del poeta polacco Juliusz Słowacki, nella quale si annuncia un papa slavo.
Di quei giorni ricordo in particolare una sera in cui il cardinale Wojtyła invitò a cena al Collegio quattro cardinali, e io servii a tavola. Fra i commensali c’erano i due futuri Papi, Albino Luciani e Karol Wojtyła. Durante quella cena nessuno immaginava quanto sarebbe accaduto ad entrambi, piuttosto tutti erano convinti che uno degli altri tre commensali sarebbe assurto al trono di Pietro.
Dopo l’elezione di Giovanni Paolo I riaccompagnai Wojtyła all’aeroporto, senza minimamente pensare a cosa sarebbe successo solo dopo poche settimane.
Papa Luciani diede quattro udienze generali durante il suo pontificato, e io partecipai a tutte. All’ultima ero presente con un amico medico e sua moglie, farmacista. Quando videro Papa Luciani condotto sulla sedia gestatoria, mi dissero impressionati: «Ma questo Papa è malato!». Io risposi ingenuamente che forse era solo una impressione dovuta alla folla, ai flash delle macchine fotografiche, alle molte luci, ma loro, osservandolo da molto vicino, confermarono che il suo volto non era sano.
Il giorno dopo, nella notte, Papa Luciani morì.
Il tre di ottobre andai di nuovo a prendere Karol Wojtyła all’aeroporto. Quando lo incontrai, mi accorsi subito che aveva un aspetto molto differente dal solito. Era pensoso, rinchiuso in sé stesso, come se la sua mente fosse altrove. Solitamente era una persona gioviale, aperta, curiosa. Ma questa volta non ascoltava, pensava ad altro. Andammo direttamente in Vaticano, dove era esposto il corpo di Giovanni Paolo I.
Il cardinale Wojtyła pregò a lungo accanto alla salma. Alcuni giorni più tardi il vescovo Andrzej Maria Deskur, prelato della curia e suo grande amico, si ammalò gravemente, e questo rese il futuro Papa ancora più pensoso, distante.
La mattina in cui si apriva il conclave, i cardinali celebrarono in San Pietro una messa con la quale si affidavano allo Spirito Santo affinché li conducesse a una buona scelta. Quando rientrammo a casa, Karol Wojtyła mi disse: «Mi taglieresti i capelli? Così al conclave avrò almeno un aspetto decente».
Nel senso che le chiese di portarlo da un parrucchiere?
No, no. Chiese proprio a me di dargli un bel taglio in preparazione del conclave! Wojtyła era originario del sud della Polonia, una zona montuosa, e me lo chiese con il tipico accento montano degli uomini di quelle zone. Il cardinale sapeva parlare uno splendido polacco, ma se voleva era in grado di usare il linguaggio tipico dei suoi monti, a cui era molto affezionato.
Era il 14 ottobre 1978. Dopo il taglio dei capelli e il pranzo, lo portai al Policlinico Gemelli a visitare l’amico malato, poi andammo nell’appartamento di Deskur in Vaticano, dove indossò l’abito cardinalizio, e da lì lo accompagnai al conclave. Prima di entrare, tuttavia, mi diede un grande abbraccio. Un abbraccio alla messicana, lo chiamiamo noi: molto affettuoso. E congedò me e il suo segretario dicendoci: «Abbiate cura di voi». Me lo ricordo bene poiché al primo conclave ci disse: «Ci vediamo». Questa volta invece era come se già intravvedesse che la separazione sarebbe stata ben diversa. Quel congedo lo filmò la televisione francese, che riprendeva tutti i cardinali in arrivo, e Krzysztof Zanussi lo usò poi nel suo film su Wojtyła, Da un paese lontano.
Cosa fece quando vide la fumata bianca?
Ero lontano vari chilometri da Piazza San Pietro e raggiungerla in auto sarebbe stato impossibile. Così assistetti a quel momento epocale… guardando la televisione.
Quando sentii pronunciare il nome, «Carolum», ebbi un tale attacco di felicità che mi misi sulle spalle uno studente del Collegio e cominciai a correre per la stanza.
Quando il Papa finì il suo breve discorso (in italiano!), il Collegio venne preso d’assalto dai giornalisti, che non avevano alcuna informazione su un cardinale venuto da tanto lontano.

Quando lo rivide Papa?
Il giorno dopo Giovanni Paolo II andò di nuovo al Policlinico Gemelli per visitare il suo amico e incontrare i malati. La sera venne al Collegio Stanisław Dziwisz, il suo segretario personale, e mi disse di preparare l’auto: dopo cena avremmo portato in Vaticano le cose del Papa, che ci aspettava. A cena chiedemmo a Dziwisz del suo primo incontro con il Papa. Wojtyła aveva scosso la testa e gli aveva detto: «Stasiu, basta con lo sci». Da cardinale sciava sempre. Una volta gli avevo sentito dire che il 50% dei cardinali polacchi andava sugli sci. Erano due.
Quando arrivammo alla soglia dell’appartamento papale, ci dissero che Karol Wojtyła era a pregare nella cappella privata. Ci dirigemmo là e lo vedemmo inginocchiato. Allora l’emozione fu così forte che ci fermammo sulla soglia, cadendo anche noi in ginocchio. Ma Dziwisz ci apostrofò: «Cosa fate qui inginocchiati? Alzatevi e andate incontro al Papa!».
Lo salutai usando l’accento delle montagne: «Sia lodato Gesù Cristo». Lui rispose con lo stesso accento, «Nei secoli dei secoli», e poi, sempre in dialetto, ci chiese: «E che ci fate in giro a quest’ora di notte?». Risposi che eravamo arrivati per salutare il Santo Padre. Lui chiuse il breviario e guardandoci con un sorriso ci disse: «Va bene… siccome siete qua, allora seguitemi, e speriamo di non perderci in questa casupola».
Disse proprio “chałupa”, come in Polonia si chiama la casa dei contadini!
Ci fece visitare il suo nuovo appartamento. Quando ci mostrò la stanza da letto, fummo sorpresi dalla mole del letto, gigantesco e quadrato. «Santo Padre, come mai un mobile così grande?», gli chiesi allora. «Perché questo era il letto di Giovanni XXIII», mi rispose, facendoci sorridere, perché Papa Roncalli era stato di corporatura piuttosto robusta. Entrammo anche nella stanza dalla cui finestra il Papa benedice la piazza, e mi affacciai: si vedeva tutto, dalla basilica fino all’ultima colonna. Da allora, ogni volta che lo vedevo affacciarsi, pensavo: io lì ci sono stato. Ci mostrò anche la biblioteca privata, colma di libri. Guardandoli, esclamò: «Dio mio, quando mai avrò il tempo di leggerli?».
Trascorremmo poi molto tempo a parlare, e a un certo punto mi disse, chiamandomi affettuosamente con un diminutivo: «Marianku, non andremo più a nuotare insieme». Gli risposi che sarebbe stato difficile comunque, perché a ogni angolo c’era una guardia svizzera, e al portone due: non ci avrebbero lasciati uscire. E aggiunsi che avrebbe potuto ordinare di costruire una piscina in Vaticano…
E lui che disse?
«Ci possiamo pensare». E davvero poi ordinò di costruire una piscina a Castel Gandolfo, la sua residenza estiva. Alcuni giornalisti si scandalizzarono per la spesa che avrebbe comportato allestire una simile infrastruttura per una sola persona, ma Papa Wojtyła fece rispondere che un nuovo conclave sarebbe sicuramente costato di più.
I suoi ricordi di Karol Wojtyła sono improntati alla gioia. Ma sicuramente anche il Papa avrà avuto giornate tristi.
Certo. Il 13 dicembre 1981, ad esempio, quando apprese che il generale Wojciech Jaruzelski aveva proclamato la legge marziale in Polonia. Quello fu uno dei giorni più tristi della sua vita. Ma durante tutto il suo lungo pontificato ebbe momenti di tensione. Praticamente ogni volta che, in un’omelia, toccava il tema dell’aborto e dell’eutanasia. Allora diventava estremamente serio e preoccupato, al punto che gli capitava di alzare la voce. Era una persona che non dava ordini. Chiedeva sempre gentilmente, e per piacere. Ma in quei momenti era davvero molto teso. Anche durante la malattia, quando venne operato e non poté più parlare… negli occhi gli si leggeva il fastidio di non poterlo fare.
Ricorda il giorno dell’attentato al Papa?
Certamente. Era il 13 maggio 1981. Mi trovavo in Piazza San Pietro. Ricordo bene la reazione di grande sconforto della gente… la stessa di quando, nel 2005, stava morendo. Tutti piangevano e pregavano con grande commozione.
Secondo lei, chi armò Mehmet Ali Ağca?
Non lo so. Ma qualcuno c’era dietro, perché il Papa stava facendo una grande rivoluzione senza armi, senza cannoni, senza pistole, ed era scomodo per i potenti di allora. Qualche anno dopo cadde anche il Muro di Berlino, cadde il comunismo. Per molti politici era incredibile quello che stava accadendo, e non tutti vedevano positivamente l’impegno del Santo Padre.
Quale l’apporto di Karol Wojtyła alla sconfitta del comunismo, secondo lei?
Il Santo Padre non operò concretamente in senso politico. Ma, innanzi tutto, pregò moltissimo per la liberazione dei popoli al di là della Cortina di Ferro. Inoltre incontrò molti leader politici, primo tra tutti Ronald Reagan, dando loro molti impulsi in tal senso. Come quando, qui a Varsavia, gridò davanti a una grande folla: «Scenda il tuo Spirito! Scenda il tuo Spirito! E rinnovi la faccia della terra. Di questa Terra!». Questa preghiera ebbe un grande effetto tra i cittadini di Varsavia, che ancora adesso la ricordano perfettamente. Da lì cominciò tutto: nacque Solidarność.
Cosa le ha insegnato l’uomo Karol Wojtyła?
Era una persona semplice, amava mangiare il cibo della sua terra, che le suore polacche gli cucinavano in Vaticano, ed era goloso di dolci. Un giorno, quando era già Papa, dei bambini gli chiesero se masticava la cicca. E lui rispose: «Qui nessuno mi offre mai gomme da masticare». Ecco, la sua semplicità, la sua capacità di entrare in contatto con tutti, questo è un grande insegnamento che ci ha lasciato.
Ma da lui ho anche imparato a non pensare troppo al passato, né troppo al futuro. Bensì a vivere pienamente il momento presente, la vita qui e ora.
E cosa le ha insegnato il santo?
Ad essere una brava persona ogni giorno, grazie anche al suo aiuto. Da quando è deceduto, ho smesso di pregare per lui. E ho cominciato a pregare lui, a cui spesso mi rivolgo.
Talvolta semplicemente per dirgli: «Santo Padre… pensaci tu».
Fratel Marian Markiewicz è morto l’8 agosto 2026, a 75 anni. Per molti anni aveva raccontato Giovanni Paolo II ai visitatori della cattedrale di Varsavia.


Che struggente ritratto! Grazie per aver condiviso questa intervista e per il tono caloroso e autentico. 😇🙏