Quel che resta del Regno di Ferro
Lo storico inglese Christopher Clark riabilita la Prussia, tra il Regno di Ferro di Federico il Grande e l'eredità di Bismarck
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2007
Sessant’anni fa la Prussia cessò di esistere. Cancellandola ufficialmente dalle cartine geografiche, i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ritennero così di aver estirpato le radici storiche del nazionalsocialismo. Perché secondo gli Alleati la Prussia da sempre era stato «veicolo del militarismo e della reazione in Germania», come scrissero nel decreto di scioglimento del 25 febbraio 1947. In fondo non fecero che trarre le conseguenze del discorso tenuto da Churchill al parlamento inglese quattro anni prima, quando lo statista britannico la accusò senza mezzi termini di essere «la fonte della ricorrente pestilenza».
Ora, proprio grazie a un inglese, la Prussia ritorna simbolicamente a vivere. Appassionatosi alle vicende della Marca del Brandeburgo durante un soggiorno nella Berlino ancora tagliata dal muro, lo storico Christopher Clark ha recentemente pubblicato un’opera dedicata al “Regno di Ferro” tanto monumentale quanto avvincente (Iron Kingdom: The Rise and Downfall of Prussia, 1600-1947, Allen Lane, pagg. 816, £ 30).
A differenza di alcuni storici inglesi come Alan Taylor, la cui Storia della Germania scritta nel ’45 sposava sostanzialmente la tesi di Churchill, il lavoro di Clark presenta un’immagine complessa e variegata del regno sorto nel Diciassettesimo secolo con il passaggio del ducato di Prussia dalla Polonia alla dinastia tedesca degli Hohenzollern. Clark evita di emettere un inappellabile verdetto di colpevolezza, bensì legge nella storia della Prussia una vicenda composta di luci e ombre, muovendosi nel solco tracciato da Prussia, tentativo di un bilancio, la grande mostra berlinese del 1981 che attirò quasi mezzo milione di persone. Tra i visitatori anche Claudio Magris. La tradizione prussiana, scrive lo scrittore triestino ne L’infinito Viaggiare, anziché significare cieca e violenta devozione a un ordine repressivo, rappresenta «una cornice per inquadrare il dissidio tra una legge morale, sentita come assoluta, e la molteplicità dell’esistenza, in una tensione a trascendere l’individuo in un valore più alto, cui egli debba sottomettersi». Oltre alla Prussia del culto hegeliano per lo Stato assolutista, sostenuto dall’aristocrazia terriera degli Junker, vi è infatti quella tollerante e illuminista di Immanuel Kant e del suo concittadino Otto Braun. Questi durante la Repubblica di Weimar governò lo Stato cercando di renderlo – invero senza grande successo – un «baluardo della democrazia».
Non si può dire lo stesso di Federico Guglielmo I (re dal 1713-1740). La ferrea disciplina e l’indiscusso autoritarismo instaurati dal “re soldato” formarono poi l’idea di una Prussia simile a una grande caserma, in cui non è ben chiaro se i militari servano lo Stato o viceversa. In realtà anche il roccioso e temuto assolutismo statale portato a compimento da Federico I era meno granitico di quel che si crede: «ancora durante buona parte del Diciannovesimo secolo vi erano dei territori prussiani in cui la presenza statale non veniva pressoché avvertita».
In Prussia autorità e culto delle armi si accompagnavano a un sistema burocratico di esemplare efficienza, gestito da funzionari di specchiata onestà. Nel “Regno di Ferro” vigevano tolleranza verso le minoranze religiose, un tasso di alfabetizzazione ineguagliato in Europa e un codice civile – quello del 1794 – ammirato da tutti gli altri stati tedeschi.
Di certo il sovrano che più incorporò la doppia anima della Prussia fu Federico II (re dal 1740-1786). Forgiato tirannicamente alla disciplina militare da un padre che ne disprezzava la vivacità intellettuale, in trent’anni di combattimenti la sua gloria militare superò persino quella del “re soldato”. Tuttavia Federico II seppe coltivare anche rapporti con i grandi spiriti del tempo, tenendo corrispondenza con Voltaire. Egli sapeva usare tanto la spada quanto l’ingegno. Si racconta che volendo convincere senza usare la forza i contadini del suo regno a incrementare la coltivazione di patate, ordinò ad alcuni soldati di piantonare un campo di tuberi. Se i militi vi montano guardia, queste patate devono essere davvero preziose, pensarono i contadini, convincendosi rapidamente a coltivarle, secondo il desiderio del Re.
Sotto la guida di Bismarck la Prussia raggiunse l’apice della propria potenza. Dopo aver creato tutte le condizioni affinché la Francia attaccasse, nel 1870 il cancelliere potè godersi a Sedan la schiacciante vittoria del suo esercito. Un anno dopo portò a compimento l’unificazione tedesca.
La Prussia aveva creato la nuova Germania. Ma il nuovo Stato erosè l’identità del “Regno di Ferro”, avviandone il lento declino.


