Quest'albergo è una casa
Una mostra della Literaturhaus di Monaco sul rapporto tra grandi scrittori e grandi hotel
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2007
«Come altri uomini tornano al focolare dalla moglie e dal bimbo, così io torno alla luce e alla Hall, dalla cameriera e dal portiere». Parola di Joseph Roth. Perché dopo il crollo dell’Impero Absburgico lo scrittore elesse a nuova Patria gli alberghi. Anche il suo collega Vladimir Nabokov scelse di trascorrere in Hotel i suoi ultimi sedici anni di vita. E ovunque Klaus Mann soggiornasse – ricorda suo padre Thomas – trasformava immediatamente l’anonima stanza in zona lavoro personalizzata: «appendeva dei quadri, allineava alcuni libri, distribuiva delle foto. E poi subito a sedersi di fronte alla macchina da scrivere». Magari per comporre un racconto ambientato in un albergo. Così accade all’innocente Signorina Else di Arthur Schnitzler, irrimediabilmente sconvolta dall’indecente proposta di un licenzioso benestante durante un soggiorno presso l’Hotel Fratazza a San Martino. Schnitzler invece era molto meno impressionabile della sua giovane creatura e difficilmente gli capitava di scomporsi durante i propri soggiorni. Ma si irritava per una brutta stanza. E in tal caso non tardava a esprimere rimostranze per farsela cambiare. Come a Roma nella primavera del 1901, quando con orrore si trovò di fronte una camera tutta «impolverata, traballante e sudicia».
All’affascinante e proficuo rapporto tra grandi scrittori e grandi Hotel ora la Literaturhaus di Monaco di Baviera dedica una mostra in collaborazione con gli alberghi cittadini, aperti a incontri letterari, cinematografici e musicali (www.literaturhaus-muenchen.de, dal 30 Giugno al Touriseum di Merano).
Fiancheggiando un lungo e sinuoso drappeggio rosso a metafora dello spettacolo teatrale quotidianamente messo in scena dal microcosmo di un albergo, il visitatore è condotto negli spazi di un immaginario Grand Hotel ricco di memorie e oggetti – tra cui lettere e cartoline autografe di vari scrittori che soggiornarono in alberghi di lusso.
Ecco allora la porta girevole ruotare incessantemente per il frenetico andirivieni e parimenti svolgere con discrezione il compito di filtro sociale: i turisti spiantati rimangono fuori e il personale di servizio è pregato di entrare dalla porta secondaria.
Spaziosa ed elegante la Hall rappresenta il vero centro e palcoscenico di tutti gli innumerevoli destini che s’incrociano in un albergo. È nel salone dell’Hotel Des Bains che Thomas Mann viene colpito dalla vista di un giovane efebo, poi trasformato in quel Tadzio la cui bellezza turba nella Morte a Venezia l’onusto professor Aschenbach.
Ogni Grand Hotel è inoltre provvisto di una sala pranzo di alto livello dove l’ospite non si limita a mangiare, bensì assaggia, gusta e assapora le raffinate creazioni dello Chef. È nel ristorante che al calar della sera convergono i clienti curiosi di osservarsi a vicenda tra una portata e l’altra. Una scena che a Marcel Proust ricorda un acquario dove i meno abbienti scrutano le tavole dei facoltosi come fossero pesci esotici.
Ma anche se gli ospiti sono intenti a pasteggiare comodamente non v’è mai pausa per il Liftboy, il ragazzino dell’ascensore, l’umile professione svolta anche dal protagonista dell’America di Kafka. In quello spazio ristretto si può incontrare veramente di tutto. Persino Adolf Hitler come capitò a George Simenon nell’ascensore dell’Hotel Kaiserhof di Berlino, poco prima che il Führer prendesse il potere. È proprio vedendo Agatha uscire dall’ascensore dell’Harrogate Hydropathic Hotel che Archibald Christie ritrova sua moglie, improvvisamente scappata da Londra senza lasciare traccia.
Infine, sebbene la stanza da letto sia il luogo più intimo di tutto l’albergo, spesso è quello più trascurato. Quando si ha un intero Hotel a disposizione, perché ricevere in camera? Lo sapeva bene Joseph Roth che, per fare economia, incontrava gli ospiti nei lussuosi saloni, scriveva al caffè ma per dormire si accontentava di una stanzetta con vista sul retro cortile.


