Pubblicato su IL, gennaio 2011
Meglio viceré di Norvegia o accattone a Napoli? Una domanda paradossale che in realtà già contiene una risposta decisa, almeno per Johann Wolfgang von Goethe. Perché a differenza di quei viaggiatori nordici giunti in Italia con bagagli di pregiudizi, l’autore del Werther compie il suo viaggio nel nostro Paese intenzionato a giudicare il meno possibile, se non dopo aver sperimentato con mano sul campo. E così all’ombra di quel Vesuvio che egli scala due volte per ammirare sull’orlo del cratere ceneri, soffiate e lapilli presto si convince che i cosiddetti fannulloni napoletani sono, piuttosto, degli ingegni di sorprendente laboriosità. Goethe annota e ne scrive sul momento – siamo nel maggio del 1787 – a Johann Gottfried Herder e Charlotte von Stein, suoi intimi amici, ma per fortuna nostra e della letteratura mondiale egli ricorda perfettamente le sue impressioni di viaggio ancora dopo quasi trent’anni dalla partenza per il Belpaese, quando ormai anziano si decide a risistemare le proprie lettere e taccuini per comporre quello che presto diventa Il Viaggio in Italia per antonomasia.
Il futuro autore del Faust parte in segreto dalla stazione termale di Karlsbad in Boemia il 3 settembre del 1786, compleanno del duca Karl August von Sachsen-Weimar-Eisenach, presso la cui corte in quel tempo egli conduce un’esistenza in dissidio tra gli impegni ufficiali e la propria necessità di creazione artistica. Il solitario tour verso il sud, atteso e preparato da tanti anni, permette all’eclettico trentasettenne di scoprire e immergersi in un paesaggio naturale, sociale e culturale fino ad allora conosciuto e amato solo sui libri e nei racconti del padre italofilo, che teneva appesi nel vestibolo della casa di famiglia a Francoforte vedute di un suo mai dimenticato viaggio nella «terra dove fioriscono i limoni».
Valicare le Alpi per Filippo Moeller – questo lo pseudonimo usato da Goethe nel tentativo di evitare le seccature procurategli da una fama che ha già corso veloce in Europa – significa soprattutto compiere un cammino artistico e umano di formazione della personalità, arricchendola dei mille incontri, emozioni e sorprese in cui di continuo s’imbatte lungo la propria strada, entusiasmandosi davanti ai nobili giochi di luce delle ville palladiane, alla potenza dei paesaggi siciliani e alla classicità delle vedute romane, ma sapendo cogliere anche le paradossali saggezze degli uomini del popolo, come ad esempio quel vetturino che lo mette in guardia dal pensare troppo, pena il rischio di diventare matto.
Il viaggiatore in incognito tanto desidera calcare al più presto il suolo italiano che sul Brennero i cavalli, come per compiacerlo, si mettono a trottare velocissimi per portarlo dritto fino a Trento. A Malcesine sul Lago di Garda Goethe vede un rudere e comincia a farne degli schizzi, incappando nelle ire della popolazione che lo crede una spia. Il divertente ma pericoloso malinteso ha un lieto fine e presto si riparte verso Verona, Vicenza e Venezia, raggiunta navigando in battello sul Brenta e dove il viaggiatore si sofferma incantato dallo spettacolo del mare.
Alle bellezze di Firenze Goethe dedica solo tre ore, mentre ad Assisi il grande pagano non ha tempo né voglia per visitare la Basilica di San Francesco. Tutte le energie sono per Roma. Egli ha così tanta fretta di raggiungerla che non si preoccupa di dormire vestito lungo il tragitto. Nella città eterna lo scrittore tedesco fa ingresso la prima volta a fine ottobre 1786. Qui visita teatri e musei, studia, prende parte agli incontri di società. Soprattutto frequenta una ristretta cerchia di artisti tedeschi, stringendo proficua amicizia con la pittrice Angelica Kaufmann o lo scrittore Karl Philipp Moritz. A Roma egli trascorre forse i giorni più belli della sua vita. Qui per lui, e nonostante lo spirito talvolta dissacrante della popolazione capitolina, l’amata classicità rifulge in ogni pietra, in ogni quadro, è nell’aria e sinanco nella vegetazione, esce dai tomi e dalle guide per divenire vita vera come mai potrà esserlo nella pur operosa e colta Germania.
Eppure lo scrittore non è pago di sud, allora riparte per Napoli, quindi fa rotta verso la Sicilia. Si avvicina all’isola su di una imbarcazione in balia del mare agitato, immerso in un torbido tramonto. Ma una flotta di delfini scorta il vascello e infonde allegria all’animo in subbuglio per la violenza dei flutti. Attraccato a riva Wolfgang scende arricchito dall’esperienza del mare, senza la quale «non ci si può fare un’idea del mondo e del nostro rapporto con esso».
Goethe attraversa l’isola da Palermo, dove nota belle donne, spiritualità bigotta e una certa assenza di buon gusto architettonico, a Catania, deciso a scalare le falde dell’Etna, portando con sé, in assenza di una macchina fotografica, il bravo paesaggista Christoph Heinrich Kniep. Ogni momento sulla terra meridionale è un dono da assaporare intensamente. Nella locanda in cui alloggia a Castelvetrano la stanza ha il tetto bucato. Lungi dal lamentarsi, è l’occasione per contemplare il cielo stellato stando distesi sul letto e giungendo persino a scorgere «una stella di tale bellezza come non mi pareva d’averne mai vedute». A Messina l’aulico viaggiatore è talmente leggero e svagato che rischia di disertare un invito del governatore, sfiorando l’incidente diplomatico. Senza toccare Siracusa, il ritorno dalla «grande, bella e impareggiabile Sicilia» passa per di nuovo verso Napoli, una città «non adatta alla meditazione» ma ottima per ragionare sulle forme della religiosità popolare italiana e appassionarsi a Filippo Neri, il “santo umorista” che ispirerà la figura del Pater Ecstaticus nel finale del secondo Faust.
Di nuovo a Roma, l’apollineo e talentuoso artista assiste distaccato ma attento alle folli celebrazioni del Carnevale e comprende che forse l’arte figurativa, a cui si è dedicato in tutto il soggiorno, non fa per lui. Meglio impegnarsi nella scrittura, oltre che naturalmente coltivare, insieme alla contemplazione dell’Apollo del Belvedere, gli amati studi di botanica e scienze naturali. Sollecitato più volte a frequentare l’ambiente politico e cardinalizio Goethe fa lo gnorri, perché «da codesti signori e signore mi tengo lontano come da un morbo maligno, e mi basta vederli passare in carrozza per sentirmi rimescolare». Meglio ammirare la Cappella Sistina da semplice visitatore, per riflettere innanzi tutto sulla potenza dell’uomo che l’ha dipinta.
Lungo il cammino a ritroso verso Nord, di cui tuttavia non fa cenno nel Viaggio in Italia, Goethe avrà occasione di concedere più tempo a Firenze, nonché di andare in estasi per il Cenacolo di Leonardo a Milano. Al ritorno in Germania il bagaglio di conoscenze nate durante la sua avventura nel nostro Paese, tanto favoleggiata e cercata quanto infine assaporata, renderà Goethe un’altra persona, perché, come egli ha capito facendone diretta esperienza: «niente, in verità, è paragonabile alla nuova vita che dona all’uomo capace di pensare l’incontro con un nuovo paese. Anche se sono sempre lo stesso, pure credo di essere cambiato fino al midollo».
Di ogni luogo visitato, di ogni persona incontrata, di ogni opera d’arte contemplata egli coglie almeno un cenno, un’intuizione, una suggestione. Alla fine, tuttavia, per il lettore una personalità rifulge sopra tutte: quella sua. Goethe possiede la dote di essere immune al tempo. Il suo Viaggio in Italia pare scritto ieri, anziché due secoli fa.
I suoi addii alla strabiliante Napoli e all’amata Roma – dopo un anno e nove mesi dall’arrivo in Italia – avvengono entrambi, struggenti, nella notte. Non è un caso. Perché «in un paese dove si gode di giorno, ma si è felici soprattutto la sera, è sempre un grande momento il cader della notte».


