Riecco l'Angela della Paura
La Germania e la sua paura di sé, mentre l'Eurozona guarda a Berlino
Pubblicato su IL, gennaio 2012
Ma allora era tutto uno scherzo? Dov’è finita la nuova Germania, quel Paese frizzante, accogliente e colorato, capace di ospitare i Mondiali di Calcio del 2006 coniugando organizzazione impeccabile e scatenata voglia di fare festa? Dove la Nazione con una capitale più cool di New York, meta di ogni hipster della Bassa padana in cerca di urbanità a poco prezzo e connessioni wi-fi accessibili in ogni angolo?
Uno spettro negli ultimi tempi si aggira per l’Europa: quello di una Germania potente, egoista e di fatto sola al comando di una UE indebolita e sfiancata da una crisi che il nuovo anno non pare riuscirà a placare.
E se ormai da mesi Angela Merkel in Grecia sconta il dubbio onore di condividere il proprio nome con asini e muli, segno assai poco signorile ma ironico della pulsante stizza antitedesca che dilaga nel Peloponneso, non si contano le vignette inglesi contro quegli inguaribili „Krauts“ che tramite l’Unione Europea vogliono attaccare lo splendido isolamento economico del Regno di Elisabetta. Quanto a casa nostra, immaginiamo l’astio di Giulio Tremonti nei confronti della cancelliera, dopo che Berlino ha sovranamente lasciato cadere tutti gli appelli agostani lanciati dall’ex superministro sulla necessità degli Eurobond.
A ben vedere tuttavia il fastidio europeo verso la Repubblica Federale Tedesca è cosa nota e ricorrente. Vent’anni fa per esempio Margaret Thatcher non era certo l’unica a nutrire sospetto verso la tenuta democratica di una Germania riunita, tanto che persino Günther Grass si espresse contro la Riunificazione. E come dimenticare il celeberrimo Stefano Stefani che da sottosegretario al turismo – evidentemente l’uomo giusto al posto giusto – dieci anni fa si scagliò contro i crucchi ligi a casa loro ma pronti a ruttare sulle spiagge italiane? In fondo – come da consueta prassi leghista – formulò in rozza maniera un pensiero condiviso da molti, ora più attuale che mai: cool Berlin, Heidi Klum e Adidas non c’ingannano, quei mangiawürstel sotto sotto rimangono dei barbari nascosti nelle foreste, pronti a farci tutti la pelleccia a forza di spread sui bond.
Dopotutto la Germania con la paura di se stessa è abituata a condividere da secoli, al punto che i paesi anglosassoni hanno coniato lo specifico concetto di „German Angst“, quel sordo e indefinito timore nei confronti della vita che un filosofo come Martin Heidegger – non a caso tedesco – tematizza nel suo Essere e Tempo facendolo assurgere a elemento costitutivo dell’essere umano. Sarà per via delle devastazioni inflitte agli staterelli germanici durante la traumatica Guerra dei Trent’anni, sarà la memoria dell’inflazione prebellica che ancora oggi spinge tedeschi apparentemente ragionevoli a murare parte del capitale in casa («l’avesse fatto mio nonno negli anni Venti non avremmo perso tutto durante la Guerra»), sarà il ricordo della distruzione totale a mezzo bomba negli anni Quaranta, sta di fatto che la Germania rimane ancora oggi un Paese «da sempre proteso alla ricerca di modi di vita che permettano il superamento della paura», come scrive Peter Handke in Falso Movimento.
Non c’è da stupirsi allora se giganti delle assicurazioni come Allianz e Munich Re hanno sede a Monaco e non a Napoli né che una politica tutta anti-inflazione e rigore di bilancio ancora oggi, e nonostante gli stravolgimenti dell’ecosistema finanziario degli ultimi cinque anni, rimanga un caposaldo della prassi di governo a Berlino. Allora non gridiamo allo scandalo se la Germania degli ultimi mesi, politicamente insoddisfatta e peraltro insozzata da connivenze tra servizi segreti e neonazisti, ma in fondo socialmente stabile ed economicamente assai più pasciuta dei propri colleghi europei, guarda a questi con sospetto – ricambiato – per la cronica incapacità di tenere a bada i propri conti e insofferenza – ricambiata – per la richiesta di accollarsi debiti non suoi. Se proprio deve essere ricordiamole piuttosto che la sua pasciuta ricchezza non deriva tanto dai consumatori della Turingia o della Pommerania, quanto dall’amore per il „made in Germany“ dei suoi partner commerciali esteri.
Ormai il segreto conosciuto da tutti nell’Unione affannata da una crisi senza precedenti è che o tutto si tiene o tutti affondano (salvo naturalmente l’Inghilterra, certa di saper nuotare da sola). Sarà forse per questo che persino il ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski ha esortato il temuto vicino a darsi una mossa e mostrarsi più attivo sulla scena politica europea?
Con esasperante lentezza – e probabile calcolo politico dovuto alla debolezza interna - Angela Merkel pare aver capito e fatto capire che, volente o nolente, tocca alla Germania portare ordine nella comune casa europea.
E certo la cancelliera saprà farsi una ragione del fatto che i primi della classe raramente riescono anche simpatici.


