Ritmi dabbene
Storia del dub, dai Sound System giamaicani alle rielaborazioni elettroniche contemporanee
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2007
Forse nulla è più duttile del suono. Da una canzone possono nascere mille variazioni, modifiche e trasformazioni. In mani esperte un solido pezzo rock degli U2 è capace di mutarsi in uno scatenato singolo dance senza snaturare l’essenza della canzone originaria (salvo pensarla come i puristi, quelli fermi a The Joshua Tree e ancora in lutto per la scomparsa del vinile).
Pochi sanno tuttavia che la diffusa pratica del “remix”, ovvero la decostruzione e manipolazione elettronica di una canzone di successo, ha origine in un’isoletta dei Caraibi. Parliamo della Giamaica, l’incredibile fucina di generi musicali come lo Ska, il Rocksteady e quel Reggae diventato grazie a Bob Marley così apprezzato da indurre la rivista Time a eleggere il suo Exodus «migliore album del Ventesimo secolo».
In patria a diffondere la musica di Marley e colleghi ci pensavano i proprietari dei Sound System, ovvero possenti camion trasformati in discoteche semoventi grazie all’installazione di enormi altoparlanti. La competizione tra Sound Systems per accaparrarsi la canzone più originale e ballata era durissima, da qui l’idea di prendere gli hit del momento e prodursi delle versioni personalizzate frutto di un inventivo riciclo. Tecnici del suono come King Tubby (1941-1989), Lee “Scratch” Perry (1935) ed Errol Thompson (1941-2005) cominciarono a fare un uso improprio del loro poverissimo equipaggiamento di registrazione, dando origine allo stile musicale poi noto come dub.
Michael E. Veal, professore di etnomusicologia alla Yale University, ha dato ora alle stampe il primo libro interamente dedicato alla storia di questo affascinante genere musicale (Dub, Wesleyman University Press, Middletown, pagg. 338, € 23,23).
Nel dub si fondono i ritmi giamaicani in levare, l’improvvisazione del jazz, l’oniricità del pop psichedelico, la possenza degli antichi tamburi africani e l’innovazione delle tecniche elettroniche.
Rispetto all’originale canzone reggae un pezzo rielaborato in studio enfatizza il basso e batteria (proprio come il “drum & bass” degli anni Novanta), tralascia la melodia e condisce il tutto con uno smisurato uso di echi, riverberi e campioni sonori presi da ogni dove, tra cui pianti di bambini, campanelli di mucche, dialoghi alla tv e squilli del telefono. Soprattutto nel dub il cantato viene omesso o, il più delle volte, rimane frammentato, ridotto all’essenziale, distillato nelle sue parole più significative.
La prevalenza dello strumentale permise ai DJ dei Sound System di intervenire cantando e parlando sul tappeto sonoro, dando così origine a una pratica poi resa celebre in America dai rappers ma utilizzata anche da poeti come Linton Kwesi Johnson. Negli anni Settanta il dub affascinò gruppi punk come i Clash, qualche anno più tardi gli UB40 consacrarono a questo genere un intero album mentre al giorno d’oggi innumerevoli sono gli artisti che si rifanno direttamente o meno alle rielaborazioni di King Tubby e colleghi. Tra questi ricordiamo Prodigy, Daft Punk, Massive Attack e, per l’Italia, il tastierista, cantante e sperimentatore Madaski.
Alessandro Melazzini (alessandro@melazzini.com)
L’articolo è apparso in versione accorciata.


