Saluto nazista a Harvard
Uno studio di Stephen Norwood indaga la simpatia delle università americane per il nazismo negli anni Trenta
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 29 novembre 2009
La svastica a fianco delle stelle e strisce. Accadde nel 1934 a Boston presso il Copley Plaza Hotel, dove un migliaio d’invitati resero omaggio agli uomini della Karlsruhe, nave da guerra battente bandiera nazista. Fu solo uno dei numerosi eventi organizzati in onore degli emissari di Hitler a cui presero parte anche vari professori e studenti dell’università di Harvard. La comunità ebraica locale aveva messo in guardia i capi accademici dal salutare la croce uncinata, «simbolo di tenebra e odio», ma proteste e avvertimenti caddero inascoltati. Lo racconta Stephen H. Norwood, professore di storia all’università di Oklahoma, che ha pubblicato negli Stati Uniti la prima indagine sistematica sull’onda di simpatia riscossa dai nazisti presso le università americane.
Sebbene i quotidiani britannici e statunitensi avessero cominciato a diffondere le notizie sulla politica antisemita del cancelliere tedesco già qualche mese dopo la sua presa di potere nel gennaio del 1933, tanto che presto vi furono imponenti manifestazioni di protesta in varie città, lo studio di Norwood spiega che varie istituzioni accademiche d’eccellenza accolsero con favore le idee propugnate dal Terzo Reich in Europa. È appunto il caso di Harvard, presieduta tra il 1933 e il 1953 dal chimico James Bryant Conant, che mancò in più occasioni di esprimere la propria autorevole parola a favore delle manifestazioni antinaziste, sconsigliò l’assunzione presso aziende americane di chimici ebrei rifugiati dalla Germania e contribuì a legittimare il regime di Hitler in vari modi. Accogliendo ad esempio nel 1934 l’ex alunno Ernst Hanfstaengl, intimo del Führer e capo ufficio stampa estera del partito nazista, il quale si vantava di aver introdotto in Germania il Sieg Heil a mano tesa dopo averlo sperimentato sui campi da football della propria Alma Mater. E nemmeno l’influente Nicholas Murray Butler, presidente della Columbia University dal 1902 al 1945 e premio Nobel per la pace nel 1931, che pur mise in guardia dalla politica aggressiva della Russia di Stalin, fu ostile al nazifascismo in fase di consolidamento. Al contrario il professor Butler, che intorno al 1910 introdusse una quota antiebriaca alla Columbia, accolse Hans Luther, ambasciatore di Hitler negli U.S.A., nonostante le proteste studentesche della sua università. Butler fu anche conoscitore e ammiratore di Benito Mussolini, certo un politico non particolarmente sensibile alla libertà accademica. Nel novembre del 1934 il settimanale The Nation accusò la Casa Italia della Columbia University, istituzione nata sette anni prima per promuovere la cultura italiana in America, di essere divenuta «una delle fonti principali della propaganda fascista». Critiche rabbiosamente rimandate al mittente da Butler con l’annuncio di un intervento (riparatore?) di Gaetano Salvemini, storico antifascista della prima ora e a quel tempo professore ad Harvard. L’allora direttore di Casa Italia, Giuseppe Prezzolini, non volle però dare concretamente seguito alla proposta con un invito.
Ma a civettare con i regimi europei non furono solo queste due istituzioni d’eccellenza, bensì anche le “Seven Sisters”, ovvero i sette college femminili d’elite del Nordovest americano, che fervidamente promossero per tutti gli anni Trenta lo scambio studentesco con le università nazificate della Germania. Era questo un Paese in voga tra gli studenti americani, desiderosi di visitarlo e poter così assistere dal vivo a una «moderna Rivoluzione francese in azione», come affermò nel 1937 Stephen Duggan, presidente dell’Institute of International Education. La fascinazione di varie università americane per il nazismo cominciò a diminuire dopo la “notte dei cristalli” del 9 novembre 1938, in cui gli sgherri del regime uncinato arsero centinaia di sinagoghe, uccisero molti ebrei e devastarono i loro negozi. Nulla a confronto con l’atrocità dello sterminio che si sarebbe presto compiuto in Europa per mano tedesca, ma un fulmine che iniziò a scrollare varie menti dal sonno. Tra chi invece negli Stati Uniti avvertì subito la minaccia della politica nazista vi fu il sindaco di New York. Già nel giugno del 1933 l’italoamericano Fiorello La Guardia si mobilitò per osteggiare il Terzo Reich, spiegando ai suoi concittadini che occorreva protestare contro i tedeschi e far capire loro che «il popolo americano rifiuta di avere rapporti con la Germania fintantoché Hitler è al potere».
The Third Reich in the Ivory Tower, [Il Terzo Reich nella torre d’avorio], Cambridge University Press, New York 2009, pagg., 339, $ 29.


