Scrittori con le spalle al muro
Alla Literaturhaus di Berlino, una mostra rende omaggio agli scrittori perseguitati dalla Stasi nella DDR
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2006
Si sa, nessuno è un grand uomo per il suo cameriere. Così, andando maliziosamente a frugare nelle memorie del personale di servizio dei membri del comitato centrale della DDR, capita di scoprire anche nella vita di quegli “apparatcik” incolori qualche sapido gossip. Per quarant’anni guidarono le sorti magnifiche e progressive della Repubblica Democratica Tedesca. Abitavano tutti a Wandlitz, un’apposita zona residenziale a nord di Berlino, composta da sobrie villette ben isolate, tramite una solida cinta di protezione, dal resto del Paese. Uno Stato a sua volta interamente sigillato e al riparo dal pericolo capitalista grazie al famigerato muro di Berlino. Celati al mondo intero, i membri del politburo non potevano comunque sfuggire agli sguardi dei loro camerieri. Uomini e donne scelti per servire i reggenti, con l’obbligo di mantenere in eterno la consegna del silenzio. Nessuno ad esempio doveva sapere che, nonostante il pubblico biasimo per il capitalismo in generale e la Repubblica di Bonn in particolare, Honecker e compagni preferivano di gran lunga il lusso e le merci occidentali ai prodotti-surrogato fabbricati nel loro Stato di cartone. D’altronde, certe merci sugli scaffali degli austeri negozi della DDR un cittadino qualunque non le avrebbe potute trovare. Come le pile di videocassette a luci rosse, fatte discretamente pervenire dai lascivi negozi della corrotta Berlino Ovest. Tutte per la villetta numero 11 del complesso residenziale governativo di Wandlitz. Proprio quella del presidente della DDR, un assiduo consumatore del genere, tanto da farsi costruire un cinema privato per la bisogna. Cosa ne pensasse Margot Honecker, sua sposa nonché ministro per l’istruzione popolare, rimane un mistero. Meno pruriginosa ma più violenta, invece, l’altra passione coltivata dal (quasi) inamovibile Erick, insieme a molti altri funzionari di regime: la caccia. Non per niente i cuochi alle loro dipendenze dovevano brillare tutti nell’arte di cucinare la selvaggina. Per poter correre dietro ai suoi cervi almeno un intero pomeriggio alla settimana, ogni martedì utile Honecker faceva concludere tassativamente la riunione del politburo entro le ore 14. Ma se prendere a fucilate gli animali era un distensivo passatempo, dare implacabilmente la caccia ai dissidenti del regime rappresentava un dovere di Stato. Perché se in privato Honecker si abbandonava a qualche vizietto da capitalista decadente, in pubblico era inflessibile contro chi si permetteva di criticare la luminosa ideologia di marca sovietica. In questo aiutato dal suo vicino di casa Erich Mielke, il temuto capo della Stasi, l’occhiuta polizia politica della Germania Est, dai cui tentacoli nessun cittadino della DDR poteva sentirsi al riparo. Men che meno lo erano i giovani votati alla scrittura e al libero pensiero. Per la Stasi vi erano infatti tre categorie di scrittori. Anzi due. Gli “autori leali”, da aiutare e promuovere. Poeti come Benito Wogatzki, lodatore ufficiale del Ministero per la Sicurezza dello Stato: «È bello sapere/che voi siete là ogni secondo/compagni cekisti». E poi gli “autori negativi”, tra questi addirittura gli “elementi pericolosi per lo Stato”, a cui doveva venir ermeticamente chiusa la bocca. Alla Literaturhaus di Berlino la mostra Controculture Letterarie (Literarische Gegenwelten. Fasanenstraße 23. Berlin-Charlottenburg. Fino al 15 Marzo) rende ora omaggio agli scrittori perseguitati dall’apparato repressivo gestito dagli inquilini di Wandlitz. In uno slalom tra ciclostilati sovversivi e verbali della Stasi è così possibile ripercorrere le accidentate biografie degli spiriti liberi che dovettero scontrarsi con la Repubblica Democratica Tedesca. Ben pochi di loro, infatti, riuscirono a produrre pressoché indisturbati come accadde a Christa Wolf, tanto da indurre i maligni a sospettarla di connivenze segrete con il regime. Lo scrittore Günter Ullmann, ad esempio, per aver beffardamente preso in giro l’utopia comunista pregando il comitato centrale di non «stringerci l’orizzonte al collo», si fece parecchi nuovi “amici” all’interno della sicurezza di Stato. A lui come a Christian Hekel, attivo nella Lipsia underground degli anni Ottanta, il Ministero impedì l’accesso allo studio accademico. La poetessa Jutta Petzold negli anni Sessanta sperava invece di fuggire oltreconfine grazie all’aiuto della poetessa Ingebor Bachmann e dello storico Sebastian Haffner. Il piano fallì e la ragazza venne acciuffata e gettata in un istituto psichiatrico. Più fortuna ebbe Anne Gollin che neppure trentenne, ma già tre volte incarcerata nelle prigioni di Stato, nei primi anni Ottanta riuscì a passare a Berlino Ovest, dove tuttora abita. La ragazza di coraggio ne aveva. Tanto da rivolgersi nelle proprie poesie direttamente ai suoi persecutori. Fino a canzonarli beffardamente: «spaccatemi anche i denti rimasti/dai colpite/Io posso parlare anche senza denti».


