Sopra ogni cosa, regna la paura
La paura dell’intelligenza artificiale è giustificata. Restare a guardare no.
L’innovazione tecnica accelera come mai prima. Le conseguenze sono epocali.
Un solo uomo possiede un capitale maggiore del PIL del Portogallo. Due nazioni, gli Stati Uniti e la Cina, stanno combattendo una guerra sull’intelligenza artificiale mentre gli altri stanno a vedere. Sono d’accordo: le implicazioni di delegare all’intelligenza artificiale sempre più attività umane sono profonde e terrificanti. Le armi che decidono autonomamente di inseguire e colpire un bersaglio non sono fantascienza ma realtà sul campo di guerra, ad esempio in Ucraina.
Tutto questo naturalmente è fonte di apprensione per chi, spesso partecipando al dibattito senza sporcarsi le mani provando sul campo, di sistemi agentici come Claude Code conosce solo la paura di seconda mano. Quella paura, del resto, ha padri illustri: sono gli stessi esperti a metterci in guardia da quanto sta avvenendo sulle nostre scrivanie, nei nostri computer. Geoffrey Hinton, premio Nobel per la fisica e considerato il padrino dell’intelligenza artificiale, anni fa si è licenziato da Google per farsi pubblico fustigatore di uno sviluppo che giudica fuori controllo. Ha aperto una sua celebre lezione alla Royal Institution avvertendo il pubblico che, se quella notte avesse dormito sonni tranquilli, avrebbe significato che non aveva capito bene la lezione.
Questo per mettere in chiaro che io stesso non mi considero un integrato. Nello sperimentare giorno per giorno la potenza di strumenti come ChatGPT, Gemini e soprattutto Claude Code, la meraviglia si affianca al sentore che se qualcosa ci sfugge di mano, potremmo incappare in grossi problemi.
Eppure trovo insopportabile l’atteggiamento impaurito, bloccante, negativo di chi, parlando senza sperimentare, non fa altro che esprimere preoccupazioni, paure e dubbi su tutto quanto riguarda la tecnologia.
Con queste persone non fai in tempo ad accennare ai vantaggi che adottare le ultime innovazioni avrebbe sul loro lavoro, che subito parte la critica a muso duro sulle gravi implicazioni di tutto questo sulla società. Il guaio è che hanno pure ragione, da vendere: nonostante le rassicurazioni delle grandi aziende e dei laboratori di tecnologia, è evidente che la privacy dei nostri dati è l’ultimo dei pensieri di questi colossi intenti in una lotta all’ultimo sangue per prevalere sulla concorrenza interna e mondiale.
Un mio amico pensoso mi scrive: cosa può farne, e cosa ne farà, di tutti i dati e di tutta la conoscenza con cui nutriamo le macchine? Ma perché non riflettere, prima di rispondere, sulla differenza tra possibilità e probabilità? Certo rientra nel novero delle possibilità che gli strumenti con i quali ci stiamo ibridando impazziscano, creandoci danni.
Ma, suvvia: che un colosso macini anche i dati del contabile di Paderno Dugnano o dell’albergatore di Bormio è sicuro; lo fa in automatico, senza perderci un minuto. Quanto è probabile, però, che da quella macinatura derivi proprio a loro un danno concreto? La privacy è un diritto di tutti, ma se vogliamo liberarci dai compiti gravosi che ci appesantiscono le giornate alla scrivania, affidando le tante attività ripetitive della nostra vita quotidiana all’intelligenza artificiale, è chiaro: dobbiamo accettare che stiamo vendendo l’anima al diavolo. È un atteggiamento privo di conseguenze? No di certo. Ma siamo uomini, ed è nella nostra natura portare da sempre avanti questo patto.
Questi profeti di sventura, che amano mettere in guardia chiunque dai tempi moderni, poi sono i primi che, dal dentista, scelgono le ultime tecniche per farsi curare le carie. E come lanciano i loro strali contro l’ultimo sviluppo della tecnologia? Non tramite segnali di fumo, ma scrivendo post accigliati sui social. Quegli stessi social che giustamente considerano mezza spazzatura. Questi stessi critici degli eccessi tecnologici sono una rotella del sistema, che si alimenta delle loro stesse grida.
Esiste però un’alternativa all’ottimismo cieco? Certo: non dimenticare l’adagio caro a Milton Friedman: nessun pasto è gratis. Ricordati che se dai in mano i tuoi dati a una macchina più o meno pensante, essa potrebbe farne tutto quello che vuole. D’altra parte vivere è scegliere, rischiare, non solo snocciolare dubbi.
La tecnica è la nostra croce e delizia, ma senza tecnica non esistiamo. In Segnavia Heidegger scrive che quando l’uomo si sarà prodotto con la tecnica avrà fatto saltare in aria sé stesso. Heidegger se ne è andato, l’umanità continua a correre all’impazzata verso quella meta, eppure siamo ancora qui, mi pare. Perché la realtà è che l’essere umano è una brutta gramigna, molto più resistente di chi teme per lui da quando la ruota gli permette di coprire le distanze con più velocità.
Non ci serve bloccare ogni discorso ergendoci a profeti accigliati di sventure, col malcelato entusiasmo di sentirci più profondi e riflessivi di chi usa gli strumenti a nostra disposizione. Come se chi sperimenta fosse un bimbo in un parco giochi, ignaro delle contropartite che queste facilitazioni comportano. E naturalmente non ha nemmeno ragione chi martella sempre entusiasta delle potenzialità dei nuovi mitici modelli.
Quello che serve, in questo e in altri dibattiti, è la consapevolezza che il progresso tecnico non si può arrestare, perché è nella natura umana cercare di superare confini. Questo comporta rischi. E questi rischi diventano tanto più grandi, quanto più potenti sono le bacchette magiche di noi topolini apprendisti stregoni.
Quello che serve è studiare, sperimentare, riflettere e tentare. Con attenzione, con qualche timore, ma senza fare gli struzzi. Anche perché, come ha avvertito al World Economic Forum l’economista Richard Baldwin, non sarà l’intelligenza artificiale a toglierti il lavoro. Sarà qualcuno che la usa meglio di te. E mentre tu dici no e volgi lo sguardo da un’altra parte, chi usa questi strumenti ci metterà poco a stanarti, e superarti.



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