Squinzi. Il ciclista chimico
Intervista a Giorgio Squinzi, patron di Mapei, tra chimica, ciclismo e famiglia
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, dicembre 2007
Senza la chimica il mondo ci crollerebbe letteralmente sotto i piedi. Porte, finestre, abiti e pavimenti: a non averla tutto si dissolverebbe. Ogni giorno e da settant’anni la Mapei, multinazionale di prodotti chimici per l’edilizia, contribuisce a tenere assieme la nostra realtà quotidiana e ad alimentare nel mondo il successo del capitalismo nostrano. In sella a un’azienda globale dai principi locali composta da più di cinquemila dipendenti e operante in più di trenta Paesi nel mondo vi è Giorgio Squinzi, che incontriamo nel suo ufficio milanese.
Cavaliere Squinzi, nel prepararmi a quest’intervista ho chiesto in giro di lei. Sa che impressione ne ho ricavato?
No, mi dica.
Che forse avrei dovuto intervistare sua moglie. Pare sia un vulcano. È veramente così energica come dicono?
Sicuramente mia moglie è molto presente in azienda, da almeno una ventina d’anni, e il suo lavoro è molto importante, soprattutto per come veniamo percepiti all’esterno. Adriana nasce come allieva di Romano Prodi, con cui si è laureata con una tesi sul mercato degli adesivi edilizi in Italia. A quel tempo eravamo già sposati. Mia moglie è romagnola, molto “lively”, molto vivace. Gestisce il marketing operativo del gruppo, una struttura per noi assai importante: parliamo, solo qui a Milano, di trenta-quaranta persone, più ognuna delle nostre filiali, in cui c’è sempre una struttura di marketing operativo. Noi distinguiamo molto tra quest’ultimo, ovvero tutto quanto è relazioni esterne, pubbliche relazioni, pubblicità, promozioni e il marketing strategico, che è una cosa più tecnica, più di prodotto.
Quando vi siete conosciuti?
Nel 1962. a Milano Marittima, dove la mia famiglia andava a fare le vacanze e la sua famiglia era proprietaria di un albergo.
Chi ha fatto il primo passo?
Beh, tocca sempre agli uomini.
Cosa sarebbe la Mapei senza Adriana Spazzoli?
Sicuramente mia moglie come direttore del marketing operativo ha dato un grosso contributo al nostro marchio, alla sua percezione nell’immaginario collettivo. Ma il nostro è un lavoro di gruppo. Mapei è basata su tre cose. Primo la specializzazione, ovvero l’essersi focalizzati su una nicchia di mercato, quello dei prodotti della chimica per l’edilizia. Secondo, l’internazionalizzazione: oggi siamo in ventiquattro Paesi del mondo, abbiamo filiali in circa trentacinque – dico circa perché tutti i giorni se ne apre una e alle volte perdo il conto. Terzo, l’impegno nella ricerca e sviluppo, dove investiamo il 5% del nostro fatturato. Poi questo lavoro di base, che è il vero motore di tutto, chiaramente viene esaltato e percepito dal mercato quando c’è il contributo di persone come mia moglie, che sanno far conoscere l’azienda nel modo giusto a tutti i nostri stakeholders, che possono essere i clienti, la stampa, i fornitori, tutti quelli che sono a contatto con il nostro mondo e i nostri prodotti. In quest’area il contributo di mia moglie è molto importante, ma comunque l’azienda cresce con una filosofia ben precisa, che è quella dei tre pilastri di cui sopra.
Di certo senza Rodolfo Squinzi la Mapei proprio non esisterebbe.
Sì, mio papà l’ha creata nel 1937 e l’ha portata avanti fino alla morte. Io di questa azienda ricordo tutto quello che è successo, anche se ho incominciato a dare i miei contributi negli anni Sessanta. Mio padre era una grande persona, con un grande carisma, con delle grandi visioni. Aveva fatto la terza elementare ma ricordo che quando cominciammo ad avere dei programmi d’internazionalizzazione, nel 1977-78, lui fu la persona che mi sostenne con più entusiasmo e voglia di fare.
La prima foto aziendale risale al 1949 e lo ritrae con il suo furgone Fiat 1100E. Cosa portava in giro Rodolfo Squinzi?
I suoi prodotti. E, talvolta, anche dei partigiani. Mio padre non fu mai allineato al fascismo, anche perché non ebbe necessità di allinearsi. So per certo che durante la guerra, quando c’era necessità, portava in giro anche i capi della resistenza e qualche volta gli capitò di dare ospitalità a Sandro Pertini e Ivan Matteo Lombardi, uno dei fondatori della socialdemocrazia italiana.
Come mai sui padre diventa imprenditore?
Negli anni Venti correva in bicicletta. Una volta il patron della sua squadra gli disse «dai vieni a lavorare con me, così ti lascio un po’ più di tempo per allenarti». Lui accettò e andò a lavorare in una piccola azienda che produceva un po’ quello che facciamo noi: intonaci, coloranti, pitture, forse anche materiali per l’edilizia. Mio padre sta lì per qualche anno, impara il mestiere e poi, siccome quell’azienda non andava tanto bene, decide nel 1937 di mettersi in proprio. Quindi, anche alla base della fondazione di Mapei c’è il ciclismo, lo sport che ha caratterizzato gli anni Novanta della nostra storia. Siamo stati per otto anni la squadra più forte del mondo e quella che ha vinto di più in assoluto nella storia del ciclismo.
Durante la Guerra come si svolge l’attività economica di suo padre?
Era partito dal basso e con pochi dipendenti e durante la Guerra rallentò, in taluni periodi fino a cessare l’attività. Comunque dopo la fine del conflitto ripartì subito e negli anni immediatamente successivi, 1946-’48, inizia quel filone che è poi stato alla base della nostra crescita: quello dei prodotti per la posa dei pavimenti. Allora in Italia c’era una società del gruppo Pirelli, la Società del Linoleum, ora non più esistente, che aveva necessità di fare lisciatura di pavimenti e adesivi per la posa del linoleum, allora l’unico tipo di pavimento che c’era. Mio padre inizia a crescere seguendo questa società che a sua volta cresce cominciando a produrre per prima in Italia i pavimenti in PVC e altre cose.
Poi arrivarono gli anni del boom. Cosa successe all’azienda Squinzi?
Già negli anni Cinquanta mio padre capì che ci sarebbe stato il boom della ceramica e sviluppò la prima colla per piastrelle. Con gli anni Sessanta il boom della ceramica di Sassuolo ci colse preparati e noi lo seguimmo. Nel giro di pochi anni diventa leader mondiale ed è conosciuta in tutto il mondo. Noi, come fabbricanti italiani di prodotti per la posa delle ceramiche all’estero ci troviamo la strada spianata. La ceramica italiana, e in particolare quella di Sassuolo, ha significato moltissimo per la nostra azienda e ha facilitato enormemente il nostro processo di internazionalizzazione.
Cosa avviene verso la fine degli anni Settanta?
Noi esportavamo già molto ma in quegli anni un’altra azienda italiana, la Mondo di Gallo d’Alba, vince l’appalto per le piste delle Olimpiadi di Montreal. Noi fornivamo l’adesivo per mettere in opera queste piste, io andai personalmente in Canada per vederne la realizzazione era la prima volta che si faceva un’operazione di tale importanza e rilievo mondiale – e mi accorsi, anche perché Mondo aveva come suo importatore in Canada una persona di origine italiana, che c’era un grosso potenziale anche nel campo della ceramica. Fatte le Olimpiadi ci rendemmo conto che vi erano grandi possibilità di sviluppo e l’ambiente era favorevole agli italiani, perché soprattutto nel Quebec tutti quelli che lavoravano nell’edilizia erano italiani o di origine italiana. Quindi nel 1978 decidemmo di aprire una fabbrica nella periferia industriale di Montreal. Entrammo in Canada introducendo nuove tecnologie che nel giro di tre-quattro anni ci permisero di assumere la leadership del mercato canadese, leadership che tuttora conserviamo alla grande. Sul mercato canadese nel campo della messa in opera di pavimenti di ogni tipo abbiamo una quota di mercato superiore al 60%.
In questo importante momento di espansione dell’azienda, con ancora il patriarca al comando, com’è il rapporto tra padre e figlio?
Mio padre era una persona carismatica, però con lui avevo un rapporto molto buono. Abbiamo sempre lavorato assieme e quando c’è crescita non c’è tempo di impuntarsi sui contrasti di personalità, che comunque esistevano, come esistono in ogni famiglia. Anche io con i miei figli non sono in assoluta sintonia tutti i giorni. A quel tempo mio papà seguiva l’attività generale in Italia mentre io mi occupavo della ricerca: mi sono laureato nel 1969 in chimica industriale, anche se la prima formula aziendale da me firmata risale a dieci anni prima, quando andavo al liceo e vivevo con la famiglia all’interno della fabbrica di via Cafiero. Mio padre mi dava sempre molta libertà per quello che volevo fare, e che dovevo fare, per alimentare la crescita dell’azienda. La sua morte per un ictus il primo novembre 1984, quando si accasciò tra le mie braccia, fu un trauma terribile, anche perché non c’erano stati segni premonitori. La sua ultima uscita ufficiale fu il 15 agosto, per l’inaugurazione del secondo stabilimento in Canada. Questo per dire che mio papà ha fatto in tempo a vedere l’inizio della crescita internazionale di Mapei, sulla quale lui era assolutamente d’accordo, se non entusiasta. Quando è morto mi sono trovato all’improvviso in prima linea. Per fortuna avevo una struttura che mi aiutava, alcuni dirigenti, mia sorella che è avvocato e che pur non essendo mai stata operativa in azienda si è sempre presa cura delle parti legali e di gestione della famiglia. Ho avuto un grande supporto da tutti loro e così anche in quella fase di transizione sono potuto andare avanti senza traumi apparenti. Il trauma è stato interiore. Per tanti anni ho continuato a sognare mio padre che tornava. Sono cose che segnano.
Quale l’elemento di continuità, quale quello di rottura della sua gestione?
Continuità perché quello che facevamo l’abbiamo continuato a fare esattamente come quando era in vita mio padre. Anche con lui in vita avevo già un’ampia autonomia, soprattutto nell’area tecnica e di internazionalizzazione. Non si può parlare di una discontinuità: mio padre non mi ostacolò mai, quindi io proseguii sulla stessa linea di continuità che avevo impostato quando c’era lui.
Negli anni Novanta acquisizioni e fusioni, che proseguono nel Ventunesimo secolo.
Prima stabilimenti in Canada, poi negli Stati Uniti, poi in Europa, secondo una crescita ininterrotta con investimenti continui. Come famiglia non abbiamo praticamente mai incassato i profitti che il gruppo era capace di generare ma li abbiamo sempre reinvestiti con una filosofia ben precisa, ovvero quella di investire localmente gli utili generati localmente. Questa strategia è stata il turbo nella nostra crescita. L’acquisizione più importante degli anni Novanta è stata quella del Gruppo Vinavil, presa da Enichem. Vinavil era nostro fornitore strategico di materie prime e all’interno di esso abbiamo sviluppato ulteriori sinergie. Quell’acquisizione è stata un passo molto importante per il Gruppo Mapei.
Secondo molti economisti una debolezza del sistema Italia sono quegli imprenditori padri-padroni di un’azienda che per non perdere le redini del comando evitano di ingrandirla oltre misura, condannando di fatto il nostro capitalismo a essere popolato da nani. La sua azienda non è certo piccola, eppure il comando è saldamente in mano alla famiglia Squinzi e, in particolare, al suo «Amministratore Unico». Questo conferma la tesi degli economisti o la contraddice?
Diciamo che noi Squinzi sicuramente non abbiamo poste limitazioni alla nostra crescita, anzi, nel 2003 fatturavamo 700 milioni di euro mentre nel 2010 abbiamo in progetto di arrivare a 2 miliardi di euro di fatturato consolidato. Quanto al management famigliare, è vero. Tenga presente che spesso mi chiamano ai convegni contro Vittorio Merloni (Indesit), che è un esempio di capitalismo famigliare a conduzione manageriale, mentre io rappresento il capitalismo famigliare a conduzione diretta, oppure mi chiamano contro Massimo Capuano (Borsa Italiana), secondo cui tutti devono andare in borsa, e noi invece in borsa non ci andiamo. In effetti io sono amministratore unico della Mapei s.p.a., più che altro per una semplificazione societaria, ma tenga presente che tra i 150 manager di prima fila del Gruppo Mapei, che conta 5200 dipendenti con una crescita media di 100 al mese, della famiglia siamo in cinque. Ovvero io, mia moglie, mio figlio Marco che si occupa di ricerca ed è il coordinatore di tutte le attività a livello mondiale, mia figlia Veronica che cura la pianificazione strategica, quindi tutta la parte Merger et Acquisition e sviluppo nuove società, e poi suo marito, che segue l’attività di estrazioni minerarie, ovvero un’integrazione a monte su materie prime che stanno diventando sempre più strategiche. Ma siamo in cinque su centocinquanta. Io sono amministratore unico ma non prendo mai una decisione senza aver prima consultato i cinque manager della sede di Milano o in giro per il mondo. Dietro la facciata c’è un processo decisionale in cui il management gioca un ruolo importantissimo. Un’altra caratteristica del Gruppo Mapei è che siamo italiani in Italia ma americani in America e tedeschi in Germania, ovvero in giro per il mondo non abbiamo un italiano espatriato su base permanente. Tutto il management è locale, sebbene vi sia una struttura di quaranta-cinquanta persone che viaggia in tutto il mondo per passare la nostra filosofia e controllare che venga applicata correttamente, in maniera da apportare gli opportuni correttivi se è necessario.
Il 12% dei vostri addetti è destinato alla ricerca. Di che cosa?
Di nuovi prodotti, di nuove tecnologie. Circa 2/3 delle nostre attività di ricerca sono per sviluppare prodotti e tecnologie che siano più compatibili con l’uomo e con l’ambiente. Ad esempio continuiamo a eliminare i solventi volatili – un processo che va avanti da quindici anni – riducendo tutte le sostanze pericolose per l’uomo e per l’ambiente. Da poco ad esempio abbiamo presentato una nuova tecnologia per i prodotti a base di cemento grazie alla quale durante l’impasto non ci sarà più svolazzo di polvere nell’ambiente. L’ultimo terzo va allo sviluppo di nuove tecnologie e l’adattamento di quelle esistenti agli usi e costumi locali.
Un esempio di adattamento?
Forse la chiave del nostro successo nel Nord America dipende dal fatto che abbiamo risolto un problema che loro non erano stati in grado di risolvere. Da quelle parti la base dei pavimenti delle case monofamiliari è il compensato. E sul compensato lei le piastrelle non le incolla. Noi abbiamo introdotto in America una tecnologia che rende elastici i prodotti a base di cemento e grazie a essa siamo riusciti a guadagnare notevoli quote di mercato.
Stando alla vostra pubblicità, «i prodotti Mapei contribuiscono alla qualità della vita». Vuol dire che se uso un vostro adesivo cementizio la mia esistenza migliora?
Questa domanda dovrebbe porla a mia moglie: in termini di comunicazione ci allarghiamo un po’. Ma prendiamo l’isolamento termico delle case. Stiamo lavorando per arrivare a raggiungere l’obiettivo di un litro di gasolio annuale per ogni metro cubo, quando con isolamenti termici assenti si può consumare anche dieci volte tanto. Quindi il nostro è un miglioramento della qualità della vita dal punto di vista ambientale ed economico. Non dimentichiamo che l’Italia deve importare quasi tutta l’energia.
Sassuolo Calcio, Squadra Corse Mapei, Centro Wellness e sito internet (www.mapeisport.it). Ma la Mapei è una multinazionale o una polisportiva?
L’uno e l’altra. La cosa più importante è sicuramente il Centro Mapei Sport di Castellanza, il laboratorio di ricerca sullo sport da noi creato nel 1995-1996, quando eravamo ai vertici del ciclismo mondiale, per lottare contro il fenomeno del doping. Quando abbiamo lasciato il ciclismo professionistico, alla fine del 2002, abbiamo mantenuto questa struttura, allargandola e aprendola verso altri sport. Ad oggi è sicuramente la struttura di ricerca più prolifica in termini di pubblicazioni e di innovazioni che esista in Italia. Soprattutto nell’ambito del ciclismo amatoriale, ci sono migliaia di appassionati che vengono al centro di allenamento per eseguire test di valutazione, per aver la migliore posizione in bici, etc. Poi seguiamo anche squadre professionistiche di altri sport, di calcio, di maratoneti. Una nostra atleta l’anno scorso ha vinto la maratona di Boston.
Come mai questo grande amore per le attività sportive?
Ci abbiamo sempre creduto molto, a iniziare da mio padre. Nello sport c’è il gioco di squadra in cui noi crediamo molto. E lo sport è un modo giusto per stimolare la gente a impegnarsi, a raggiungere dei risultati. Poi l’anno scorso abbiamo avuto un’intuizione validissima, merito di mia moglie, e abbiamo sponsorizzato la squadra nazionale di calcio vincitrice ai Mondiali. L’impegno con il Sassuolo, che tra l’altro sta andando benissimo e quest’anno potrebbe anche finire in B, è un debito di riconoscenza che sentiamo di avere verso il comprensorio della ceramica, perché ci ha fatto diventare veramente grandi, veramente globali. In termini di volumi quel comprensorio non è più il numero uno al mondo – i cinesi ci hanno superato alla grande – ma rimane numero uno in termini di tecnologia.
Mi spiega meglio il parallelo tra il gioco di squadra nello sport e quello alla Mapei?
La nostra Squadra Corse era una divisione dell’azienda, gestita da noi, secondo le nostre filosofie. Negli ultimi tempi addirittura tutto quello che facevano i nostri corridori, i programmi di allenamento e i farmaci che prendevano erano tutti registrati e certificati sul modello ISO-9001. Il ciclismo è un classico sport di squadra, anche se poi è il leader che vince. Noi avevamo costruito una bellissima squadra. 654 vittorie in nove anni. Avevamo diversi leader, un team molto internazionale, proprio in linea con la filosofia del gruppo. D’altronde in azienda è uguale. Noi possiamo fare la migliore formula al mondo ma se gli stabilimenti non te la producono bene, se non reperiamo le materie giuste nel Paese dove andiamo a produrre, se dietro non c’è un’amministrazione e una finanza che ti sostengono e se non la comunichiamo bene al mercato, e qui arriva l’aiuto di mia moglie, chiaramente non possiamo avere successo.
Come mai anni fa ha ritirato la Squadra Mapei ?
Alla fine del 2002 ci siamo resi conto di una situazione estremamente difficile per i problemi del doping. Avevamo segnalato tutta una serie di situazioni, come quella del dottor Fuentes in Spagna, che poi è esplosa l’anno scorso, ma le autorità sportive non ci avevano preso sul serio. Così abbiamo capito che il nostro impegno nella lotta contro il doping era mal visto nell’ambiente e addirittura la positività del nostro leader Stefano Garzelli al Giro d’Italia secondo me ci è stata organizzata da qualcuno per darci un segnale – forse dalle stesse autorità sportive – e quindi abbiamo detto togliamo il disturbo e ce ne andiamo.
La televisione tedesca ARD mesi fa ha accusato la sua squadra di uso di sostanze stupefacenti nell’anno 2000-2001, facendo riferimento a verbali dei carabinieri dei Nas di Firenze.
Questo è un falso storico perché è esattamente vero il contrario. Hanno citato nostri corridori e direttori sportivi, ma che se ne erano andati dalla squadra già da due o tre anni.
Oltre allo sport la Mapei è impegnata nella cultura. Moltissime sono le sponsorizzazioni musicali, l’azienda è partner dell’Orchestra Symphonica Toscanini, tra le altre
sponsorizzazioni quella per affrescare il Salone Centrale della stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Quali le ragioni di un tale mecenatismo?
Cerchiamo di intervenire un po’ a tutto campo perché c’è gente appassionata di sport e gente appassionata di cultura. Abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo per la musica, siamo sempre stati vicini alla Scala. Ricordo di aver visto di persona due volte Maria Callas nel 1956 e nel 1957. Ciclismo e Opera sono state le due passioni di mio padre, come lo sono per me. Anche per questo siamo molto vicini all’Orchestra Symphonica Toscanini. Poi mio padre aveva un’ammirazione sconfinata per Toscanini perché fu un simbolo per chi non era allineato con il regime fascista. Un simbolo per Milano, per l’Italia. Mio padre diceva di avermi portato in braccio al famoso concerto per la riapertura della Scala nel 1946. Purtroppo non lo ricordo, mentre ricordo benissimo i funerali di Toscanini nel 1957 in Duomo. L’Orchestra viaggia per tutto il mondo e recentemente in America ha fatto una serie di concerti sulle orme della tournée americana del grande direttore italiano quando lavorava con la NBC Symphony Orchestra. Centinaia di nostri clienti partecipano ai suoi eventi in tutto il mondo. Ricordo quest’anno sul Lago Maggiore una bellissima Aida in forma di concerto con un palco sul lago, nei pressi del luogo di villeggiatura di Toscanini.
Il restauro della Scala è stato interamente eseguito con prodotti Mapei. Segno di un particolare legame dell’azienda con la città che ne ospita la sede?
Sicuramente, e segno anche della passione per la Scala, di cui siamo abbonati e sostenitori. Tra l’altro quest’anno abbiamo celebrato il settantesimo anniversario di Mapei proprio alla Scala con duemila invitati da tutto il mondo per una rappresentazione dedicata di “Madama Butterfly”. Con Milano abbiamo un forte rapporto, abbiamo contribuito a diversi restauri nella basilica di Sant’Ambrogio ma la nostra tecnologia viene usata anche per altre occasioni di restauro, come quello per il recupero della Basilica di Assisi. e Milano è la nostra sede, la nostra base, sono fiero di essere milanese e mi riconosco in tanti valori di questa città. Mi piacerebbe vederla assumere un posto di maggiore rilievo a livello globale.
Le sponsorizzazioni di musica classica, non vi hanno impedito di darvi al pop. Come siete riusciti, qualche anno fa, a portare Paul Anka in Italia dopo 25 anni di assenza?
È una storia curiosa. Nel 1994 avevamo un corridore svizzero che, andando ad allenarsi in altura in Colorado, ha conosciuto la maggiore delle cinque figlie di Paul Anka. Si sono sposati e ora vivono a Milano. Lui, alla fine della sua carriera ciclistica, è stato assunto in Mapei come area manager per i paesi di lingua tedesca e abbiamo avuto occasione di conoscere Paul Anka. L’abbiamo utilizzato come testimonial per dei concerti, tra cui uno straordinario evento a Bologna, da cui abbiamo tratto un CD.
L’ho ascoltato. Secondo lei, Frank Sinatra è contento o si sta rivoltando nella tomba per la versione “My Way is…Mapei” che si è ascoltata a Bologna?
Il testo è di Paula Anka, quindi lui può fare quello che vuole. Tra l’altro per sua ammissione le maggiori royalties non gli vengono da “Diana” ma proprio da “My Way”, universalmente conosciuto come un pezzo di Sinatra, sebbene il testo l’abbia scritto Paul Anka.
Cavalier Squinzi, tra le sue attività vi è anche quella di presidente di Federchimica. Mi spieghi come mai secondo lei la chimica è, per usare le sue parole, il «turbo del Made in Italy»?
Perché, sebbene la gente non se ne renda conto, dietro ai tessuti di Armani, dietro alle borse di Prada e Gucci, dietro alle poltrone della Frau e ai mobili di Cappellini, dietro a tutto ciò che fa trend a livello mondiale c’è un forte contenuto di chimica. Quello che fa la differenza è la capacità della chimica fine italiana di adeguarsi alle esigenze dei nostri clienti e aiutarli a sviluppare nuovi prodotti e soluzioni vincenti. Dietro ai prodotti di Prada c’è ad esempio la Limonta che produce tessuti con forte innovazione chimica. E dietro ai tessuti, alle pelli, dietro a tutto c’è una forte componente di chimica italiana, uno dei settori che è stato capace di crescere di più nelle esportazioni del nostro Paese.
Se la chimica è il turbo, cos’è allora il pedale del freno dell’Italia e chi lo preme?
Per chimica intendo la chimica fine, perché la presenza italiana nella chimica di base e nella petrolchimica è fortemente diminuita a seguito dei disastri del periodo Enimont ma anche e soprattutto per la complicazione normativo-burocratica che rappresenta il freno maggiore per la crescita, il motivo per cui non riusciamo più a fare investimenti. Poi c’è il costo dell’energia, del 30% più alto rispetto agli altri Paesi europei, per cui oggi vediamo delocalizzazione non in Cina ma in Francia e Spagna. E poi è lo stato delle infrastrutture nel nostro Paese, che possiamo definire fatiscente.
Com’è una sua giornata tipo?
Mediamente mi alzo alle 7. Alle otto e mezzo sono in ufficio, dopo aver letto tutti i giornali, primo la Gazzetta dello Sport, poi i principali quotidiani nazionali italiani, in particolare Corriere, Giornale e Repubblica, per fare una media. Rimango in ufficio sino alla sera e non esco prima delle otto e mezzo. Poi tenga presente che sono fuori sede più di cento giorni all’anno. Solitamente in dodici mesi faccio quattro viaggi in Nord America e uno in Asia. Gli altri spostamenti non li considero viaggi, in Europa mi muovo sempre in uno-due giorni. Ora stiamo facendo forti investimenti a Dubai mentre nell’Est Europa ci siamo già da diversi anni, e lì si va e torna quasi in giornata.
Un altro viaggio è quello d’estate sullo Stelvio come corridore al Mapei Day. Quando trova il tempo per allenarsi in bicicletta?
La domenica mattina, anche se è poco. Ma per l’anno prossimo mi sono ripromesso di migliorare. In questi ultimi tempi mi sono messo a dieta stretta e ho perso tre-quattro chili. Mi sono accorto che fanno la differenza. Per l’anno prossimo mi vedrete forte sullo Stelvio!
Chi vorrebbe essere, se non fosse Giorgio Squinzi?
Non ho ambizioni e desideri né sono il tipo da averli. Mi va bene essere Giorgio Squinzi. Sono in pace con me stesso. Quando da bambino mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo di voler fare il chimico. Ho fatto il chimico, ho fatto l’imprenditore, i risultati mi hanno dato abbastanza ragione, sono contento di quello che ho fatto e mi va bene di continuare su questa linea.
Lei è molto legato a suo padre. Quale suo insegnamento porta sempre con sé?
Che, nella vita come nel lavoro, non bisogna cercare scorciatoie e servono principi morali assolutamente saldi. Questa lezione l’ho interiorizzata e metabolizzata. In Mapei si può sbagliare ma non abbiamo mai fatto errori per cercare scorciatoie. E poi bisogna credere molto nei rapporti umani e investire sui giovani. A loro appartiene il futuro.


