Stelle e decadenze di provincia
Una personale classifica musicale, da UB40 a Serge Gainsbourg, da Simple Minds a Leonard Cohen
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 17 dicembre 2006
Amo la musica da poligamo. M’innamoro di una canzone a prima vista, le giuro fedeltà e la mantengo. Ma assieme non siamo due cuori e uno stereo. Antiche melodie risuonano nell’aria e di nuove se ne aggiungono.
Stilare una classifica dei brani più amati è violenza se non pura follia. Per farlo devo restringere il campo tolgliendo la musica classica e i classici moderni. Niente Pink Floyd, U2 e neppure Battiato, Paolo Conte o Mina.
Eleggo “Kingston Town” degli UB40 (Labour of Love II, Virgin) a simbolo elegante e malinconico delle amatissime sonorità giamaicane a cui dedicai anche una rivista digitale: www.SkabadiP.com. Devo la scoperta di Linda Scott a “Mulholland Drive” dell’enigmatico David Lynch, un regista maestro nell’intrecciare l’inquietudine con l’ingenuità. Di fronte al firmamento musicale degli anni Sessanta la Scott è una minuscola stellina, capace tuttavia di donare ancora oggi 2:42 minuti di pura innocenza con “Little Star” (Complete Hits, Eric). Ascoltando invece “La Décadanse” (Initials Sg, Mercury) mi immergo nel sensuale mondo francese di Serge Gainsbourg e ripenso con brivido all’asfissiante e bigotta verecondia della provincia cattolica italiana in cui ho dovuto trascorrere la giovinezza. L’onirica “Glittering Prize” (New Gold Dream/EMI) mi riporta invece ai dorati anni Ottanta dei Simple Minds. Erano i tempi della cuccagna di massa, o quantomeno così ce li ricordiamo. Il nostro piccolo mondo sembrava una grande festa con piscina, vista sul mare e bellezze mesciate. Con gli anni Novanta la musica è cambiata. “Assassini Nati” di Oliver Stone sembrò anticipare il ferale connubio tra mass media e violenza dell’attuale decennio. Il film si chiudeva sulle note amare di “The Future” (Natural Born Killers, Interscope). Leonard Cohen incantava senza promettere nulla di buono: «I’ve seen the future, brother: it is murder».


