Stelvio. Il bilancio di un film
Bilancio della produzione e delle proiezioni del documentario Stelvio
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, aprile 2016
Il bello di un film è che non finisce mai. Ha un inizio, scaturisce da un idea, poi diventa un progetto, successivamente si concretizza nelle riprese, prende forma al montaggio per venire alla luce in pubblico durante la prima proiezione. Ma questo è solo una parte del suo percorso, perché un’opera filmica cresce e si moltiplica nella mente degli spettatori, ognuno dei quali spesso ne percepisce soprattutto una parte, ne coglie un aspetto, ne osserva una particolarità, creandosi nella mente un film interiore talvolta anche molto diverso da quello che ha visto il proprio vicino di fila.
Chi poi volesse dedicarsi a rivedere il film in un secondo momento, non di rado lo scopre sotto un’altra luce, perché avendo già percepito le informazioni base della narrazione si concentra su altri dettagli, magari del tutto trascurati alla prima visione.
Trarre un bilancio di un opera che non finisce è quindi difficile, e forse possibile – essendone l’autore, regista e produttore - sotto un aspetto prettamente soggettivo. Anche perché fare un film sullo Stelvio è stata un’operazione tanto complessa tecnicamente quanto capace di regalare emozioni e soddisfazioni per tutto il corso della sua produzione.
Ancora in me sono vive le giornate massacranti passate a coordinare la troupe e intervistare i protagonisti al freddo del ghiacciaio, magari talvolta nelle primissime ore della mattina, quelle in cui il sole ancora era restio a donarci un poco di calore. In quei momenti ci capitava di essere accompagnati dal sorriso di Mario Pasinetti, il recuperante dello Stelvio e portiere della Pirovano che, osservandoci intirizziti per qualche folata di vento, là dove lui era abitutato a trascorrere ore in solitaria, andando al recupero di cimeli della Grande Guerra, si incuriosiva e stupiva di quei bizzarri personaggi del „cinema“ venuti nei suoi luoghi né per scieare né per recuperare.
Un racconto a parte meriterebbe l’epica giornata in cui abbiamo ripreso il trombettista Omar Tomasoni insieme al Coro La Bajona di Bormio, riuscendo nell’intento non banale di trasportare quintali di attrezzatura fino alla Cima Garibaldi, aiutati da quell’adorabile pazzo di Michele Magatelli, gestore del rifugio, e la sua motoretta cingolata. Ancora ringrazio nell’animo Omar, il direttore Amos Sertorelli e i coristi che si sono prestati alla nostra violenza, cantando e ricantando la stessa canzone per ore.
Ora ricordo con piace la giornata di attesa prima del volo finale sulle cime per le riprese aeree. Arrivammo a Bormio con la pioggia e il timore di avere prenotato un elicottero senza poterlo far alzare, e il mattino dopo il meteo ebbe ragione: cielo sereno, senza una nuvola. All’inizio un po’ di preoccupazione rimase, vedendo che alla cloche vi era un pilota poco più che ventenne, ma questi si dimostrò assoluto padrone dei cieli, permettendoci di girare le suggestive immagini poi confluite nei titoli di apertura e di coda del film.
Ogni singolo momento delle riprese è stato in un certo senso magico, foss’anche perché il luogo era propenso alla suggestione. Alcuni attimi sono stati poetici, ricordo ad esempio la nevicata estiva che ci ha colto all’improvviso al ritorno con Alberto „Pompa“ Quintavalla da un laghetto alpino. E spettacolare è stato il gioco di luci e di vento che ci ha riservato il ghiacciaio non appena conclusa l’ultima intervista, quella a Umberto Capitani. Quel tardo pomeriggio di ottobre catturammo delle suggestioni che ho voluto proporre tra i primi fotogrammi del trailer visibile presso il sito ufficiale del film (www.alpenway.com/stelvio).
Di altro aspetto, ma altrettanto emozionanti, sono state le proiezioni ai molti festival a cui a preso parte il film, a partire dalla premiere del celebre Trento Film Festival, passando per il cinema strapieno del Festival del Documentario di Monaco e finendo, ma solo per ragioni di sintesi, con la cerimonia di premiazione che ha visto l’opera prima arrivata presso il Tourfilm di Karlovy Vary nella Repubblica Ceca. Senza dimenticare il giorno seguente, quando ci lanciammo di nuovo allo Stelvio per assistere a una suggestiva proiezione all’aperto e con caldarroste, organizzata da Stefano Dalla Valle, il direttore di Pirovano, aiuto insostituibile, insieme a tutto il personale dell’Università dello Sci, durante i lunghi giorni di proiezione al Passo. In ultimo, tra le tante altre proiezioni, oltre a quelle di gala a Roma e Milano, non posso non ricordare quella di un Natale a Bormio, in una sala strapiena e accompagnati anche dai membri del Coro. Fu un momento in cui davvero si percepì l’emozione dei tanti che, in quella Contea, provano un legame profondo con il passo alpino dello Stelvio.
Tra i molti aneddotti accadutimi nelle decine di proiezioni a cui ho partecipato direttamente, il più strambo è quello dell’inaugurazione del Sondrio Film Festival. Di fronte a una platea gremita, a dieci minuti dalla fine – causa un difetto di proiezione - il film si è ammutolito. Nessuno, dal pubblico, pare abbia notato il difetto, anzi, a proiezione conclusa ricevetti molti complimenti per la scelta artistica di „far parlare le immagini“.
Vorrei infine ricordare, anche sapendo di correre il rischio di ferire la loro riservatezza, tutte le persone che presso la Banca Popolare di Sondrio mi hanno aiutato nell’impresa. Non parlo solo del consigliere delegato, di Tato Sozzani e di Paolo Lorenzini, che si sono prestati a parlare del loro intimo rapporto con il Passo di fronte all’impietosità di una telecamera, ma anche di Costantino Marveggio e Carlo Mazzucchi, che sin dal primo momento mi hanno seguito dietro alle quinte nell’organizzazione complessa della macchina produttiva di una produzione documentaristica in alta quota. E con loro il mio ringraziamento va a tutti i colleghi, e le colleghe, che a vario titolo in BPS hanno permesso la realizzazione e la distribuzione di quest’opera.
Per me, che vivo all’estero da molti anni, questo film documentario è stata l’occasione per riavvicinarmi alla mia terra d’origine, scoprirla e riscoprirne i suoi abitanti. Come lo Stelvio, che al primo impatto non discela tutta la sua molteplicità, così anche molti abitanti della Valtellina si scoprono col tempo. Il film Stelvio è anche un omaggio a loro, alla loro caparbietà, alla loro enrgia e alla loro ingegnosità che, più li si conoscene e frequenta, più si dischiude e soprende.
Tra questi valtellinesi, un pensiero particolare è rivolto a mio padre, che ha sempre seguito con grande riservatezza il progetto, non conoscendone i dettagli ma approvando da subito l’idea di un omaggio alle vette della Valtellina in occasione della rimembranza della Prima Guerra Mondiale.
Mio padre ora non c’è più, eppure il suo insegnamento e la sua opera perdurano.
Come perdura l’emozione di un film, e come perdurano quelle nevi che, nonostante lo scorrere del tempo e l’accanirsi dei cambiamenti climatici, resistono immacolate sulle vette delo Stelvio.


