Tanti auguri, ascensore!
Centocinquant'anni dall'invenzione di Elisha Graves Otis, tra letteratura, cinema e paura del vuoto
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2007
La vita era fatta a scale. Poi venne l’ascensore. Accadde centocinquanta anni fa a New York nel grande magazzino della Haughwout & Co, commercianti di vetro e porcellana. A inventarlo tre anni prima ci aveva pensato Elisha Graves Otis. Il giorno in cui presentò al pubblico il suo meccanismo per sollevare persone venne considerato «uno dei momenti autenticamente grandi nella storia dell’architettura». In realtà Otis non aveva fatto altro che perfezionare un marchingegno conosciuto da secoli, equipaggiandolo tuttavia di un componente fondamentale: il dispositivo di arresto. Lo apprendiamo leggendo il curioso saggio di Andreas Bernard edito a Francoforte dalla Fischer Verlag.
L’invenzione di Elisha Graves Otis impediva alla cabina di precipitare nel vuoto qualora si fosse malauguratamente spezzata la corda. «All safe, gentlemen, all safe» pare abbia detto sornione agli spettatori impauriti, dando loro una dimostrazione pratica della sua rivoluzionaria trovata. Ma prima di vincere la diffidenza verso l’ascensore dovette passare del tempo. Per decenni il mezzo venne usato per salire ma poco per scendere. Nei loro Studi sull’isteria Breuer e Freud narrano di una paziente che si colpevolizza anche per aver fatto scendere dal quarto piano dei bambini con quel pericoloso attrezzo.
Con l’invenzione del bottone elettrico sparisce ogni remora e paura nello spostarsi in verticale. Grazie alla comodità del bottone il passeggero non ha più alcun contatto con i meccanismi di funzionamento che presiedono ai propri spostamenti: per incutere paura nello spettatore film horror come L’ascensore faranno leva proprio sul mistero celato dietro ai misteriosi automatismi dell’apparecchio.
Ascensori e strutture in acciaio permettono alle città di svilupparsi sempre più in altezza. Lo skyline di New York sarebbe impensabile senza l’invenzione di Otis che razionalizza la geometria e la funzionalità dell’abitare moderno. Se avesse potuto usufruire dell’ascensore il protagonista de Il Processo di Kafka si sarebbe certo raccapezzato meglio nel suo disperato girovagare tra labirintici edifici.
Un tempo i piani alti erano luoghi faticosi da raggiungere e per questo deputati alla servitù e agli inquilini meno abbienti. È il caso di Gabriel Dan, protagonista del romanzo Hotel Savoy di Joseph Roth, che a corto di soldi viene collocato dalla direzione al sesto piano dell’albergo. Scendendo le scale egli noterà come al decrescere dei piani aumentino il lusso e il comfort per gli ospiti più facoltosi. Proprio il contrario dei nostri tempi, in cui ogni vip che si rispetti pretende solo attici e terrazze.
Per il suo essere contemporaneamente spazio pubblico e privato è tuttora palpabile il sottile imbarazzo provato da chi si trova a condividere con un perfetto sconosciuto la cabina dell’ascensore. A meno che, come accade nelle pubblicità dei deodoranti e in film come Lost in Translation, l’angusto spazio si trasformi in fascinoso luogo di incontro e seduzione. Nulla di tutto ciò per George Simenon, scrittore e donnaiolo impenitente che, in un hotel di Berlino nel 1933, anziché poter flirtare con un’avvenente sconosciuta si ritrovò improvvisamente a quattrocchi con Adolf Hitler.
Andreas Bernard, Die Geschichte des Fahrstuhls, [La storia dell’ascensore], Fischer Verlag, pagg. 335, € 16,95.


