Ci fu un periodo della mia vita in cui io, studente italiano, imparavo il greco antico, in tedesco, con un professore inglese. Sembrava una barzelletta, ma era tutto molto vero e anche piuttosto impegnativo. Accadeva nei primi anni di università a Heidelberg, quando volevo spingermi al limite. Il corso era obbligatorio per gli studenti di teologia e i miei compagni di studio, quasi tutti uomini, non brillavano per abilità relazionali; come del resto i miei primi coinquilini tedeschi, interessanti solo per scambiare monosillabi.
Un giorno all’università, conclusa la lezione di greco, discutemmo dei rispettivi percorsi alle scuole superiori. Spontaneamente chiesi a un mio compagno di studi cosa avesse appreso durante gli anni del liceo. Lui si bloccò, rispondendo che su due piedi non me lo poteva dire con precisione: ci avrebbe dovuto pensare. Se me l’avesse chiesto lui, non ci avrei messo molto a rispondere I Promessi Sposi, Dante e la Divina Commedia, e poi chiudere l’argomento.
Derubricai l’accaduto a stranezza e me ne dimenticai.
Immaginate allora il mio stupore quando il giorno seguente quello stesso compagno di lezione mi venne a cercare consegnandomi due pagine scritte fitte fitte a mano. Contenevano l’intero corso delle sue letture obbligatorie durante tutti gli anni di scuola superiore. Quello che io avevo bollato come una stranezza, se non una scortesia, ovvero non rispondere subito alla mia semplice domanda, era invece desiderio di completezza. Il ragazzo, tornato a casa dalla lezione, aveva dedicato una parte della propria giornata a stilarmi l’intero elenco del suo corso di studi liceale. Quello certo non fu il primo episodio in cui inciampai nella differenza di atteggiamento tra un italiano e un tedesco. Ma lo ricordo in particolar modo, vista l’accuratezza del mio interlocutore. Questi, anziché cavarsela con due righe, prima di fornirmi una risposta volle controllare e ripassare tutto il suo cursus honorum.
Il mio compagno di corso non era stato né sgarbato né sfuggente nella sua reazione. Al contrario, aveva preso la mia richiesta con molta serietà, tanto da dedicarle assai più tempo di quanto io me lo sarei mai immaginato. Il mio diario di quei mesi liquidò l’episodio con una riga sola: «I tedeschi capaci di gesti di generosità o attenzione improvvisi».
Una vita in Germania mi ha insegnato che i popoli sono diversi: una considerazione molto banale, che però ha un altro sapore quando viene vissuta. E che spesso chi giudica un atteggiamento lo fa ignorando il motivo di chi ha davanti.
I tedeschi possono sembrare rigidi, duri e talvolta assai parsimoniosi. E così appaiono a molti italiani che vivono in Germania; sono constatazioni che hanno più di un grammo di verità. Ma quelli che a noi possono sembrare solo difetti, visti dall’altra parte, appaiono come regole di un comportamento educato. Quella che a noi suona come una risposta evasiva, pronunciata per non ferire chi ci sta di fronte, agli occhi di un tedesco è semplicemente una mezza bugia. Siamo maggiorenni, penserà questi. Perché indorare la pillola? Affermare senza arabeschi una verità, anche se scomoda, è inteso come rispetto verso la controparte. Vale anche in politica: i politici italiani fanno la faccia feroce, e non di rado poi tutto s’aggiusta; i tedeschi dicono una cosa e spesso poi la fanno anche.
Questo modo di ragionare lascia poco spazio alle eccezioni. Se un negozio ha la porta chiusa alle 19, è inutile bussare un minuto più tardi per chiedere se ci fanno entrare. La risposta, sempre che qualcuno venga a riferircela, è un semplice no. Ma pronunciato in questa maniera così diretta, per un ascoltatore poco abituato anche un sì sembra un attacco. Non lo è. Anzi, la chiarezza in Germania viene vista come sincerità.
Un altro episodio che mi fece sobbalzare risale ai primi giorni, quando vivevo ancora a Mannheim, città ruspante e multiculturale, immersa nel grigio e nel verde, per me i colori della Germania. Vicino a una pensilina dell’autobus osservai una giovane mamma accompagnare il suo bambino. Il piccolo camminava al suo fianco e, per via di una lieve irregolarità sul marciapiede (cosa piuttosto rara, per chi ha calcato i marciapiedi tedeschi), all’improvviso fece un capitombolo, andando a sbattere con la faccia per terra. Io seguivo la scena poco distante e subito predissi che la mamma avrebbe gridato dallo spavento, gettandosi a coccolare il bambino. Niente di tutto questo. La donna inclinò solo un poco la testa e con un cenno della mano disse al pargolo di risollevarsi. Questi la guardò, ammutolì e velocemente si rialzò, tornando a camminare. Rimasi sbalordito da quella che poteva sembrare una durezza, abituato come ero alle madri italiane (non la mia) che, per un bambino caduto, gridavano fino a rompere i vetri. Poi riflettei su quel tipo di educazione. Severa sì, ma improntata a rendere quanto prima un figlio autonomo. Chi adotta questo tipo di educazione è consapevole che i bambini sono furbi e si accorgono quando è inutile piangere. Ecco spiegato perché, quando mia figlia piccolina inciampa, io seguo l’esempio della mamma tedesca. Se sono in Italia, assaporo diabolicamente l’orrore dei genitori che osservano la scena senza pensare che in questo modo sto insegnando a mia figlia che cadere è normale. Quello che conta è risollevarsi presto.
Tra i miei conoscenti italiani, dall’impiegato al falegname, dal musicista al giornalista, in molti lamentano che gli impegni non vengano rispettati, che gli appuntamenti siano privi di orario, che la puntualità sia una cosa rara. Che, in sostanza, viga il pressappoco. Questo modo più elastico di interpretare il tempo, ora che mi appresto a tornare in Italia, è qualcosa che devo reimparare. In quasi trent’anni di Germania non mi è mai capitato, salvo rarissime eccezioni, che qualcuno si sognasse di non arrivare puntuale, men che meno di mancare un appuntamento. Al punto che durante certi inviti a cena scoprivo che i miei ospiti attendevano fuori dalla porta per suonare il campanello esattamente all’orario concordato. Il lettore italiano che è arrivato fin qui, credo, starà rabbrividendo. Tutta questa precisione, questa puntualità hanno qualcosa di disumano. Già Oskar Lafontaine, per attaccare il cancelliere Helmut Schmidt, ebbe a dire che queste tipiche qualità tedesche sono virtù secondarie: con esse si può dirigere anche un campo di concentramento. Ma esagerava, probabilmente perché con lui mai nessuno è arrivato in ritardo.
La puntualità in Germania non è negoziabile, poiché è vista, innanzi tutto, come un segno di rispetto verso il tempo proprio e quello della controparte.
Poi, certo, esistono anche le esagerazioni. Come quella di fissare un incontro anche mesi prima che avvenga. Un giorno, più per averne conferma che seriamente, mi capitò di proporre a un amico un pranzo che avrebbe avuto luogo sei mesi più tardi. Arrivato il momento concordato, mi presentai al ristorante. Non feci in tempo a varcare la soglia che lo intravidi aspettarmi tranquillo al tavolo. Ricordo in me un misto di stupore, ammirazione e sottile inquietudine nel non cogliere sul suo volto nemmeno un accenno ironico alla faccenda.
La precisione, la puntualità, il rispetto per i tempi concordati saranno comportamenti di cui avvertirò la mancanza tornato in Italia? O, piuttosto, bisognerà valutare caso per caso?
Di sicuro, una società impostata con poco spazio all’improvvisazione comporta delle rigidità sociali. Chi visita i mercatini di Natale di Monaco di Baviera la prima volta ne è sopraffatto. Sembra una fiaba e in fondo è questo quello che ci vendono. Pazienza che gli ammennicoli delle bancarelle non servano a nulla e costino troppo. Diverso è per chi ha vissuto decenni di inverni nella capitale bavarese. E constata, un dicembre dopo l’altro, che il rito dei mercatini si compie nella stessa identica maniera ogni anno. Al punto da imparare a conoscere esattamente, con una precisione al metro quadrato, la disposizione di ogni bancarella. Una monotonia che stempera i colori della fiaba. Ne so qualcosa: riguardando le mie vecchie email, ritrovo l’invito che spedivo io stesso ogni anno agli amici per il tradizionale appuntamento ai mercatini, «per incontrarsi, trincare Glühwein e spilluzzicare salumi», fissato per un martedì di dicembre con settimane di anticipo, dalle 18:00 alle 20:30, in una capanna sudtirolese di Weißenburger Platz per noi riservata. Persino la fiaba, a Monaco, aveva il senso della prenotazione.
La prima vittima di una struttura socialmente così ordinata è la spontaneità. Proprio quella che, da qualche tempo, comincia a mancarmi (ma senza esagerare, s’intende!).
Per anni ho accumulato libri di autori che spiegano i tedeschi: il primo, Germany and the Germans di John Ardagh, me lo consigliò Beppe Severgnini nei miei primi mesi di Mannheim, e lo ordinai via Internet, cosa che nel 1999 era già di per sé un’avventura. Per tutti quelli che, come me un tempo, si trovano oggi all’inizio di un percorso culturale e sociale che passa tra Italia e Germania, consiglio, tra i tanti, un piccolo libretto di Donatella Brogelli Hafer e Cora Gengaroli-Bauer, edito da Carocci, chiamato Italiani e tedeschi. Aspetti di comunicazione interculturale. Mi raccomando, non fermatevi al titolo, affascinante come una visita dall’oculista.
Sintetizzate in poche pagine ci sono perle di annotazioni interculturali utili per chi, per lavoro o piacere, si rapporta con un interlocutore tedesco. Si parla, tra l’altro, di modi differenti di intendere lo spazio, il tempo e la comunicazione indiretta. Vi si impara, per esempio, che durante un brindisi il tedesco cerca gli occhi del commensale, forte del detto «Beim Anstoßen nicht angucken – das gibt sieben Jahre schlechten Sex» (non guardarsi mentre si brinda porta sette anni di sesso scadente), laddove noi italiani quell’intimità oculare così spinta la troviamo un poco imbarazzante. O che la stretta di mano, in apparenza il più innocuo dei saluti, è in realtà una trappola interculturale: in Germania è il saluto di ogni giorno, in Italia la riserviamo alle occasioni formali, sicché il tedesco che la porge all’amico italiano passa per freddo e distaccato. Il caso limite è la sauna: a noi pare assurdo congedarsi con una stretta di mano da chi ci è stato seduto accanto nudo; per un tedesco è normalissimo, e dopo si può continuare tranquillamente a darsi del Lei, sfoderando l’intera sfilza di titoli accademici. (Ammetto tuttavia che io, in sauna in Germania, pur avendolo cercato a lungo, non ho mai visto nessuno congedarsi stringendo la mano).
Un consiglio che non ricordo di aver letto in quelle pagine e che vale soprattutto per chi, come me, ha vissuto a lungo a Monaco di Baviera è quello di porre un poco di attenzione quando un conoscente, un cameriere o un semplice passante per strada si rivolge a noi spiccicando qualche parola di italiano. Sovente mi è capitato di osservare amici provenienti dall’Italia che, salutati calorosamente con queste parole da un tedesco, non mostravano alcuna reazione. Un bavarese, come ricorda il mio amico scrittore Peter Peter, spesso ha dato il primo bacio sul lago di Garda, e quando al ristorante ordina un Lugana non sta solamente dimostrando preferenza per i vini della nostra terra. Per lui questo piccolo gesto è anche espressione d’amore verso un Paese dal quale è affascinato.
Quando un tedesco si rivolge a noi con una frase mal pronunciata in italiano, non lo fa per cortesia o per apparire saputello. Quelle poche parole espresse a fatica sono spesso una preziosa dimostrazione d’affetto. Non lasciamole cadere nel silenzio. Basta uno sguardo, un sorriso di approvazione, per ricambiarle.
In fondo, se l’alchimia tra italiani e tedeschi funziona da secoli, è per una ragione molto semplice: siamo abbastanza lontani da trovarci interessanti, e non così vicini da sentirci noiosi.


