Thomas Mann confessioni di un borghese
Nel cinquantesimo anniversario della morte, una lettera inedita del 1927 a un giovane libraio di Stoccarda
Pubblicato su La Stampa, 5 agosto 2005
In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Thomas Mann (www.thomasmann.de), avvenuta il 12 agosto 1955, presentiamo qui una sua lettera, finora del tutto inedita, scritta nel febbraio del ‘27 in risposta alla missiva, non più ritrovata, del giovane libraio di Stoccarda Carl van Treeck (1906-1945). Il ragazzo si era rivolto a Mann dopo aver letto attentamente La montagna incantata (1924), il romanzo filosofico con cui lo scrittore replicò e accrebbe il grande successo dei Buddenbrook (1901), l’opera che aveva repentinamente lanciato un Thomas Mann ancora venticinquenne ai vertici della letteratura tedesca e mondiale.
La risposta di Mann al giovane è molto più di una formale cortesia: essa mostra infatti un carattere quasi programmatico, succintamente enunciando i principi fondamentali della visione manniana sull’arte e la vita.
Il merito della scoperta si deve allo studioso tedesco Dirk Heißerer, presidente dell’associazione Thomas Mann di Monaco di Baviera (www.tmfm.de) e recente autore del volume di topografia letteraria Nel giardino incantato, Thomas Mann in Baviera, per la casa editrice C.H. Beck.
Alessandro Melazzini (alessandro@skabadip.com)
(La lettera inedita di Thomas Mann qui presentata, e discussa nell’intervista che segue, è stata tradotta da Alessandro Melazzini; il testo della traduzione non è qui riprodotto.)
Intervista
Dr. Heißerer, lei è presidente di un’associazione volta a promuovere l’opera di Thomas Mann a Monaco, città in cui lo scrittore visse per 40 anni. Mann, premio Nobel per la letteratura nel ‘29, di certo non corre il rischio di venir trascurato, basti vedere il florilegio di manifestazioni a lui dedicate quest’anno in Germania.
Thomas Mann in Germania è un fenomeno molto speciale. Come nessun altro autore su di lui si dividono gli animi. Per un germanista che ritiene i suoi lavori “ricercata letteratura d’intrattenimento” ve n’è un altro che in lui vede il più grande letterato tedesco dopo Goethe. Da quando poi sono stati pubblicati i suoi diari, egli viene interpretato secondo molti nuovi punti di vista. Infine, grande risonanza ha avuto qui da noi l’uscita nel 2001 del film “I Mann” di Heinrich Breloer, a cui ha preso parte anche Elisabeth Mann Borgese, la figlia più giovane di Thomas, sotto la cui egida è nata la nostra associazione. Mentre tuttavia in altre città la memoria di Mann è tenuta viva da numerose istituzioni, in effetti qui a Monaco, da quando Thomas Mann è stato cacciato via dai nazisti nel 1933, non ci si è mai troppo interessati alla memoria del nostro illustre cittadino.
Veniamo alla lettera. Come l’ha scoperta?
Il testo ci venne segnalato questa primavera, chiedendoci se poteva interessare alla nostra associazione. La lettera si trovava da più di settant’anni in possesso di privati, senza che mai alcuno ne avesse “decifrato” la grafia. Dopo essere riuscito a trascriverne il contenuto, mi accorsi che le parole di Mann nascondevano una seconda chiave di lettura. Anch’essa andava ulteriormente “decifrata”. Non conosco nessun’altra lettera così significativa scritta da Mann a uno sconosciuto. E in nessun punto della sua opera egli ha mai formulato così chiaramente l’essenza del suo complesso carattere, per certi versi quasi da Giano bifronte.
Accogliendo la massima dell’”agire più con l’esempio che con l’opera” pare che Mann esprima scetticismo sul suo stesso lavoro intellettuale.
Sì, Thomas Mann era fondamentalmente scettico nei confronti del proprio lavoro. Il conflitto artista-borghese, espresso ad esempio in Tonio Kröger (1903), era un tratto fondamentale della sua esistenza. D’altronde lo scetticismo appartiene all’umanità così come la “libertà, la giustizia, la prudenza, il sapere, il buono e la forma”, come lo stesso Mann affermò durante un discorso al Rotary-Club di Monaco nel 1930.
In che senso Mann era borghese?
Nel carattere borghese Mann vedeva essenzialmente la moralità dell’impegno sociale, e quando il giovane libraio gli scrisse di essere convinto più dall’esempio di vita del famoso scrittore che dalla sua opera, Thomas Mann di sicuro si vide confermato nelle sue convinzioni. Di certo anche perché sapeva che la sua opera non si può comprendere solamente dopo una prima lettura!
Nella lettera, però, Mann sembra crucciarsi di venire considerato, come artista freddo e distaccato.
La “freddezza” era un tratto distintivo del suo carattere, una maschera, dovuta anche alla timidezza e al riserbo. Ma era anche la freddezza inavvicinabile di colui che, in modo incorruttibile, osserva e indaga i fenomeni della vita. Nei rapporti sociali questa non era certo una cosa facile. Il figlio Klaus si lamenta spesso nei suoi diari della “gelida freddezza” del padre. E la figura fortemente autobiografica del compositore Adrian Leverkühn nel Doktor Faustus (1947) è “fredda” come il diavolo a cui egli si vende. Tanto più significativo quindi è che da questa freddezza di fondo del suo essere egli abbia sviluppato un caloroso “servizio alla vita” che è “gentilezza verso la vita”. Una disposizione d’animo simile ha reso invece altri scrittori, si pensi a Céline o Gottfried Benn, dei cinici tremendi e, quantomeno all’inizio, degli ideologi della distruzione.
La “volontà di superamento” citata nella lettera è un termine profondamente nietzschiano, come d’altronde il contrasto tra “gentilezza verso la vita” e “simpatia per la morte”.
Molto è già stato scritto – non in ultimo dallo stesso Thomas Mann – sulla profonda affinità spirituale che legava questi a Friedrich Nietzsche. Tuttavia da nessun’altra parte Thomas Mann si mostra così vicino al filosofo come nella risposta al giovane libraio. La “simpatia per la morte” viene dallo Zarathustra nietzschiano. Il superamento della decadenza, che attraverso la salute porta alla “gentilezza verso la vita”, corrisponde alla “più alta salute” nietzschiana. Questa non è conseguibile con il rifiuto della malattia e della morte, bensì al contrario proprio grazie a quella “simpatia” stessa, attraverso la pietà e la comprensione per essa. “Gentilezza verso la vita” e “simpatia per la morte” sono in continua tensione dialettica, proprio come lo sono Naphta e Settembrini nella Montagna incantata.
Nella romanzo infatti i ruoli dei due avversari, che lottano per conquistare Hans Castorp, il protagonista, non sono così opposti e distanti. Ad esempio è il razionalista Settembrini a sfidare il cupo Naphta a duello, tra l’altro sconfiggendolo, non il contrario.
In effetti non vi è una netta separazione tra i due. È appunto Settembrini che sfida l’avversario, spingendolo al suicidio. Leo Naphta, il gesuita comunista, s’interessa molto più alla sua idea di terrorismo religioso che al “bambino difficile” Hans Castorp, a cui invece Settembrini dedica tutta la sua attenzione. Ma è importante sottolineare come entrambi i contendenti siano uniti dalla loro grave malattia. Entrambi, in ultima analisi, sono privi di efficacia.
Hans Castorp sta in mezzo a loro, un poco come il lettore stesso del romanzo. Il nostro giovane libraio si deve essere del tutto identificato con lui.
Tornando alla lettera, cosa intende Mann quando parla di una “salute-della-foresta”, in contrasto con una salute consapevole e spirituale?
È il punto decisivo. Thomas Mann afferma, proprio nel senso di Nietzsche, che solo la malattia porta alla spirito, al riconoscimento di tutta la nullità dell’esistenza. Da questo nasce il “servizio alla vita”, come lui lo chiama, inteso come pedagogia, come cristiano amore del prossimo, come impegno sociale. Letteratura e filosofia divengono forme del dialogo sociale. Thomas Mann estende il termine salute, come viene inteso nell’antico motto “mens sana in corpore sano”, alla “salute consapevole, di carattere spirituale”, ovvero alla salute conscia della malattia e del decadimento. Qui egli distacca il suo pensiero sulla salute in maniera sostanziale dagli ideologi protettori della razza e dai fanatici tedeschi dell’igiene, che vogliono diffondere nel mondo attraverso la guerra e il delitto una “salute sciocca”, ovvero un’irriflessa “salute della foresta” idealistico-romantica. Bisogna acquisire consapevolezza della morte per conquistare la vita, dice Thomas Mann. Avendo capito ciò, già verso il 1930 egli poté prevedere che l’ideologia nazionalsocialista in Germania avrebbe trasformato la vita in una morte spaventosa.
È un caso che, nella Montagna incantata, il duello in cui Naphta soccombe si svolga proprio in un bosco?
Ottima considerazione. Che io sappia, non vi è purtroppo ancora nessuno studio sul significato della “foresta” in Thomas Mann. Nondimeno il fatto che il duello della Montagna Incantata si svolga in una foresta “profondamente innevata”, in cui scorre una pista da bob, su cui i morti scivolano a valle sopra le slitte, sta a significare che il posto è pervaso di morte. E anche considerando che il duello ha luogo nella stagione invernale siamo all’opposto della foresta romantica come ci viene descritta nella Notte d’estate di un Eichendorff.
Quale “stormire di certe fronde”, verso cui Mann non vuole essere infedele, ha nell’orecchio Hans Castorp quando a fine romanzo si congeda dal lettore?
Si tratta de Il Tiglio, il magnifico Lied di Schubert tratto dal ciclo Viaggio d’inverno, che Hans Castorp ascolta al grammofono. Nella Montagna incantata questo Lied è la quintessenza del binomio morte e bellezza. È questo il Lied che risuona nell’orecchio di Hans Castorp quando egli – siamo nel 1914 – “inciampa” nella guerra, ovvero nella morte. Le ultime parole che sentiamo pronunciare da lui sono proprio i versi tratti da Il tiglio, con cui “cantando incosciente” scompare alla nostra vista: “e i suoi rami frusciavano / quasi chiamasse me”.
Al giorno d’oggi siamo di fronte a esempi sconcertanti di “simpatia per la morte”.
Sì, purtroppo il fanatismo dei terroristi ha reso la “simpatia per la morte” spaventosamente attuale. Un mese dopo l’11. Settembre 2001 il germanista americano Frederick A. Lubich ha fatto notare sulle pagine della Frankfurter Allgemeine Zeitung come «il catalogo delle virtù del terrorismo internazionale [...] si trovi già nella Montagna incantata», e più precisamente in Leo Naphta e «nel suo incrocio tra religiosità e violenza che si assolutizza in “santa crudeltà”». La questione è se grazie alla “gentilezza verso la vita” manniana, originata dall’essere consapevoli dell’esistenza della malattia e della decadenza, sia per noi possibile acquisire forza e fiducia per superare questa orribile minaccia quotidiana. Nel 1942 in una discorso alla radio Thomas Mann disse «La Germania di Hitler non ha né tradizione né futuro. Può solo distruggere e subire distruzione».
Forse da queste profetiche parole può nascere in noi la speranza che anche l’odierno terrore non abbia futuro, e sia condannato a perire, vittima della sua stessa violenza.


