Thomas Mann. Il genio in posa
In un saggio il rapporto tra narrativa e immagini: le facce «vere» di Gustav Aschenbach e Tonio Kröger
Pubblicato su La Stampa, 18 aprile 2004
Trovare qualche aspetto della vita e dell’opera di Thomas Mann che non sia già stato studiato a fondo è impresa ardua. Ma Eva-Monica Turck sembra esserci riuscita. Con curiosità e interesse ci si accosta quindi al suo originale studio, uscito di recente in Germania. L’amore di Mann per la musica è ben noto (egli si ritiene un «musicista incappato nella letteratura»), ma molto meno esplorato è il senso che un’arte tipicamente moderna come la fotografia assume per lo scrittore.
Se il Mann del racconto giovanile Gladius Dei, descrivendo l’indignazione di un novello Savonarola di fronte a una composizione fotografica rappresentante la Vergine Maria, sembra suggerire una netta separazione tra arte e fotografia, più in là negli anni arriva invece a considerare l’utilizzo dello strumento fotografico come una nuova utile risorsa a disposizione dell’arte.
Egli di rado si pone dietro alla macchina, ma spesso dona e riceve cartoline e fotografie, al punto di irritarsi con gli amici che si dimenticano di inviargli i loro scatti. Succede, ad esempio, con il povero Paul Ehrenberg, il quale poi si affretta ad esaudire la pretesa dell’amico, spedendogli al più presto un’immagine con dedica a ricordo di una gita in comune. Ma può anche capitare che l’immagine sia veicolo di un forte dolore. Accade, ad esempio, durante l’esilio americano, quando Mann riceve una fotografia dell’amata casa paterna di Lubecca, la stessa abitata dai personaggi dei Buddenbrook, sventrata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Nonostante le iniziali perplessità, Mann ha sempre ammirato la capacità della fotografia di riprodurre con grande precisione la realtà, sebbene sia conscio che il nuovo mezzo permette anche, oltre a raffigurare, di “interpretare” ciò che viene ripreso.
Non solo il suo stile e la sua maestria nel descrivere i personaggi sono di precisione fotografica, ma chi analizza con cura le sue opere, come succede alla Turck, può anche cogliere numerosi indizi della considerevole influenza che l’arte fotografica ha sulla prosa manniana.
Si scopre così che la figura di Gustav Aschenbach, il protagonista della Morte a Venezia, non solo prende il nome da Gustav Mahler, ma ne ricalca addirittura la fisionomia, come dimostra una foto del compositore ritrovata nel materiale preparatorio della novella. Mann non si limita però a descrivere pedissequamente il volto scelto a modello, bensì da questo prende spunto per poi plasmare una nuova figura. Molti anni più tardi, nel Doktor Faustus, i tratti del personaggio Aschenbach-Mahler ricompaiono nel volto del diavolo con cui il musicista, protagonista del romanzo, stipula un patto fatale. Solo qualche particolare viene cambiato, e i sottili occhiali di Mahler acquistano una montatura di corno. La stessa che porta Theodor W. Adorno in una famosa fotografia, scattata poco prima che il filosofo diventi il «consigliere musicale» di Mann per la composizione, appunto, del Doktor Faustus.
La Turck scopre poi come anche gli studi fotografici di Edward Muybridge sulla scomposizione del movimento influenzino più volte lo scrittore. Ecco allora spiegata la provenienza del libro di istantanee sui cavalli al trotto e galoppo che affascinano il giovane Hans, l’amico di Tonio Kröger. E le stesse sequenze di Muybridge ispirano le scene della lotta tra il pallido Tadzio e il vigoroso Jasciu che atterriscono Aschenbach. Stranamente, nello studio edito dalla Prestel Verlag di Monaco, non vi è alcun cenno della nostra Anna Magnani, le cui foto pare siano servite a Mann come modello per la signora Kuckuck nel romanzo incompiuto Felix Krull.
Oltreché ispirazione, comunque, la fotografia è per Mann anche metafora a tinte cupe. Accade, ad esempio, nel sanatorio della Montagna Incantata, quando il giovane Castorp, nell’osservare la radiografia della propria bianca mano ossea, ha come una premonizione della propria tomba. E accade, di nuovo, nelle pagine finali del racconto veneziano, quando il nero panno svolazzante di una macchina fotografica incustodita sulla battigia sembra presagire la dipartita di Aschenbach.
Ma anche fuori dall’ambito letterario, Thomas Mann è attratto dalla fotografia. Desideroso di trasmettere il suo “vero” aspetto d’artista ai posteri, egli è sempre pronto a farsi immortalare, sebbene confessi che le sessioni fotografiche sono per lui un tormento tale da provocargli «mistici terrori». Paure tuttavia non così tremende, se si conta il numero di ritratti in posa, più di cinquanta, alcuni dei quali scattati da fotografi rinomati come Man Ray e Alfred Eisenstaedt. Per Mann, consapevole che un ritratto ben riuscito, come egli afferma essere quello del «vecchio Fontane», è in grado di rappresentare e riassumere pienamente la vita e l’opera di un artista, la posa per una nuova foto è sempre un misto di precisione tecnica e messa in scena di sé stesso. Mann è tanto narcisisticamente attento al dettaglio, che le riviste di moda americane lo prendono come modello del perfetto gentleman. In quei momenti, anche un maestro della penna come lui sembra rassegnarsi volentieri al fatto che un’immagine vale spesso più di mille parole.


