Thomas Mann la montagna riciclata
Era capace di macinare ogni saggio, libro e idea altrui al solo fine di spargerne ingegnosamente i contenuti nelle pagine dei suoi scritti
Pubblicato su La Stampa, 13 gennaio 2004
Era omosessuale? Narciso? Reazionario? E perché i suoi libri sono così spessi?
A queste e ad altre 45 curiosità risponde Thomas Klugkist nel suo “49 domande e risposte su Thomas Mann”, edito dalla casa editrice Fischer di Francoforte.
Benché la fama di Mann (1875 – 1955) perduri indiscussa, l’interesse del vasto pubblico per lo scrittore va continuamente crescendo. Esempio ne è il grande successo televisivo riscosso in Germania qualche anno fa da un interessante film-documentario sulle travagliate vicende della famiglia Mann, trasmesso in Italia lo scorso Dicembre dal canale satellitare Cult.
Se la raffinata e complessa prosa dello scrittore di Lubecca può intimorire più di un lettore desideroso di orientarsi nel vasto universo manniano, anche la sua vicenda personale non manca di sollevare numerosi punti di domanda. Ecco allora che Klugkist, giornalista economico ma anche appassionato studioso di Mann, si è proposto di fare chiarezza su molti di questi interrogativi. E vista l’importanza attribuita da Mann alla mistica dei numeri in generale e al 7 in particolare (7 sono gli anni trascorsi da Hans Castorp sulla Montagna Incantata, così come 7 sono gli anni d’attesa del protagonista di Giuseppe e i Suoi Fratelli presso Labàn per averne in sposa la figlia), Klugkist ha pensato bene di attenervisi scrupolosamente, rinunciando così alla cifra tonda. Con tratto ironico e disinvolto, l’autore affronta quesiti di vario genere, guidando il lettore alla scoperta di Mann e invitando a seguirlo in un percorso che va dalla sfera estetica a quella personale, per poi virare sul politico e concludersi in un più ampio sguardo d’insieme.
Apprendiamo così che molti dei poderosi romanzi manniani, tomi in grado di scoraggiare un lettore indisciplinato, nascono in realtà come sobri racconti, per poi espandersi nel corso della stesura ben oltre le contenute dimensioni programmate in origine. Con sollievo scopriamo poi che Bertold Brecht, quando intimorito affermò che al cospetto di Thomas Mann 3000 secoli di cultura lo sovrastavano, si era sbagliato. Klugkist, infatti, ci svela che l’enorme cultura dello scrittore, che permea ogni pagina dei suo romanzi, deriva non tanto da un approfondito studio enciclopedico quanto dal suo grande talento di dilettante. Senza essere mosso dal sacro desiderio di conoscenza, Thomas Mann era in realtà capace di macinare ogni saggio, libro e idea altrui al solo fine di spargere ingegnosamente nelle pagine dei suoi scritti i contenuti così appresi. Accade così che i dotti Settembrini e Naphta, rivali nel contendersi l’attenzione del giovane Castorp a colpi di erudizione prima e armi in pugno poi, serbino per l’eternità tutto quel sapere che il loro creatore aveva temporaneamente accumulato per infonderlo in loro e poi magari dimenticarlo. Delle molteplici letture di Mann si viene a sapere consultando la risposta di Klugkist circa gli influssi letterari del grande scrittore. Al primo posto vi è naturalmente la letteratura tedesca, di cui Mann si sente alto rappresentante e continuatore, seguono poi a stretta distanza gli autori nordici, fra cui spicca il danese Jens Peter Jacobsen, che con il suo Niels Lyhne tratteggia magistralmente una grande figura di «inetto alla vita», anticipando così tematiche tipicamente novecentesche e non di solo appannaggio manniano. Vi sono poi i russi, cui Mann ha dedicato intensi saggi, mentre l’Italia è considerata più una terra dei sensi (si pensi alla Morte a Venezia) che dello spirito, eccezion fatta per classici come Dante e Petrarca.
Molti lettori, sembra poi suggerire Klugkist, si arrovellano instancabilmente sull’omosessualità di Mann. Lo scrittore covò infatti tendenze omoerotiche, ma di natura pressoché solo mentale, spesso sublimate con la scrittura. Anche se ebbe dalla moglie Katia sei figli, Mann si invaghì più volte di qualche giovane, come ad esempio Klaus Hauser, conosciuto nell’agosto del 1927. Non sembra però essere mai andato oltre qualche affettuoso bacio. Furono invece i figli Klaus ed Erika a praticare nella vita ciò che lui aveva soffuso nella scrittura.
La domanda se Mann sia “tipicamente tedesco” dà poi adito a Klugkist di tessere un gustoso atto di accusa contro la riduzione a stereotipo che ogni popolo, in questo caso il suo, è spesso costretto a subire. Il libro si conclude infine con le domande più significative, ovvero se la fama di Thomas Mann sia meritata e se lo scrittore sia ancora attuale. Klugkist non ha dubbi. Mann ha pienamente compreso e descritto in maniera sublime la decadenza e il narcisismo in cui oggi la società versa, e per questo merita pienamente il titolo di classico moderno. E con ciò ogni curioso non può che ritenersi soddisfatto: ormai sa tutto su Thomas Mann.
Ora non gli resta che leggerlo.


