Un secolo in due tragedie
Imre Kertész e il romanzo Essere senza destino, tra la memoria di Auschwitz e il comunismo ungherese
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2006
Tutto ci aspetteremmo dal racconto di un sopravvissuto all’Olocausto, tranne «la felicità dei campi di concentramento». Proprio con questa dichiarazione si conclude invece Essere senza destino di Imre Kertész. Quasi una bomba scagliata contro il lettore. Sorprendentemente, in Ungheria al momento della pubblicazione l’ordigno non scoppiò. Il toccante romanzo d’esordio di Kertész, la storia di un ragazzino ebreo internato ad Auschwitz e Buchenwald, poi miracolosamente scampato allo sterminio, prima venne ignorato e in seguito condannato. Dopo essere sfuggito egli stesso alla violenza antisemita, Kertész visse infatti per decenni sotto il giogo della dittatura comunista magiara, che forse mal tollerava scomodi ricordi di un compromettente passato nazista. Un’esistenza, quella di Kertész, stretta tra due totalitarismi proprio come la piccola stradina schiacciata in mezzo a due grandi arterie in cui abita il vecchio protagonista di Fiasco, secondo romanzo dello scrittore.
Mentre Kertész esplorava i ricordi della prima giovinezza trascorsa sotto la croce uncinata per dar vita a Gyurka, il proprio alter-ego in Essere senza destino, un altro oppressore era all’opera per sottrargli nuovamente la libertà. Ecco perché, in una delle sue tipiche dichiarazioni capaci di lasciarti spiazzato, qualche anno fa lo scrittore ha spiegato che il suo primo romanzo non parla solamente di Auschwitz, ma anche del comunismo ungherese. Forse accortosi delle incomprensioni che possono scaturire da una simile frase, recentemente è tornato sull’argomento. «Non ho affermato che l’Olocausto sia stato come il regime di Kádár» – precisa in Dossier K., l’intervista autobiografica che uscirà l’anno prossimo in Italia presso Feltrinelli – «solamente ho detto che durante l’era di Kádár ho compreso chiaramente la mia esperienza di Auschwitz, cosa che non mi sarebbe accaduta se fossi cresciuto in una democrazia». Anziché ottunderne la sensibilità, infatti, gli anni trascorsi dietro alla “cortina di ferro” hanno permesso a Kertész di afferrare ancor più lucidamente i meccanismi dittatoriali della mostruosità nazista. Per lo scrittore il “comunismo al gulash” – espressione da lui peraltro criticata come eufemistica – ha in realtà il sapore del celebre dolcetto proustiano: «La mia madeleine è stata l’era di Kádár, e mi ha fatto rammentare il gusto di Auschwitz». Se tuttavia egli avesse assaggiato un altro biscotto, ovvero, fuor di metafora, se avesse dovuto vivere in un’altra dittatura dell’Est, il sapore evocato sarebbe stato sempre lo stesso: quello di Auschwitz. Perché fermo restando le differenze tra i numerosi regimi che hanno violentato il Novecento, per Kertész dopo l’abisso del lager nazista «qualsiasi dittatura contiene in sé la virtualità di Auschwitz».
E come ogni moderno regime porta con sé questa eredità, non vi è per Kertész letteratura autentica che non si confronti con lo sconvolgente evento della Shoah. Non stupisce perciò che la sua intera prosa poggi e ruoti intorno al luogo simbolo dell’Olocausto – termine anch’esso sospetto poiché sembra celare più che mostrare la terribile verità, quella dello sterminio degli ebrei in Europa.
Come ogni intellettuale che si confronti con la Shoah, anche Imre Kertész è memore del celebre detto di Theodor Adorno secondo cui dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie. Ce ne parla ne Il secolo infelice, la raccolta di saggi in uscita a febbraio presso Bompiani. Kertész non contesta la frase adorniana, bensì la modifica «intendendola in senso più ampio: dopo Auschwitz si possono scrivere poesie solo su Auschwitz». In fondo è proprio quello che fece Paul Celan componendo Latte nero, la propria risposta poetica ad Adorno. Non stupisce quindi che il nome del poeta di Czernowitz ricorra spesso nei saggi di Kertész, insieme con Jean Amery, Theodor Borowski, Sandor Marai e il nostro Primo Levi: «scrittori che dall’esperienza dell’Olocausto hanno saputo creare letteratura rilevante su scala mondiale».
Pur avendo dedicato la propria opera poetica alla riflessione sull’Olocausto, Imre Kertész non fa interamente suo il monito del compatriota Arthur Koestler, secondo il quale nella letteratura della Shoa contano «i particolari, soltanto i particolari». Uno dei più bei saggi contenuti ne Il secolo infelice è dedicato a La vita è bella di Roberto Benigni. «Il cancello del lager nel film assomiglia tanto a quello reale di Birkenau, così come la nave da guerra del film E la nave va di Fellini è simile a un’ammiraglia austroungarica», è l’ironico commento di Kertész. Parrebbe una stroncatura. Ma poi, con uno dei sorprendenti cambi di prospettiva che affascinano i suoi lettori, il ragazzo salvato dal campo di sterminio e divenuto premio Nobel ci svela di aver trovato nel film del regista italiano una verità ben più profonda della mera correttezza formale: «lo spirito, l’animo di questo film sono autentici, questo film ci tocca con la forza della magia più antica, quella della favola».


